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Sarà pure un giovane caudillo, un maleducato di talento e quant’altro si possa dire male di lui (chi scrive non si è mai fatto mancare nulla nell’esercitare il diritto di critica al premier), ma anche questa volta – sull’affaire pensioni – Matteo Renzi ha dimostrato di avere una marcia in più dei suoi rivali ed oppositori, i quali, anche dopo l’annuncio del decreto legge, continuano ad abbaiare alla luna, come se fosse non solo possibile, ma anche ragionevole rimborsare a tutti i pensionati (titolari di trattamenti a suo tempo superiori a tre volte l’importo del minimo) il taglio della perequazione automatica nel 2012 e nel 2013 con i conseguenti trascinamenti anche negli anni successivi.

Saremo pure un Paese di anziani (destinati ad esserlo ancora di più), ma non sta scritto da nessuna parte che i diritti dei pensionati (al pari delle prerogative dei maiali della “Fattoria degli animali”) siano più sacrosanti di quelli degli altri cittadini. E’ bene non dimenticare che un “tesoretto” di oltre 2 miliardi, inizialmente destinato all’inclusione sociale e alla lotta alla povertà, sarà dirottato, con il decreto annunciato dal Governo, a beneficio di qualche milione di pensionati che certamente poveri non sono. E non si venga a dire che, in un periodo di crisi, i diritti previdenziali sono i soli che non possono essere minimamente messi in discussione.

Del resto, la sentenza n.70/2015 si è guardata bene dal dichiarare l’illegittimità di qualunque misura di manomissione della perequazione automatica. Se lo avesse fatto, la Consulta avrebbe smentito la sua stessa giurisprudenza. Invece, nelle motivazioni della sentenza n.70, la Corte ha ricordato di aver respinto il ricorso contro l’intervento effettuato dal Governo Prodi, nella legge finanziaria del 2008, con il quale era stata tagliata, per un anno, l’indennità di rivalutazione sulle pensioni superiori a otto volte l’importo del minimo. Un’operazione che gravò su quei pensionati per 1,4 miliardi (mai più restituiti) e che concorse a finanziare il discutibile superamento del c.d. scalone di cui alla riforma Maroni (legge n.243/2003). Nel caso del comma 25 dell’art.24 del decreto Salva Italia, la sanzione di incostituzionalità ha riguardato il livello, ritenuto dai “giudici delle leggi” troppo basso, delle pensioni salvaguardate.

In sostanza, secondo la Corte, perché fosse ritenuto ragionevole e proporzionale il sacrificio richiesto ai pensionati, sarebbe stato necessario tutelarne un numero maggiore spostando più in alto il cursore dell’esonero. Il Governo, pertanto, ha agito nell’unico modo possibile, rimborsando – una tantum – solo una parte dei pensionati. E lo ha fatto in conformità col dispositivo della Corte. Sarebbe stato paradossale, invece, che una sentenza della Consulta (rivolta a tutelare le pensioni medio-basse ingiustamente colpite – ad opinabile parere dei giudici – nel loro potere d’acquisto dalle misure sulla perequazione) si fosse risolta pure in un beneficio a favore degli assegni medio-alti e alti, sui quali, tuttora ad avviso della Corte stessa, è legittimo intervenire.

E’ quanto sarebbe avvenuto se il Governo avesse optato per un rimborso integrale. Si potrà dire che cavarsela con un’erogazione “una tantum” – sia pure frazionata rispetto all’ammontare degli assegni – è un modo disinvolto di procedere che darà luogo a parecchi ricorsi. Siamo, però, pronti a scommettere che, se il provvedimento dovesse pervenire, tra qualche tempo, all’esame della Consulta, essa non potrebbe che riconoscerne la legittimità proprio sulla base delle motivazioni della sentenza n.70/2015.

Va poi sottolineato che l’esecutivo ha voluto prendere adesso una decisione scomoda. Può essere merito del ministro Padoan che ha persuaso Renzi a non tergiversare; oppure possono essere servite le insistenze di Bruxelles. Tuttavia, il premier/ragazzino, alla fin dei conti, ha deciso di andare alle elezioni tra due settimane, sottoponendosi al giudizio degli elettori anche per come ha pelato la “mela avvelenata” ricevuta in dono dalla Corte.

Quei ciarlatani dei suoi avversari pensano di fare il pieno di voti con la sgangherata rivendicazione di dare “tutto a tutti”. Si accorgeranno a loro spese che gli italiani sono più maturi di chi pretende di rappresentarli.

Pensioni, ecco perché Renzi non ha torto sui rimborsi parziali

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