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Una coraggiosa auto-riforma tesa a rilanciare le fondazioni di origine bancaria come manifestazione virtuosa delle “libertà sociali” e del principio di sussidiarietà. Tracciando un confine netto con la gestione degli istituti di credito, evitando conflitti di interesse e commistioni illegittime.

È la convinzione espressa dal responsabile del Tesoro Pier Carlo Padoan e dal presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti, che hanno firmato presso il Ministero dell’Economia il protocollo di intesa per la riforma delle fondazioni.

La novità dell’auto-riforma

Un accordo che produrrà effetti rilevanti nella realtà creditizia italiana, e che ha visto autorevoli rappresentanti del mondo finanziario, giuridico e accademico convergere in un giudizio fortemente positivo sulla sua portata ed efficacia.

Il testo, spiega il capo di gabinetto del Mef e regista dell’iniziativa Roberto Garofoli, rafforza il compito istituzionale delle fondazioni: “Un privato sociale rappresentativo dei territori e sempre più prezioso”. Per tale ragione, evidenzia il giurista, l’accordo va giudicato nella cornice degli interventi promossi dal governo per consolidare l’assetto creditizio. Compresa la controversa trasformazione del regime delle banche popolari.

Le fondazioni, rimarca il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, hanno contribuito fin dagli anni Novanta al rilancio della realtà bancaria. “Ma per realizzare le finalità peculiari di valorizzazione delle comunità, è stata concepita una diversificazione degli investimenti volta a liberare risorse significative”.

“Fondazioni preziose per le banche”

A riprova del ruolo essenziale esercitato dalle istituzioni no profit nella stabilizzazione e successo degli istituti creditizi è la testimonianza dell’amministratore delegato di Intesa San Paolo Carlo Messina: “Siamo la più forte banca d’Europa e la quarta per valore di Borsa, con 50 miliardi di euro capitalizzati. Per oltre il 25 per cento vediamo presenti le fondazioni, da Cariplo a Compagnia San Paolo. Rivelatesi fondamentali per il nostro successo. Come capo azienda nutro preoccupazione su chi svolgerà parte del loro ruolo finora ricoperto con grande valore”.

Le riserve manifestate dal manager concernono l’obbligo, previsto nel protocollo, di ridurre al 33 per cento la concentrazione del patrimonio delle fondazioni in un’unica banca.

È il segno tangibile, rileva il professore di Diritto amministrativo all’Università Luiss “Guidi Carli” e presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena Marcello Clarich, di un’evoluzione notevole: “Mentre la legge Amato che le costituì nel 1990 poneva un veto quasi assoluto a privatizzare le banche pubbliche trasformate in società per azioni, oggi è previsto un vincolo a vendere le partecipazioni negli istituti creditizi di riferimento”. Una cifra, ricorda il dirigente generale del Tesoro Alessandro Rivera, pari a 19 miliardi di euro.

“Modello di pluralismo economico-sociale”

Grazie alle fondazioni, evidenzia il presidente della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini, nel nostro paese è stato creato un grande polmone finanziario per tutte le attività no profit. Ed è stato promosso un grande percorso innovatore nel mondo creditizio: “Esse hanno concorso alla ricapitalizzazione delle banche e al supporto di manager molto capaci nelle fasi di crisi”.

A giudizio dell’ex ministro della Pubblica amministrazione tutto ciò ha permesso di riscoprire le virtù di un assetto economico-sociale pluralista, fondato sulla sussidiarietà e prezioso nell’attuale scenario di ristrutturazione del Welfare.

L’atto negoziale firmato oggi, osserva, rafforza tale processo senza porre limiti all’autonomia delle fondazioni: “E sbarra la strada a tentazioni statalistiche di iniziative calate dall’alto”. Per tale ragione egli ritiene che la presenza in Cdp di azionisti privati di lungo termine come le fondazioni possa coniugare la sana e prudente gestione economica con il perseguimento di interessi collettivi.

“Fondazioni esempio di liberalismo sociale”

Un’adesione filosofica all’intesa è espressa dall’economista Alberto Quadro Curzio, presidente della Classe di Scienze morali dell’Accademia dei Lincei: “È un passo rilevante per rivitalizzare in Italia il principio di sussidiarietà tipico del liberalismo sociale, con radici antiche nella nostra storia”.

Le fondazioni di origine bancaria, osserva lo studioso, producono beni comuni che non vengono cifrati con un prezzo di mercato. Ma possono essere valutati per efficacia, trasparenza, effetto emulativo verso altre realtà economiche e bancarie, carattere innovativo.

Argomentazioni che trovano eco nelle parole del presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti: “Il Protocollo riconosce il compito essenziale di un mondo che dall’edilizia sociale alla ricerca nell’agro-alimentare, dalla creazione dei distretti culturali allo sviluppo di infrastrutture nel Mezzogiorno, ha fornito un appoggio prezioso per l’economia reale”.

Perché le fondazioni dovrebbero aggregarsi

È esattamente questo, afferma il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi, il motivo per cui fondazioni e banche non possono dipendere troppo le une dalle altre: “Il rischio è creare un circolo vizioso che minaccia la sopravvivenza di entrambe”.

La portata storica del percorso intrapreso 25 anni fa è sottolineata da Giuliano Amato, giudice della Corte Costituzionale e promotore della legge istitutiva delle fondazioni bancarie.

Testo che con la normativa Ciampi del 1998 costituisce l’architrave legislativa di una lunga storia: “All’inizio proprietarie della totalità di banche che dovevano restare a maggioranza pubblica in uno scenario di mercato borsistico asfittico, le fondazioni hanno acquisito nel tempo la fisionomia di un ‘Giano bifronte’: azionisti centrali degli istituti creditizi e istituti no profit”.

Adesso si giunge alla separazione netta di ruoli. Il che, avverte l’ex Presidente del Consiglio, non comporta la loro fuoriuscita dalle banche: “Semmai potrebbe favorire aggregazioni e fusioni per creare anche in Italia grandi soggetti benefattori di tipo nordamericano”.

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