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L’intensità dello scontro militare, tra Israele e una parte del mondo arabo, ha raggiunto una dimensione tale da far impallidire quanto era avvenuto nei precedenti settanta anni di storia. Vale a dire dalla nascita dello Stato di Israele (1948), alle tre successive guerre (1956, 1967 e 1973) quindi dal continuo stillicidio di attentati e morti violenti, con il loro culmine nelle due intifada, per giungere infine al 6 ottobre dello scorso anno, quando nulla lasciava prevedere la grande carneficina del giorno successivo a danno di giovani inermi o la devastazione di interi villaggi. In totale: 1200 morti, di cui 850 civili, compresi numerosi bambini, e 250 ostaggi trascinati nei sotterranei di Gaza.

Una svolta così violenta, pur in una vicenda segnata dalla quotidianità dell’orrore, non nasce per caso. Non è il frutto di un’iniziativa estemporanea. Tanto più se si considera ch’essa era stata preparata da tempo, organizzando una complessa logistica che aveva richiesto una concentrazione di mezzi e qualche sofisticata apparecchiatura. Il tutto condotto in modo tale da sfuggire all’attenzione di uno dei più forti apparati di intelligence (il Mossad) di tutto l’Occidente. Per quanto quest’ultimo fosse distratto e concentrato su fronti diversi.

Se non scelta impulsiva, allora essa fu figlia di un disegno che ancora oggi è difficile decifrare. Ed è grave che di questo non si discuta: non tanto per dovere di cronaca, quanto per coglierne tutte le possibili implicazioni. A loro volta necessarie per tentare di intuire i possibili sviluppi di una vicenda altrimenti insondabile. Le cui approssimate chiavi di lettura possono indurre a più di un errore di valutazione. E portare a delle prese di posizioni politiche che ben poco hanno a che fare con la realtà dei fatti.

Se le domande poste sono calzanti, lo devono essere anche le risposte. E allora non resta che individuare quell’avvenimento che, per la sua portata, era in grado di giustificare un attacco di quella dimensione e violenza. Qualcosa, in altri termini, ch’era in grado di segnare profondamente gli sviluppi futuri dell’intera questione mediorientale. Gli accordi di Abramo furono firmati il 13 agosto del 2020, tra Israele e gli Emirati arabi e successivamente tra Israele e il Bahrein. Agli stessi avevano aderito, in tempi successivi, il Sudan, l’Egitto e il Marocco, le cui relazioni con Israele erano state, tuttavia, da tempo normalizzate. Successivamente lo stesso Bahrein aveva firmato con gli Stati Uniti un accordo di mutua assistenza militare.

Fin dall’inizio si era capito che dietro questo piccolo Stato, dirimpettaio dell’Iran, era l’Arabia Saudita. La quale non solo gli aveva garantito adeguate forniture di petrolio. Ma era intervenuta a fianco delle forze di sicurezza nel reprimere una rivolta sciita, a sua volta (almeno secondo le accuse), alimentata dall’Iran. Essendo sciita la maggioranza della popolazione del Regno, questo spiegava la grande suscettibilità della Corona di fronte alle interferenze esterne. Al punto da non avere più – unico Paese del Golfo – rapporti diplomatici con il Paese della Guida suprema. Che a sua volta alimentava la guerra civile nello Yemen.

Forte di questi progressi, la stessa Arabia Saudita, guidata da Mohammed bin Salman, aveva dato inizio ad una serie di colloqui rivolti a negoziare direttamente con lo Stato di Israele. In pentola bollivano molte cose. Conservare, innanzitutto, la propria leadership regionale, quindi ristabilire migliori relazioni con gli Usa, al fine di ottenere il loro appoggio per portare avanti un proprio programma nucleare per uso civile. C’era poi il problema della diversificazione economica post-oil di Vision 2030, che richiedeva stabilità e interdipendenza regionale. Tutto ciò portava a stabilire relazioni con lo Stato ebraico, senza per altro tradire le attese di quei palestinesi che non si riconoscevano nelle parole d’ordine di Hamas. Missione difficile, ma non impossibile.

Se questa tessitura fosse andata avanti, le conseguenze del progetto sarebbero state tali da alterare profondamente gli equilibri geopolitici dell’intera zona. Fino a prefigurare, per la prima volta, una pace duratura. La forza tecnologica di Israele, e il suo sistema di relazioni internazionali, infatti, si sarebbe saldata con le enormi ricchezze finanziarie di quel Paese dando luogo a un nuovo soggetto politico, in grado di dominare l’intera scena. Con scorno, soprattutto, di coloro che, in nome di un Islam radicale e fondamentalista, speravano invece di avere un ruolo da giocare.

Il sogno delle gerarchie religiose iraniane. Colpite al cuore dalla piega che stavano prendendo gli avvenimenti, e le reazioni non si fecero attendere. Ad intervenire, tra i primi, il presidente Ebrahim Raisi, a commento dei colloqui tra Netanyahu e Biden, in occasione dell’assemblea nazionale dell’Onu, in cui entrambi si erano rallegrati (era la fine di settembre del ‘23) dei progressi compiuti nel difficile gioco della ricerca di una pacifica convivenza : “Crediamo – aveva detto – che una relazione tra i Paesi della regione e il regime sionista sarebbe una pugnalata alle spalle del popolo palestinese e della loro resistenza”. Solo qualche giorno dopo partiva l’attacco del 7 ottobre contro Israele.

Non un’azione di guerra. Non un tradizionale attentato, ma un’ordalia. Un giudizio di Dio contro un popolo inerme, colto nel momento della sua più serene intimità, come poteva essere una normale festa di giovani. Continuato con la caccia sistematica contro gli abitanti del luogo. Nella devastazione delle case e nello stupro di massa. Qualcosa che ha a che vedere con la violenza e la mancanza di umanità che ha sempre caratterizzato, in ogni possibile latitudine, la guerra di religione, nel grido assordante di “Dio lo vuole”. C’era tutto questo in quel susseguirsi di infamità, con l’idea, tuttavia, di dare un messaggio di potenza. In grado di alimentare le attese di seguaci e simpatizzanti. Per far sì che il credo sciita potesse conquistare nuovi proseliti.

Se questo è stato il susseguirsi degli avvenimenti, non resta che interrogarsi sulle differenze che, ancora oggi, intercorrono tra Hamas, Hezbollah o Houthi da un lato e la vecchia guardia Al Fatah dall’altro. Movimenti islamici di varia natura, i primi, che, in nome di un Islam militante, hanno preso il posto del vecchio nazionalismo palestinese, che faceva capo a Yasser Arafat. E che aveva una sua giustificazione storica. Ma oggi tutto questo non c’è più. Al contrario c’è un pezzo di Medio Evo, quale è il regime degli Ayatollah, che in sintonia con Putin, vorrebbe distruggere il decadente Occidente. E tutto ciò che esso rappresenta.

Lo vorrebbe fare utilizzando i palestinesi come una testa di ariete. Chiamando a raccolta tutti coloro che non condividono le modalità scelte da Israele per difendere la propria esistenza. Che, come in effetti è avvenuto, può anche scadere in un eccesso di difesa. Ma quale è l’alternativa? Schierarsi con il Re di Prussia? Con coloro che sono liberi di uccidere le donne, solo perché mostrano in pubblico i propri capelli. Che imprigionano coloro che non condividono regole pensate mille anni fa? Che, come al tempo di Papa Re, hanno fatto del potere temporale uno strumento di dominio e di morte? Domande, al momento senza risposte. Mentre in tantissime città europee ed americane risuona il clamore di tante manifestazioni nel segno della più totale ambiguità.

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