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La decisione della Corte di Giustizia europea contro Apple e Google aprono un nuovo capitolo per l’Unione europea. Sono sentenze storiche, che creano ovviamente un precedente da cui è difficile tornare indietro. A commentarle con Formiche.net è Stefano da Empoli, direttore I-Com, che fa un po’ di chiarezza cercando di ridimensionare la vicenda.

Dopo le sentenze contro Google ed Apple, è davvero la fine per le Big Tech come tutti dicono?

Certamente no, innanzitutto perché per quanto le cifre in gioco siano importanti sono alla portata di giganti come Google ed Apple, che certamente nei loro bilanci avevano già scontato la probabilità di perdere. Inoltre, per come si configura il diritto della concorrenza, che si basa su una logica caso per caso ed è scevro da considerazioni politiche, sarebbe del tutto errato trarre conclusioni troppo generali. Si tratta di casi risalenti a molti anni addietro, peraltro estremamente diversi tra loro. Non bisogna farsi trarre in inganno dalla doppia coincidenza temporale (che, da un lato, li ha messi insieme e, dall’altro, li ha collocati nelle settimane finali dell’attuale collegio di commissari).

Alcuni problemi sicuramente c’erano e andavano risolti. Crede però che notizie simili rafforzino il fanatismo ideologico contro le grandi aziende?

Il rischio è esattamente questo. Qualcuno ha addirittura parlato di reazione da parte della Corte di Giustizia europea alle conclusioni del rapporto Draghi, che predica in alcuni casi l’allentamento delle regole sulla concorrenza. Tutto questo fa male all’enforcement del diritto antitrust che deve rimanere fuori dall’agone politico al pari di qualsiasi altra funzione giurisprudenziale. Qualora saltasse la separazione tra i poteri ci troveremmo in un attimo fuori dalla civiltà giuridica occidentale. Che non gode ovunque di ottima salute ma è pur sempre l’unica àncora di cui disponiamo per non cadere fuori dal perimetro delle liberaldemocrazie.

In passato, Amazon e Starbucks erano state scagionate da accuse simili. C’è il rischio che si possano riaprire vecchi casi dopo la decisione della Corte Ue?

Non credo proprio. Ogni decisione antitrust va giudicata singolarmente e di certo non può riaprire retroattivamente procedimenti già chiusi. L’unica vera conseguenza che vedo al momento è che i cosiddetti tax rulings, attraverso i quali singoli Stati membri dell’Unione europea concedono trattamenti fiscali di favore a grandi imprese per spingerle ad operare nella propria giurisdizione, come successo con l’Irlanda nei confronti di Apple, subiranno un maggiore scrutinio ex ante ed ex post.

Da un punto di vista delle aziende tecnologiche, c’è da preoccuparsi?

Non c’è dubbio che la regolamentazione digitale europea si è espansa a dismisura negli ultimi anni. Paradossalmente, come ci ricorda lo stesso rapporto Draghi, a essere sfavorite sono proprio le piccole e medie imprese e le startup magari europee che si trovano ad affrontare barriere all’entrata più elevate con costi di compliance spesso molto significativi. Laddove invece i grandi colossi come Apple e Google sono più attrezzati per farvi fronte. Piuttosto, nel loro caso (e in quello di tanti altri player multinazionali), il pericolo che vedo è che, nell’incertezza generata da una giungla di norme spesso poco chiare o ancora pienamente da implementare, laddove questi soggetti abbiano un prodotto innovativo da immettere sul mercato e debbano decidere dove lanciarlo, preferiscano partire da altri Paesi, arrivando all’Europa dulcis in fundo. Certamente non un buon viatico per una ritrovata competitività europea, già evidenziato da diversi annunci negli ultimi mesi riguardanti per esempio nuove applicazioni di intelligenza artificiale (alcune delle quali peraltro totalmente gratuite per gli utenti).

È sicuramente la vittoria della commissaria Marghrete Vestager. Cosa rappresentano per l’Ue queste sentenze?

Certamente dopo diverse sconfitte, alcune anche personali, come la mancata nomina alla Banca europea degli investimenti e la non riconferma del suo governo nel prossimo collegio di commissari, Vestager termina il suo lavoro a Bruxelles con successi importanti in alcuni casi simbolo che avevano caratterizzato il suo mandato. Ma, al di là dei casi personali, credo non si debbano enfatizzare troppo le conseguenze. Non si devono scambiare i tribunali per degli stadi e i procedimenti giudiziari per degli incontri di box. Farlo delegittima pericolosamente le istituzioni e più in generale i processi democratici.

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