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La prefazione di Mario Sechi al libro di Camilla Conti “Gli Orologiai” si può leggere qui. E qui si può scaricare il libro di Conti.

La trasformazione, del resto, è già cominciata. Sta entrando nel vivo la riforma del governo societario sollecitata da Banca d’Italia per tutte le big del credito nell’ottica di una riduzione dei costi, da realizzare attraverso una bella sfoltita alle poltrone all’interno degli organi di amministrazione. Al di là dello sfoltimento, l’obiettivo è garantire la rappresentanza di tutti gli azionisti e rafforzare l’autonomia dei manager, allentando le pressioni politiche che, attraverso le fondazioni, gravano sui banchieri. Intesa è uno dei casi più spinosi, perché a moltiplicare le poltrone eccellenti fino al numero di 29 concorre il doppio consiglio, di sorveglianza (presieduto da Bazoli) e di gestione (affidato all’amministratore delegato Carlo Messina).

E chi governerà questa transizione in casa Intesa? Lo stesso Bazoli, che dal dicembre 2013 è anche presidente del neo costituito comitato governance. Ovvero il capo cantiere della riforma: come cambierà le geografia interna dei poteri e a chi affidarli lo deciderà lui, confrontandosi con le Fondazioni azioniste (Compagnia SanPaolo, Cariplo, Cr Padova e Rovigo, Ente Cr Firenze, Cr Bologna) che designano la maggioranza dei consiglieri e che ascolteranno sicuramente i saggi consigli dell’amico Guzzetti. «La nuova governance? Stiamo studiando i modelli esteri, senza preclusioni», ha detto alla fine di gennaio. Confermando la visione internazionale di sistema che ha superato i vecchi schemi del capitalismo di relazione.

Una «transizione ordinata» verrà agevolata anche nella galassia delle banche popolari dopo il varo del controverso decreto del governo Renzi che impone agli istituti di superare il voto capitario (in base al quale ogni socio è titolare di un singolo voto indipendentemente dal numero delle azioni possedute o rappresentate) e trasformarsi in società per azioni. Il premier Matteo Renzi l’ha definita una riforma storica, veste i soliti panni da rottamatore dei poteri forti («abbiamo troppi banchieri e facciamo troppo poco credito», ha detto), ma se il dibattito andato avanti per svariati lustri è finalmente riuscito almeno ad approdare sul banco del consiglio dei ministri lo si deve – più che a Renzi –  al pressing della Banca Centrale Europea, che da novembre 2013 ha assunto la Vigilanza delle big del sistema bancario, finora seguite dagli «sceriffi» di Bankitalia, con Facoltà anche di monitorare gli istituti più piccoli e di intervenire in caso di problemi.

Non solo. La rivoluzione dipende dalla politica, che ha tempi assai più lenti rispetti a quelli del mercato, mentre interessi di campanile hanno subito alzato le barricate per non perdere potere e poltrone conquistati all’interno delle singole banche.  Serve dunque una sponda affinché la rottura di vecchi schemi sia effettivamente praticabile. E la sponda è arrivata proprio dalla finanza cattolica, da non confondere con quella parte della Chiesa più legata al territorio e capitanata dalle Acli (le Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) che ha fatto muro contro la riforma. «È un errore madornale ritenere che questo sia stato un attacco del governo alle popolari», ha detto Giovanni Bazoli. «Credo che si debba onestamente riconoscere che questo è un intervento di grande portata ma che non mette in discussione il modello delle popolari», ha aggiunto dando così la sua benedizione. In molti sono rimasti sorpresi nel vedere il presidente di Intesa schierarsi in modo così entusiasta a difesa di uno dei provvedimenti simbolo del decisionismo renziano in materia finanziaria. Che Bazoli non sia mai stato un supporter di Matteo Renzi è un fatto noto, non solo negli ambienti finanziari milanesi. I suoi riferimenti politici, come abbiamo visto, sono altri. Ma chi si stupisce dimentica che Bazoli è anche il presidente dell’Associazione Banca Lombarda e Piemontese, cui aderiscono 379 soggetti, tra famiglie della Brescia che conta e istituzioni di matrice cattolica, azionisti di Ubi Banca, che a differenza di Intesa è una delle popolari interessate dal decreto Renzi.  E in Ubi da anni esiste un’accesa dialettica tra la componente bergamasca, più legata alle radici cooperative, e quella bresciana capitanata da Bazoli, erede di una S.p.A come la Banca Lombarda, fautrice invece dell’abbattimento del voto capitario.

Bisogna togliere «le banche di mano ai signorotti locali che hanno combinato pasticci. È giusto che chi mette più soldi abbia più diritti», ha detto Renzi in un’intervista in tv a Porta a Porta.  E Bazoli non può che essere d’accordo.

Ubi, Banco Popolare e Bper. Perché Bazoli è renziano sulle Popolari

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