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“Al momento c’è fiducia che l’Italia non cada nella trappola di diventare una sponda cinese non sufficientemente regolata”, spiega a Formiche.net Carlo Pelanda, economista, accademico e uno degli analisti più attenti delle relazioni internazionali, autore del pamphlet “L’Italia globale” per Rubbettino. Il tema centrale riguarda il settore dell’automotive, dopo che è emersa fra Italia e Cina la possibilità dell’ipotesi Dongfeng Motor, tra i principali big dell’industria cinese controllato al 100% dal governo di Pechino e che potrebbe insediarsi in Piemonte. Ieri Wang Wentao, ministro del Commercio cinese, ha incontrato a Roma i ministri Tajani e Urso dopo aver preso parte al Forum di dialogo imprenditoriale Italia-Cina tenutosi ad aprile a Verona.

Le mosse dell’Italia

Il Mimit, spiega Pelanda, ha la responsabilità primaria nell’anticipare crisi di settore. “La mancanza di una componentistica rappresenta un problema e un anticipatore di crisi. Il governo cosa fa? Esplora legittimamente non solo l’industria automobilistica cinese, ma anche altri ambiti”. Ma perché circola solo il nome di Dongfeng? “Nel momento in cui Stellantis mette in cassa integrazione gli operai, si fa apparire sulla scena un altro competitor: è un messaggio politico, dopo aver rinunciato all’accordo scellerato sulla Via della seta firmato da Giuseppe Conte (unico paese del G7 a farlo). L’Italia, secondo la visione degli strateghi cinesi, sarebbe dovuta essere uno snodo geopolitico primario, un grande ponte si sbarco”.

Come si inserisce dunque il filone dell’automotive dopo l’uscita di Roma dalla Bri? Secondo Pelanda in questo momento da un lato l’Italia non può rinunciare a nuove opportunità commerciali, dall’altro non ci sarà lo sbarco di Dongfeng, “e se dovesse esserci sarà molto condizionato”, anche perché la reciprocità è un elemento più volte sottolineato da Giorgia Meloni nelle sue riflessioni sulle relazioni sino-italiane. “Se ci sarà un passo italiano verso il mercatismo, ciò andrebbe in conflitto con Nato e Giappone? Assolutamente no, al momento ho fiducia che l’Italia non cadrà nella trappola di diventare una sponda cinese non sufficientemente regolata”.

Canali aperti

“Secondo me c’è stata una combinazione tra la necessità di dare un messaggio dissuasivo martellante e quello di dimostrare ai cinesi che ci sarebbe un’ipotesi di collaborazione. Infatti il governo, a fronte di possibili critiche, tra cui penso nel mio piccolo anche le mie che non sono certamente amichevoli nei confronti del regime autoritario cinese, ha enfatizzato il dato della reciprocità: ovvero i cinesi vanno bene se seguono le nostre regole. Certo, l’Italia si trova in una situazione complessa sul piano economico. Il settore dell’automotive è assolutamente un problema perché non potremo gestire una eventuale emergenza di decine di migliaia di posti di lavoro. Per cui qualche soluzione andrà ideata”.

Possibile immaginare che si decida di battere strade alternative alla Cina? “Ho la sensazione, ma è solo una mia sensazione, che ci siano altre trattative in corso, però è stato comodo mostrare agli alleati che l’eventuale sbarco cinese, dopo la rottura dell’accordo sulla Via della Seta che Pechino ha vissuto con massima irritazione, sarà condizionato e comunque tale scelta sarebbe comunicata gli alleati occidentali come un qualcosa che ha una rilevanza geopolitica. Quindi al momento io ho abbastanza fiducia che l’Italia non cadrà nella trappola di diventare una sponda cinese non sufficientemente regolata. Non sono molto preoccupato su questo”.

Pelanda si mostra, invece, alquanto preoccupato su un altro aspetto: ovvero come dare un destino positivo al grande settore di componenti automobilistiche che c’è in Italia. “Tutto ciò è collegato alla possibilità di riuscire a far ammettere all’Unione europea che, in materia di transizione ecologica, anche i biocarburanti che sono prodotti in Italia, ma non altrove, possono essere ammessi nella lista del combustibili accettati come futures e che sono basati sull’idrogeno ma possono andare sui motori termici. Per cui esiste il problema contingente delle relazioni con la Cina che, in maniera più ampia, sarà sicuramente oggetto di discussione, ma connesso al dossier su altri carburanti con cui poter allungare il periodo di vita dei motori termici stessi”.

Eurodazi sulle auto cinesi

I dazi sulle auto cinesi, aggiunge, non saranno il 100% come in America, ma il 20%. Dal momento che l’industria automobilistica cinese che esporta è enormemente sovvenzionata dal denaro pubblico, questo 20% non impedirà comunque un eventuale rimbalzo. “Nelle vere relazioni internazionali che non sono relazioni di amore ma di dissuasione, si cercano dei compromessi. Per cui l’Italia sta lavorando intensamente per cercare di risolvere il problema della capacità di componentistica per l’automotive. Le soluzioni sotto osservazione potrebbero essere diverse, ma resta il fatto di dover mostrare a Pechino che Roma non chiude il dialogo, perché questo darebbe un vantaggio ai competitori tedeschi, francesi e ungheresi. Secondo me c’è un gioco delle parti che non è fantasioso, ma fa parte di una sana politica estera dove, dopo baci e abbracci, si negozia sul serio”, conclude.

Sulle auto elettriche l'Italia non cada nella trappola cinese. L'analisi di Pelanda

L’economista Carlo Pelanda commenta su Formiche.net la visita in Italia del ministro del Commercio cinese, Wang Wentao, e si dice fiducioso che al momento l’Italia non cadrà nella trappola di diventare una sponda cinese non sufficientemente regolata. Anche se…

 

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