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Sono tornato da una visita al campo di concentramento di Sachsenhausen. Poco fuori Berlino.

Con noi c’era Dora, nipote di un ebreo tedesco fuggito negli anni della guerra e rifugiatosi in Italia. Dove pure non ha avuto una vita semplice. Nascosto in un monastero con la famiglia. Fino a quando la guerra non è finita.

Dora mi dice che arrivata alla pensione è tornata dall’Italia a vivere a Berlino. Lei è tornata a casa. Parla tedesco e mi dice: “sono contenta che abbiate organizzato questa visita. Per me è importante. Era da tempo che volevo visitare questo posto, ma da sola non me la sentivo”.

Abbiamo fatto un pezzo di tour insieme poi ha deciso che poteva continuare da sola. Con l’audioguida, ascoltando le testimonianze e le descrizioni di quella terribile storia.

Dopo un po’ ci ritroviamo. La vedo su una panchina in disparte a guardare questa vasta area ora silenziosa. Ascoltando quelle testimonianze. Mi avvicino e le metto una mano sulla spalla e le chiedo se sta bene. Lo sguardo è lucido, mi ringrazia e si dice che va bene. Ma lo sguardo la tradisce.

Sachsenhausen è un campo di concentramento costruito tra il 1936 e il 1938. Che è rimasto operativo fino al 1945 quando i russi e i polacchi non lo hanno liberato.

In una sola volta furono massacrati 13.000 soldati e prigionieri russi e arsi. I prigionieri di questo campo, che risulta essere “non grosso”, erano oltre 200.000. Ogni passo in quel posto mi ha fatto sentire il peso della storia. La sensazione nel passeggiare laddove migliaia di persone furono picchiate, maltrattate, umiliate, uccise o lasciate morire di stenti è terribile. Ho la pelle d’oca. Sento che c’è qualche cosa di sbagliato. Un campo di morte. Un’architettura della morte. Un campo creato per dare sofferenza e per uccidere: le torrette sono indicate con le lettere dell’alfabeto. Dalla A, all’ingresso, ossia l’arrivo, fino alla Z, l’ultima lettera dell’alfabeto, che con macabra, cinica e sadica ironia rappresenta l’ultimo luogo possibile per i prigionieri: fosse comuni, spazi per le esecuzioni e forni crematori.

Ripenso alla “banalità del male”. Ed è proprio vero: tante atrocità consumate a pochi metri dal centro abitato di Oranienburg. Dove tutti sapevano tutto. Dove vedevano andare e venire colonne di scheletri in pigiami a strisce, consumati dalla fame e dalla violenza. Sfruttati anche dalle imprese locali per la manodopera. Atrocità su atrocità. La banalità del male. Chissà cosa si raccontava quella gente per stare in pace con se stessa, la notte. Certo, alcuni che passavano sottobanco un pezzo di pane c’erano. Ma una buona parte li trattava con disprezzo. Se li vedevano fuori dai campi, portarti fuori dalle SS per svolgere i lavori previsti, lanciavano loro pietre e sputi. La banalità del male…

In questo luogo ho percepito davvero il male. Lì c’è stato il male. La sua messa in scena. Un male profondo che però non è stato cancellato. Di atrocità simili o peggiori, ormai, se ne conoscono a centinaia e forse più in tante parti del mondo. Ma cosa si è imparato dalla storia? Niente. O comunque davvero molto poco.

La politica poi, per lo meno un certo tipo di politica,  è finita con l’usare strumentalmente questi temi. Ma nella sostanza cosa si è fatto e cosa si sta facendo per evitare che queste cose accadano ancora: poco o niente. Massacri dettati dall’odio e dall’ignoranza nel mondo sono ovunque. E troppo spesso l’occidente sta fermo a guardare. In casa nostra, oggi, assistiamo alla follia di Orban in Ungheria che sta smantellando i sistemi democratici, creando differenze sociali terribili, stipando migranti in treni con porte bloccate come i terribili treni bestiame usati dai nazisti, costruendo nuovi muri.

E noi cosa possiamo fare per impedire che queste cose si ripetano? Me lo chiedo. C’è sempre qualche cosa di più che si può fare. La base, però, è non dimenticare. Non vivere ogni giorno fingendo che questa pace e questo benessere siano stati dati una volta per tutti e gratuitamente. No, il nostro benessere è stato costruito sul sangue di milioni di innocenti.

Mi guardo intorno, in questo campo ci sono almeno 500 persone in questo momento. Sembra un luogo tranquillo. L’apparenza del male. Oltre che la banalità. Era un luogo di morte. Di dolore. Faccio 4 ore di tour. Muoio di fame ma non mi azzardo a tirar fuori niente dalla sacca nemmeno una caramella. Vedo attorno a me gente che passeggia, ride, scherza con i bambini. Li lasciano giocare coi le pietre usate per dare visibilità agli spazi in cui un tempo sorgevano le baracche. Dove un tempo 150 persone e più venivano stipate fino alla morte. La guida racconta che in quelle baracche mangiavano, facevano i loro bisogni e morivano. Ogni giorno per anni.

E la gente, malgrado tutto, è lì quasi impassibile. Mangiano panini, fumano sigarette e le gettano a terra. Turisti. Ed è questo il dramma per me: sento un moto di rabbia che esplode. Non siete in vacanza vorrei gridare. Non siete in una spiaggia libera, non siete a fare un pic-nic. Siete nel luogo della memoria. Siete in un cimitero all’aperto dove riposano le ceneri di migliaia di innocenti trucidati. Siete in un luogo dove la dignità umana è stata calpestata quasi fino a farla sparire.

Questo è il problema. Questo è il vero problema della nostra comunità: non tanto il dimenticare, quanto il ricordare trasformando la storia in un Parco Giochi. Un luogo come tanti per un turista qualsiasi. Provo ancora più vergogna. Mi chiedo: ma cosa si porta nel cuore questa gente quando torna a casa? Un viaggio come un altro? Non so. Mi interrogo.

Nella conclusione del tour ho fotografato una frase impressa su una parte. Si tratta della testimonianza di un sopravvissuto che pensando all’Europa dice che questa non potrà esistere senza commemorare tutti coloro che, a prescindere dalla loro nazionalità, furono uccisi con odio e disprezzo, che furono torturati a morte, lasciati morire di fame, gassati, arsi o appesi. In questa frase io ci leggo il senso, se non tutto, una importante parte di esso, dell’Europa come Unione: un progetto di pace. Un progetto che unisca e scongiuri orrori di questo tipo.

Vorrei fosse così in tutto il mondo. E vorrei che l’Europa di oggi fosse davvero quello spazio di pace e di serenità che desideriamo. Una vera Unione di popoli, speranze e memorie.

 

Se questo è un uomo. Riflessioni dopo la visita a Sachsenhausen

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