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Perugia ─ In un fondo uscito qualche giorno fa sul Washington Post, Nicholas Burns e David Miliband sostenevano che «il dibattito su una no-fly zone su tutta la Siria per proteggere i civili dalle micidiali barrel bomb del governo Assad, ha bisogno di passare dagli slogan ai dettagli». L’idea, non nuovissima ma ci si tornerà, viene da due figure non di secondo livello: Burns è un editorialista, professore alla Kennedy School of Government di Harvard, che ha avuto ruoli nell’Amministrazione e all’Onu con Bush Jr, membro del board del think tank di Washington Atlantic Council; David Miliband, invece, è il fratello del leader laburista inglese Ed, ex stella nascente della politica britannica, ex ministro degli Esteri dal 2007 al 2010 (governo-Brown) e attualmente direttore della storica organizzazione umanitaria newyorkese (fondata nel 1933 da Albert Einstein) International Rescue Comitee.

Secondo i due, la situazione siriana è arrivata a un punto davvero insostenibile ─ 220 mila morti, 11 milioni di rifugiati, praticamente la metà delle popolazione totale ─ anche perché il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è stato «né un pacificatore né un antidolorifico». Certo, l’Onu non è che abbia mai spinto sull’acceleratore per risolvere le crisi, e l’inviato speciale Staffan de Mistura è spesso isolato e dunque spompato: d’altra parte, la linea dettata dagli Stati Uniti, e sposata dall’Europa, è il “non-coinvolgimento”. Troppo rischioso, e poi c’era lo spauracchio lanciato continuamente dai consiglieri militari di Obama: finirci dentro potrebbe significare inviare decine di migliaia di soldati in un pantano come quello siriano. (Anche se poi tutto rischia di passare per inerzia).

Secondo Burns e Miliband la soluzione del conflitto sta nel coinvolgimento profondo in attività di mediazione di Russia, Iran, Turchia e i Paesi arabi (partner non certo impeccabili e piuttosto coinvolti nella crisi), ma innanzitutto in questo momento si deve partire da azioni umanitarie: come la “sistemazione” dei rifugiati, per esempio. Le Nazioni Unite hanno fatto appello affinché l’Occidente si occupi di reinsediare almeno 130 mila rifugiati siriani tra i più vulnerabili. Finora gli Stati Uniti ne hanno accolti soltanto 1000: a fronte, c’è un impegno di prenderne 65 mila (cioè la metà del totale, come da prassi storica). Contemporaneamente gli stati occidentali dovrebbero promuovere iniziative per aumentare il sostegno economico a Paesi come il Libano, la Turchia, e l’Iraq (che non è messo benissimo, diciamo), che sono quelli che si trovano un’emergenza interna creata dai campi per i profughi che fuggono dal conflitto ─ in questi stati per ovvie ragioni geografiche. Attualmente, il sostegno economico si aggira intorno al 25% dei costi, poco. Pure l’imposizione della no-fly zone, rientrerebbe secondo gli autori del fondo, in questo genere di iniziative umanitarie.

La proposta ha come obiettivo un valore superiore, un fine alto, la protezione dei civili innocenti, ma non va dimenticato che dichiarare una no-fly zone è a tutti gli effetti un atto di guerra. La violazione da parte di unità dell’aviazione siriana, dovrebbe ricevere una riposta militare, e a monte occorrerebbe impedire a quei velivoli di alzarsi in volo. Un impegno forte, da tempo in discussione, finora sempre sacrificato sull’altare del disimpegno. Già nel 2012 turchi e francesi avevano proposto un’area interdetta agli aerei di Assad nel nord siriano, ma la Cia si oppose ─ troppo impegnativo, e sembra che la questione abbia anche avuto un peso sulle dimissioni (settembre 2012) di Frederic Hof, ex inviato speciale dell’Amministrazione americana per la Siria. Erano i giorni del discorso di Obama da Boca Raton, in Florida, quello che secondo diversi analisti è stato il momento in cui Washington ha voltato le spalle ai ribelli e perso il bandolo della crisi: niente armi americane ai ribelli disse il Prez ─ poi la storia ci ha insegnato che ha cambiato idea una quindicina di volte: adesso siamo al punto in cui la Casa Bianca prova a formare un fantomatico e quasi ironico esercito con ciò che è rimasto dei ribelli moderati per mandarli come propri “boots on the ground” contro l’IS ─ e niente no-fly zone, tutto troppo costoso e troppo rischiso. Qualche tempo dopo, uscì un paper che sbugiardava l’allarmismo dei vertici del Pentagono sul costo e sui rischi di imporre una no-fly zone in Siria a firma di Christopher Harmer ─ un ex analista della marina che ora lavora per l’Institute for the Study of War (think tank che ha analizzato dal punto di vista politico e militare le guerre americane in Iraq e in Afghanistan, e che segue anche la crisi in Siria). Harmer spiegava in dettaglio che non sarebbero serviti molti mezzi (e dunque molti fondi), ma avendo analizzato ciò che restava dell’Aviazione siriana, tre navi da guerra e una ventina di aerei sarebbero stati sufficienti e non avrebbero messo a rischio gli americani.

In mezzo, poi, si è messo lo Stato islamico, che ha coperto col sospetto dell’aiuto ai jihadisti qualsiasi iniziativa internazionale a favore dei civili siriani: ora, in Siria, pure inviando aiuti ai bambini si rischia di rifornire le mense dell’IS. Di questa scenografia, Assad è coautore: nel 2011, quando esplodeva la protesta, il regime siriano liberava centinaia di jihadisti dalle carceri mentre incarcerava altrettanti ribelli moderati. L’intento era far passare la rivolta come un qualcosa di spinto esclusivamente da pericolosissimi radicali, soggetti che meritavano una dura repressione: contemporaneamente, il caos che si creava, avrebbe bloccato ogni genere di iniziativa internazionale ─ ivi compresa una no-fly zone per proteggere i civili ─ lasciando Assad libero di muoversi.

Dall’altro lato della bilancia, però c’è il non fare niente per difendere i civili, i più colpiti dai bombardamenti degli elicotteri governativi, e le accuse della organizzazioni internazionali. Di nuovo, Barack Obama, anche a fronte di appelli diretti come quello uscito sul WaPo, dovrà tornare a barcamenarsi in questo scenario grigio e ambiguo ─ l’uso, a fin di bene, delle contromisure militari. Sprazzo positivo (col beneficio del dubbio): il raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano, può essere sotto quest’ottica un punto a favore. Teheran è un partner discutibile del regime siriano, su cui comunque esercita una forte influenza ─ anche perché, al momento, è la principale fonte di credito. La Repubblica Islamica, a questo punto, potrebbe (dovrebbe) fare pressioni per un regime change a Damasco, una mediazione politica che potrebbe dare spazio alla possibilità, in continuità, di una no-fly zone su tutto il Paese, come chiaro impegno del nuovo governo all’apertura.

@danemblog

 

 

 

E se la no fly zone sulla Siria non fosse più solo uno slogan?

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