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Coinvolgere allo stesso tempo Iran e Turchia per estirpare una volta per tutte la gramigna dei drappi neri. È la doppia scommessa di Washington nella guerra al Califfato, che grazie alla convinta adesione di Ankara sembra oggi giunta a una svolta, seppur fragile. Questo cambio di marcia del presidente Recep Tayyip Erdogan, nasconde però – secondo alcuni osservatori – un contraddittorio e pericoloso doppio gioco, messo in luce dalle cronache di queste ore.

LE ULTIME ORE

Ieri, un’autobomba ha ucciso due militari nella città di Lice, nell’Est del Paese. Secondo le autorità turche si sarebbe trattata di una rappresaglia dei militanti curdi per i bombardamenti contro le postazioni del Pkk in Iraq. Mentre a Istanbul la polizia si è scontrata con gruppi di estrema sinistra, colpiti dall’ondata di arresti “anti terrorismo” voluta da Erdogan, e un agente ha perso la vita. Episodi in parte collegati, ma che per essere compresi necessitano di un passo indietro.

IL CAMBIO DI MARCIA

Il 23 luglio, all’indomani della strage di Suruc, la prima dell’Isis nei confini turchi, Ankara ha annunciato – a seguito di una lunga conversazione telefonica tra Erdogan e Barack Obama sulla situazione in Iraq e Siria e la lotta contro lo Stato islamico – di voler mettere a disposizione la base aerea di Incirlik, presidio militare dell’Alleanza Atlantica nel sud del Paese, per i raid di bombardamento diretti contro gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi. Un cambio di passo notevole, innescato inizialmente dalla paura di perdere centralità in Medio Oriente dopo il ritorno in grande stile di Teheran sulla scena internazionale – come spiega il Financial Times – e poi sviluppatosi rapidamente sulla scia della lotta al jihadismo, nonostante le numerose e recenti ambiguità. La Turchia continua infatti a non aderire ufficialmente alla coalizione internazionale anti-Isis e in questi anni – ricorda l’agenzia Reuters – ”migliaia di combattenti”, occidentali e non, ”si sono uniti allo Stato Islamico attraversando” indisturbati “la Turchia”. Il governo turco ha sempre respinto le accuse di collaborazionismo da parte dell’opposizione e degli analisti di politica internazionale, ma gli esperti non hanno mai avuto dubbi in merito.

COSA È SUCCESSO

La Turchia ha quindi ceduto alle pressioni degli Stati Uniti? “Questa prospettiva contiene una parte della verità, non tutta”, scriveva sabato scorso Alberto Negri sul Sole 24 Ore. “La Turchia aveva già a sua volta tentato di coinvolgere Washington facendo pressioni sin dall’autunno 2011 per una “no-fly zone”, una zona con divieto di sorvolo e l’insediamento di una fascia di sicurezza in territorio siriano, misure dirette a colpire il regime di Bashar al-Assad (e a smembrarne lo Stato, come lo stesso dittatore siriano ha ammesso rassegnato pochi giorni fa in un’intervista alla tv venezuelana Telesur, ndr). “Non è un caso che la concessione della base di Incirlik – proseguiva Negri – sia avvenuta, secondo fonti diplomatiche turche, con la promessa di dare ad Ankara un’area per impedire il sorvolo ai jet di Assad e prevenire l’avanzata dell’Isis e del fronte Jabat al Nusra, espressione militare di Al Qaeda”. Un impegno che – rimarca il Washington Post – verrà mantenuto oggi, in un vertice straordinario della Nato richiesto da Ankara, durante il quale sarà illustrato l’accordo di massima tra Usa e Turchia per creare una zona franca, libera dall’Isis, lungo il confine a Nord di Aleppo.

LE RAGIONI

Così Ankara, crede il Guardian, è intervenuta militarmente per sfruttare a suo vantaggio la questione del terrorismo per raggiungere obiettivi che vanno al di là dell’Isis. Quello più importante, è stato la possibilità di bombardare senza troppe opposizioni anche gli insediamenti curdo-siriani che si battono contro il Califfato, impedendo così, come ricordava a Formiche.net l’esperto Lorenzo Vidino, che si possano gettare le basi per un futuro Stato ai confini della Siria. Un timore cresciuto in Turchia dopo le recenti elezioni, che a giugno hanno visto il partito Hdp filo-curdo entrare per la prima volta in Parlamento oltrepassando la soglia di sbarramento del 10%, impedendo all’Akp di Erdogan e del primo ministro ad interim Ahmet Davutoglu di conquistare quella larga maggioranza necessaria ad attuare senza problemi le agognate riforme costituzionali in senso presidenziale.

I RISULTATI DI ERDOGAN

In questo modo, sottolineano gli analisti, Erdogan, apparentemente sconfitto dopo il deal con l’Iran, porta invece a casa in un colpo solo risultati non da poco: indebolire i curdi, dare un altro colpo al nemico Assad, allungare le mani su un pezzo di Siria, colpire l’opposizione interna di sinistra, ricordare all’Isis chi comanda. E infine, forse il più importante, lanciare un messaggio di forza a Teheran, dopo l’arenamento delle ambizioni neo ottomane del partito del presidente.

Ecco i veri obiettivi di Erdogan nella lotta a Isis

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