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Pubblichiamo la lettera aperta di Paolo Savona al ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, uscita sui quotidiani Italia Oggi e Mf/Milano Finanza diretti da Pierluigi Magnaschi

Si sente ripetere in continuazione che bisogna fare le riforme per migliorare la competitività e, a quel punto, la ripresa dell’economia italiana diverrà soddisfacente. Viene però trascurata l’indicazione dello schema di riferimento economico entro cui questa politica andrebbe attuata. Eppure è il fondamento logico su cui basare tutte le decisioni. Tralasciamo come la pensa in proposito l’Europa, divenuta patria di superbie intellettuali inaccettabili, ma accettate senza far nulla, e veniamo all’Italia.

L’economia del nostro Paese presenta un avanzo di parte corrente della sua bilancia estera che The Economist colloca a 42 mld di euro su base annua, pari a circa il 2% del suo PIL; è questa una percentuale di eccesso di risparmio che, se impiegata all’interno, potrebbe portare la nostra crescita a livello tale da consentire una ripresa dell’occupazione. Ciò di cui abbisogna il Paese è quindi di tramutare l’eccesso di risparmio in domanda interna, meglio dal lato degli investimenti, ma andrebbe bene anche da quello dei consumi. Invece si suggerisce di rafforzare le riforme per migliorare la competitività delle nostre esportazioni, ossia aumentare il nostro surplus sull’estero, essendo proibito in Europa varcare la soglia del 3% di deficit di bilancio pubblico per riciclare nell’economia l’eccesso di risparmio che causa deflazione. La conclusione è che non resta che seguire la via deflazionistica inventando piccoli marchingegni che diano l’illusione che l’intero Paese sia in condizione di uscire dalla crisi.

La Francia ha un passivo di bilancia estera di circa l’1%, usa cioè risparmio estero per sostenere la domanda interna, e la Spagna un attivo inferiore a mezzo punto del rispettivo PIL, nonostante abbia il doppio della disoccupazione dell’Italia. Come Marco Fortis non si stanca giustamente di ripetere, il grado di competizione dell’Italia sul mercato globale è evidentemente molto più elevato di quello dei due paesi latini. Lo schema di riferimento per i tre paesi considerati è quindi diverso, ossia sollecita politiche ad hock, mentre si tenta di calarne una sola, sia monetaria che fiscale, con conseguenze scoraggianti. La risposta sarebbe di permettere scelte consone alle situazioni da affrontare, non quelle scritte nei manuali di Bruxelles. Se continuiamo a chiamare politiche di austerità quelle imposteci dai Trattati europei che abbiamo inconsciamente firmato, confondiamo una malattia grave con un’influenza stagionale e si preferisce pensare che quando verrà la primavera delle riforme il malessere passerà. La Grecia, che avrebbe bisogno di una politica specifica, da tempo viene sospinta verso il default o la rivoluzione sociale.

Le riforme sono e devono essere, caro Ministro, e ben lo sai, processi lenti e continui per assorbire tossine accumulate nei decenni, dove le cure da cavallo non solo non possono essere praticate – e, infatti, non lo sono – ma possono entrare in conflitto con la realtà economica da affrontare. Come quella che deve essere affrontata, che richiede maggiore domanda interna, l’unico modello di sviluppo che può funzionare, e non maggiori esportazioni, come quelle che si auspicano. La percentuale di esportazioni è pari a circa un quinto del totale. Come è possibile affidare a esse il compito di trainare l’intera economia? Ciò non significa che una singola impresa esportatrice non possa aumentare la sua presenza all’estero se può, ma che la politica deve indirizzare il suo intervento verso l’aumento della domanda interna. Poiché la spending review richiede un consenso più generale e la riduzione delle tasse non è praticabile perché abbaiano i cani da guardia, non resta che riaccendere il motore dell’edilizia, che ha sempre ben funzionato. L’obiezione che le imprese edili hanno abusato di questo strumento macroeconomico non vale, perché l’abuso, quando c’è stato è stato permesso dagli organi dello Stato ed è da questi che si deve partire. Queste sono vere riforme urgenti coerenti con il modello di riferimento della nostra economia.

So bene che l’obiezione consueta è l’esistenza del nostro debito pubblico, che paralizza le scelte perché si vuole che le paralizzino. Mi domando perché, approfittando dei bassi tassi e dell’abbondante liquidità, non si riprende in mano un’operazione straordinaria di allungamento del debito a condizioni vantaggiose per i titolari, ponendo a garanzia il patrimonio dello Stato, secondo le linee che tempo addietro su MF-Milano Finanza ho avanzato con Michele Fratianni e Antonio Rinaldi. So altrettanto bene che quando si parla di “usare” il patrimonio pubblico si raddrizzano i capelli di molti benpensanti, spero non i tuoi. Vogliamo disfarci di questo macigno che grava sul nostro futuro? Oppure esso è necessario così com’è per mantenere il controllo politico della situazione, come accadde con il governo Ciampi? Se il livello del debito funge nell’immediato da barriera protettiva contro le pressioni per maggiore spesa pubblica, nel più lungo andare – e già ci siamo – è un nodo scorsoio attorno al collo del Paese.

Caro ministro Padoan, mi permetta un paio di consigli sulla politica economica

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