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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Viene proprio in mente Israele, oggi, quando un quadro internazionale, nella fase finale della Trattativa di Losanna tra il P5+1 e la Repubblica Islamica dell’Iran sul nucleare di Teheran si trasforma radicalmente e con la rapidità che la storia talvolta possiede..
Se gli Usa e il resto del P5+1, ovvero appunto Usa, Cina, Federazione Russa, Gran Bretagna e Francia, che dal 2006 trattano con Teheran per la gestione strategica del suo arsenale nucleare militare e civile (del resto, lo sappiamo bene noi in Ue, una divisione netta tra i due ordini della lavorazione dell’uranio non v’è) modificano il loro atteggiamento per quanto riguarda l’arsenale atomico iraniano, davvero questa scelta trasforma l’insieme delle attuali relazioni internazionali.
E però, bisogna ricordarlo, se si fosse lasciato l’Iran correre da solo senza visite Iaea e la trattativa P5+1, oggi la situazione potrebbe essere perfino peggiore.

Teheran avrà una quota non irrilevante del controllo degli Stretti di Hormuz, con il controllo indisturbato e nucleare-convenzionale dell’Isola di Jazirah-e-Qasm, nonché la gestione dell’area fino a Abu Musa, con il centro nucleare di Bushehr che è sulla costa, verso Nord e dopo Lingeh, quasi davanti al Kuwait, con un facile e immediato, per l’Iran, controllo di Fao e l’indiretto controllo, missilistico e non, di Basra.
La Repubblica Islamica Iraniana ha tentato, come è stato verificato dalla Iaea, e fin dal 2005, di integrare la sua rete di missili Shahab 3, che hanno un raggio di azione di 800 miglia, con l’armamento nucleare in fase di elaborazione nelle basi di produzione dell’uranio arricchito tra Teheran, che “copre” l’area tra il Mar Caspio e il Grande Medio Oriente e Darkhovin, ai confini settentrionali del Kuwait fino alla già citata Bushehr, davanti all’Arabia Saudita.

È vero, l’arricchimento delle armi nucleari è del 90% del materiale e occorre una struttura metallica ad hoc, ma niente vieta che questo accada.
Con quest’accordo di Losanna, se avverrà come lo si prevede ora, Teheran si costituisce come una potenza regionale di almeno pari potenziale strategico rispetto all’Arabia Saudita. Quello che manca a Teheran come tecnologia militare (ed è poco, l’Iran fa tutto “in casa” e spesso copia armi evolute occidentali) sarà coperto dal nucleare militare-civile.
Magari con qualche bomba “sporca” che ha un rilievo politico e strategico pari a quelle nucleari “pulite”.
I sauditi però hanno già sottoscritto un Mou (Memorandum of understanding) con la Corea del Sud per due reattori nucleari da 2 miliardi di dollari.

Riyadh non ha nascosto che potrebbe rivolgersi anche al Pakistan, al quale i sauditi sono da sempre molto legati, per le tecnologie nucleari e, soprattutto, per comprare una o più bombe atomiche “chiavi in mano”.
La “terra dei puri” di Islamabad non ha certo poche testate, infatti ne possiede, secondo le ultime rivelazioni, ben 130; alle quali, per un accordo di scambio strategico, potrebbero unirsi alcune delle testate nucleari della Corea del Nord, che sono in minor numero ma appaiono sempre tenute in ottima efficienza.
Ecco, Gerusalemme, con qualche buon fondamento, sa bene due cose: un programma civile per l’arricchimento dell’uranio è perfino molto più impegnativo di un progetto nucleare militare.

Inoltre, diversamente da quanto afferma il presidente Barack Obama, un “piccolo progetto” per la separazione degli isotopi 235 di uranio dal resto del minerale semplicemente non esiste.
La scala del sistema è inevitabilmente, per sua stessa natura, molto grande e quindi inevitabilmente “dual use”.
Peraltro, fino ad oggi, l’Iran ha arricchito molto più uranio di quanto non gli serva per le sue dichiarate necessità civili.
Mi ricordo, pochi anni fa, un servizio al primo canale della televisione di Teheran, dove uno scienziato, probabilmente sullo sfondo della centrale di Bushehr, faceva vedere come l’energia atomica del sito faceva crescere rapidamente dei bei pomodori rossi.

Ecco, il nucleare non si pone in atto per far crescere pomodori e cetrioli, ma per ben altro, come è facile intuire.
Peraltro, anche oggi, le centrifughe iraniane sono troppo poche per sostenere un reattore nucleare pacifico e moderno, e sono ancora troppo poche per sostenere la produzione di materiale nucleare bellico di qualche rilievo strategico. Ma, con questi ritmi dentro gli accordi di Losanna, tutto è ancora possibile, per Teheran. Naturalmente, quando si parla dell’arma atomica non importa in quando, ma solo il se e il come. È questo il vuoto strategico e concettuale della attuale trattativa svizzera, che può essere risolto solo o da una azione seria di intelligence oppure da una programmazione strategica raffinata e di lungo periodo.

Finora, Teheran è a due terzi del suo livello di produzione di materiale nucleare bellico. Se le novemila centrifughe oggi in azione in Iran lavorano a pieno regime, però, la quantità di materiale nucleare per gestire una bomba si raggiunge da oggi in due mesi.
Bene: o Teheran smantella subito la sua area di produzione di plutonio ad Arak, al centro del Paese ma in direzione dell’Arabia Saudita, oppure tiene dormienti almeno 1500 delle centrifughe oggi in azione.

Se si rimane quindi alla “limitata capacità di produzione” nucleare per Teheran, citata da Obama, non se ne esce. Non sembri quindi una ossessione di Gerusalemme questa del nucleare iraniano che, comunque, Iaea e P5+1 sono riusciti a controllare strategicamente per anni, lasciando aperto un canale sia di pressione che informativo del massimo rilievo strategico.
Finora, e mi scuso per gli inevitabili dettagli tecnici, al febbraio 2015 l’Iran aveva prodotto uranio esafluoride per 14.175 chili, con 7.953 chili di materiale in attesa di arricchimento.

Con gli oltre 7mila chili di uranio in fase di elaborazione, si fanno almeno sette bombe.
E come si fa a garantire che la Iaea e il P5+1 possano controllare efficacemente la situazione?
Ogni preavviso è sempre eccessivo o inutile, in questi casi.
Ecco: sul piano geostrategico, ciò vuol dire che Teheran gestirà il suo potere di proiezione verso il 23% dei musulmani nel mondo, che sono sciiti, e che si trovano per l’80% in aree strategicamente importantissime: Iran, Pakistan, India, Bahrein Azerbaigian e Iraq.
Per non parlare della grandi minoranze del “partito di Alì” in Kuwait, Yemen, Libano.
E in tutte le aree a maggioranza sunnita, dall’Afghanistan a Kayan e nella provincia di Herat e Farah.

Dove c’è un fil rouge strategico globale, lì gli sciiti sono presenti e separati dai sunniti. Che poi Teheran voglia creare una “internazionale sciita” è ormai evidente.
Che questo progetto geostrategico abbia a che fare con la gestione selettiva dei passaggi nello Stretto di Hormuz e di Bab el Mandeb, con il 40% del petrolio mondiale e il 38% del commercio mondiale via mare, è ugualmente evidente.
Che far giocare i sunniti sauditi contro la grande internazionale sciita, senza peraltro possedere, per noi in Occidente, nessun “dente” strategico interno, sia un gioco pericoloso, è anch’esso evidente.

Che poi Teheran si limiti ad una semplice proiezione di potenza regionale, a quello che si vede dalle loro dichiarazioni, è ancora meno probabile.
Siamo quindi a definire, da Losanna in poi, n gioco molto pericoloso, che indica solamente come gli Usa si siano illusi con il loro gas e petrolio da scisti bituminosi, i quali comunque non li salveranno dalle necessità oggettive della geopolitica mediorientale, nella quale dovranno ancora giocare un qualche ruolo.

Peraltro, con questa Unione Europea, chi altri potrebbe?

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