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Il funerale in stile Padrino a Roma è la spettacolarizzazione di un sistema criminale. In qualche modo ricorda i video dell’ISIS funzionali al reclutamento di giovani pronti al sacrificio. E’ la dimostrazione del possesso di un territorio, della forza arrogante di una subcultura criminogena che ha inquinato la nostra città. Ma è anche segno di debolezza e paura di perdere terreno.

La mafia – quella forte, sicura di sé – non ostenta. La mafia latita, governa nell’ombra, intreccia i rapporti e non alimenta la paura tra la gente. Colpisce in maniera chirurgica. La mafia, per chi l’ha vista e la conosce, ha metodi e processi molto precisi non dichiara – apertamente – guerra allo Stato, non divide la popolazione con gesti asincroni rispetto agli obiettivi. In questo e per questo il gesto è singolare, forse unico e avventato per gli stessi autori.

E’ evidente che per i romani, da oggi, non sarà più possibile vivere con la logica del “carpe diem”. Servirà una risposta forte dei cittadini e dello Stato, una risposta che sia al contempo di legalità, culturale e di proposta di nuovo modello economico.

Ed è altrettanto evidente che questa risposta non può non arrivare che dalla politica. La Roma (politica) vive da troppi anni a due dimensioni. Una nazionale che gode di privilegi e immunità, che pontifica sulle colonne dei giornali e che usa la città per i propri trampolini, disinteressandosi dei problemi reali. Ed una locale che è stata costruita sulle consorterie municipali, sulle lobby commerciali, sui circoli del Tevere, sull’impresa foraggiata dalla pubblica amministrazione. Una cultura delle relazioni e del consenso che ha distrutto valore e generato mostri politici incapaci di avere una visione.

Di Re di Roma (o presunti tali) ne abbiamo avuti tanti, troppi e non solo nel sistema criminale. Personaggi che hanno colpito la credulità popolare facendo leva sulla muscolarità di un sistema che senza usare violenza ha coltivato reticoli d’affari, nelle segreterie dei ministeri, negli uffici comunali, tra i funzionari amministrativi. Ma anche in un’imprenditoria privata parassitaria, senza slanci per la città che ha messo in pratica ricette coloniali. Senza lasciare traccia del loro passaggio. O meglio lasciando sul terreno ecomostri, infrastrutture inutilizzabili, opere a metà del guado.

E quindi oggi il rischio più grande che Roma sta correndo è proprio quello di essere fagocitata in un gorgo infernale come quello che ha inghiottito il Sud del Paese. Un gorgo che annega le nostre ambizioni, allontana qualsiasi idea di sviluppo, produce paura su chi desideri investire, lasciando dietro di sé il vuoto. Per questo è urgente una risposta politica credibile. Diversamente capace di amministrare la città.

Apertura totale alle forze nuove, ricambio sostanziale di tutti coloro che hanno avuto un ruolo attivo nella gestione della cosa pubblica. Commissariamento dei Municipi e riorganizzazione delle competenze, usando le nuove leggi sulla Città Metropolitana. Credo che sia il tempo delle scelte e della responsabilità.

Siamo al culmine di una svolta e nessuno oggi può arrogarsi il diritto di decidere senza consultare i cittadini. Credo che la politica ed i partiti debbano innanzitutto creare le condizioni. Poi spetterà alla nostra città, a Roma e ai romani, decidere come proseguire.

Renato Giallombardo

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