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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

In politica estera, come nella fisica aristotelica, non esiste il vuoto. Dopo la “comprehension” tra il P5+1 e la Repubblica Islamica dell’Iran, la Russia concede a Teheran, a partire dal 13 aprile ultimo scorso, il suo sistema di difesa missilistica automatico S-300, che si può disporre in terra, mare e cielo e colpisce in volo i missili avversari almeno 150 chilometri prima del loro arrivare sull’obiettivo.

Il missile russo (codice Nato SA-10 “Grumble”) è un missile terra-aria; sia fisso che mobile e può intercettare i lanci balistici intercontinentali Nato e degli altri Paesi che circondano la Federazione post-sovietica.

Detto tra parentesi, la nuova “guerra fredda” che si delinea all’orizzonte è, dal punto di vista occidentale, un evidente errore geopolitico: priva il Mediterraneo di una collaborazione russa che è essenziale per la sicurezza militare contro l’Islam jihadista in espansione, svuota l’Africa e una parte del Grande Medio Oriente di una pressione geopolitica che sarebbe utile per stabilizzare la zona, getta infine Mosca nelle braccia di Pechino, con la conseguente chiusura dello spazio dello Hearthland mondiale alla Nato e più in generale ai Paesi della penisola eurasiatica: noi.

La trattativa, che vale 800 milioni di dollari, era in atto, tra Russia e Iran, fin dal 2007 ma ora, guarda caso, l’operazione è andata a buon fine. Come distruggere, in un attimo, l’accordo di Losanna tra il P5+1 e l’Iran.

D’altra parte, l’Iran già produce un missile a lunga gittata con tecnologie autonome, il Soumar, che comunque si basa sulle tradizionali tecnologie russe del Kh-55, e che possiede un raggio di azione di almeno 2mila chilometri.

Già oggi la Repubblica sciita iraniana ha la maggiore quantità di missili balistici disponibili in tutto il Grande Medio Oriente, con una serie di basi (Tabriz 1 e 2, Teheran, Sharud, Mashad, le due basi del sito Imam Alì, Kermanshah, Qom, Semnan e Sharud) che ospitato missili a corto raggio (dai 100 a 500 chilometri) e quelli a medio-lungo raggio, come il Sejil (Ashura) (raggio di 1200 miglia) tali che possono raggiungere sia Israele che tutte le basi militari Nato nel Mediterraneo orientale e centrale.

E’ addirittura ovvio immaginare che nessuno dei Paesi confinanti con l’Iran, a parte Israele, ha difese antimissile capaci di “coprire” i lanci della Repubblica sciita.

I missili balistici iraniani e le strutture per “l’avventura nello spazio” della Repubblica sciita sono anch’essi a Tabriz 1 e 2, ai confini settentrionali dell’Iran, verso l’Azerbaigian, mentre Bakhtaran e le basi Imam Alì sono collocate strategicamente a ridosso del Golfo Persico e alle spalle della penisola arabica.

Le Guardie rivoluzionarie, i Pasdaran, hanno recentemente svolto una esercitazione negli stretti di Hormuz con il loro missile “Grande Profeta 9” simulando l’attacco ad una corvetta Usa. Giova poi ricordare che le 1200 miglia dei missili a media gittata iraniani copre abbondantemente la distanza tra Teheran e Gerusalemme, che è di 970 miglia.

Tanto per fare un po’ di conti, lo Shahab 1 e 2, che sono i vecchi Scud B e C rielaborati, sono in numero di 300 missili per 50 basi di lancio, mobili o fisse, il Tondar 69, sempre a corto raggio, è negli arsenali iraniani perun numero di 200 missili per 20 lanciatori, il Fateh A-110 e siamo sempre in area a corto raggio, non si sa quanti ce ne siano in servizio, mentre i Mbrm della Repubblica sciita, tra Ghadr e Sajil, sono, per quel che se ne può dedurre dalle fonti di intelligence disponibili, almeno 50 in tutto.

La distribuzione della minaccia missilistica iraniana tra corto e lungo raggio ha un significato strategico così evidente che non vale nemmeno la pena di sottolinearlo: controllo e elevato potenziale di distruzione per i Paesi dell’area, minaccia non elevata ma credibile e dissuasiva per i loro eventuali alleati nel Mediterraneo.

Se poi andiamo a vedere, sulla carta geografica, la distribuzione delle principali strutture iraniane nucleari, osserviamo che esse sono in parallelo, e comunque molto vicine, alle basi missilistiche e ai centri di ricerca spaziale della Repubblica sciita. Un caso? Non lo crediamo.

Peraltro, proprio da quest’anno, l’Iran ha la possibilità tecnica di testare in volo un missile balistico intercontinentale.

Quindi, oltre che il vicinissimo Israele, l’Iran potrebbe elaborare una linea di missili balistici a lungo raggio capaci, come rivela un recente report del Dipartimento di Stato Usa, di colpire gli stessi Stati Uniti, data però una “assistenza intermedia”. E qui viene da pensare al Grande Medio Oriente in fiamme dopo la sconsideratissima “Primavera Araba”, dove qualche area, tra il Maghreb e l’Africa subsahariana, che sono ormai in gran parte terre di nessuno, potrebbe essere utile per la gestione di un lancio sufficientemente preciso, a Nord, verso l’Ue o ad Ovest, verso gli Usa, di un Icbm (Intercontinental ballistic missile) iraniano. Per bloccare evidentemente le braccia degli alleati storici di Israele, ormai peraltro molto meno affidabili, per Gerusalemme, di quanto non accadesse anche pochi anni fa.

Anche in questo caso, Mosca riempie il vuoto di potere lasciato dagli Usa e dalla Nato nel Grande Medio Oriente, e utilizza tutte le pedine a sua disposizione: il sostegno militare, nucleare e petrolifero a Teheran, il supporto politico-militare per Bashar el Assad in Siria, la collaborazione con la Cina in Asia centrale, a ridosso del Medio Oriente e l’Arabia Saudita, che ha comprato da Mosca armi per 1,5 miliardi di dollari.

E non dimentichiamo il buon rapporto, silenzioso ma fattivo, che Mosca ha oggi con Gerusalemme. Potrebbe essere, la Federazione russa, un nuovo power broker nella distribuzione dei potenziali strategici mediorientali, mentre gli Usa se ne vanno dall’area e l’Europa fa il suo solito ruggito del coniglio.

Per Vladimir Putin si tratta in primo luogo di arrivare alle “acque calde”, il vecchio sogno dello Zar Pietro II, ed evitare che la Nato prema sul meridione russo, che è essenziale per la sua economia degli idrocarburi.

Se l’Alleanza atlantica preme sul vecchio confine europeo a Nord, con la nuova rete di radar ad alta risoluzione, Mosca vuole mani libere a sud, per aggirare l’Europa e arrivare al Mediterraneo, il mare regionale che sarà il prossimo hub globale dei commerci e dei nuovi potenziali strategici e militari.

L’Iran quindi vuole la bomba, e l’avrà, dato che la trattativa di Losanna è priva di osservazioni sul sistema missilistico iraniano che può funzionare, è bene ricordarlo, già con il materiale che è stato lasciato in dotazione a Teheran.

Secondo il Jpa, Joint plan of action definito a Losanna, Natanz rimane un sito di arricchimento dell’uranio, mentre Fordow sarà convertito in un centro di ricerca per la fisica nucleare, che sarebbe inutile se l’Iran non proseguisse le ricerche nel settore, come talvolta si deduce dal Jpa.

Ad Arak il reattore ad acqua pesante sarà gestito, come ricordavo altrove, da una joint venture internazionale che il Jpa lascia pericolosamente nel vago, e non produrrà plutonio per armi. Come? Chi lo controlla? E perché non dovrebbe farlo, dato che è stato costruito per questo?

Il materiale del reattore ormai inattivo sarà esportato, ma non si dice dove. Altra carenza grave, per un accordo internazionale di questa importanza.

In cambio, si tolgono precipitosamente le sanzioni, senza fare differenze, che invece si dovrebbero porre, tra sanzioni finanziarie e bancarie (che sono potenzialmente ancora pericolose) e quelle per i pistacchi e i pomodori, francamente irrilevanti.

Quindi, lo ripetiamo per chiarezza, l’Iran dovrebbe ridurre da 19mila centrifughe a 5060 il proprio potenziale di raffinamento dell’uranio, in ben dieci anni. Troppi.

E dove vanno a finire le centrifughe inutilizzate? Non è nemmeno chiaro se la Iaea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, possa verificare i siti di stoccaggio delle centrifughe “vecchie”.

L’uranio arricchito sarà solo quello, se prodotto in Iran, a grado di purezza del 3,67%.

E chi controlla che vada proprio così? Quando? Come? In quindici anni, sempre troppi, l’Iran promette di ridurre lo stoccaggio di uranio arricchito da 10mila chili a soli 300, sempre a caratura 3,76%.

E dove vanno i chili rimanenti? Chi li gestisce? Spariscono nel nulla? Quindici anni, poi, sono davvero troppi.

Tra Fordow e Natanz le centrifughe rimanenti dopo la riduzione (di ben 13mila) dovrebbero essere messe da parte come “pezzi di ricambio”.

Difficile crederci, e certamente una missione Iaea avrebbe vita dura, con i Servizi della Guardia rivoluzionaria che spostano centrifughe come se fossero pezzi su una scacchiera.
Non sono peraltro previste, nel Jpa, controlli internazionali sulle miniere di uranio iraniane a Sagand, al centro del Paese, ad Ardakan, sito di produzione del “yellowcake” che contiene, dopo la purificazione del minerale, il 70% di uranio, quello di Gchine, vicino a Bandar Abbas. Un accordo ingenuo, malfatto, pensato da dei pericolosi dilettanti di politica estera e strategia globale.

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