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Un altro scossone. Questa volta però il terremoto che ha colpito il mondo dello sport arriva dal governo, ragion per cui tutto può ancora succedere, nel bene e nel male.

Da una parte il presidente del Consiglio Matteo Renzi, dall’altra quello del Coni Giovanni Malagò; in mezzo una promessa elettorale fatta da quest’ultimo nel 2013, in piena campagna elettorale.

Ora, affermare che Malagò la vinse, ottenendo così la presidenza del Coni, solo grazie a quelle parole sarebbe assurdo e inesatto, ma certo quello stipendio da 36 mila euro promesso ai presidenti delle 45 Federazioni sportive italiane aiutarono.

Due giorni fa, però, Palazzo Chigi ha fatto saltare il banco, spiegando che “non è possibile pagare stipendi a dirigenti di organismi privati con i soldi del finanziamento pubblico”. Decisione abbastanza logica per tutti, ma non per Malagò. Che ora si trova nel bel mezzo della corrente, costretto a barcamenarsi tra le promesse fatte a suo tempo e l’ostracismo di Renzi.

La vicenda non sarebbe di per sé particolarmente interessante: cosa volete che importi alla gente comune, quella che segue lo sport dagli spalti degli stadi o attraverso gli schermi televisivi, di queste beghe economiche?

Il problema però è che la querelle arriva in un momento delicatissimo dello sport italiano, in cui il presidente del Coni dovrebbe poter godere dell’apporto del sistema (sportivo, s’intende), pena rischiare una destabilizzazione che potrebbe anche costargli molto più di uno stipendio federale.

Siamo nel bel mezzo del caso Parma, uno degli scandali calcistici più grossi di sempre. Inoltre sul tavolo balla la candidatura a Roma 2024, un’Olimpiade che per Renzi s’ha da fare, costi quel che costi.

Ci vorrebbero serenità e unità d’intenti, invece il rifiuto del Governo alle richieste di Malagò rischia di spaccare il fronte, proprio nella fase più calda.

Settimana prossima infatti il Parma, a meno di un miracolo di cui, al momento, non si vede traccia, fallirà e le conseguenze, per la Figc, potrebbero essere molto pesanti. E non inganni il fatto che il Cio deciderà “solo” nel 2017 riguardo alle Olimpiadi 2024: queste cose infatti si stabiliscono ben prima del termine ufficiale e, di solito, vengono valutati fattori che, con lo sport, c’entrano ben poco.

Ancora una volta, dunque, lo sport italiano fa brutta figura. Se è vero infatti che il Governo aveva tutto il diritto a porre il veto sui soldi in questione, è altrettanto vero che, le promesse di Malagò, risalgono al 2013. In poche parole: perché pronunciarsi solo ora invece che a suo tempo, ovvero durante la campagna elettorale?

Coni, perché Renzi e Malagò bisticciano

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