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Il recente ottimismo della FED (Dudley e Fisher) sull’impatto del calo del petrolio (ottimo sui consumi, temporaneo sull’inflazione) sta contagiando i mercati.

Se prima si guardava alla deflazione globale e all’impatto su utili aziendali, investimenti e settore high yield US, ora si fanno i conti con l’impatto sul reddito disponibile, simile a un taglio delle tasse. D’altronde, anche il portavoce di GM ha attribuito le brillanti vendite auto US di novembre, record dal 2003 al calo del costo del carburante.

Ovviamente, l’effetto reddito è particolarmente rilevante in US, dove il ricarico di tasse è modesto. Meno in Europa dove il prezzo è più rigido (in Italia ci siamo a mala pena accorti del crollo dell’oil).

Ma la lettura che da la FED del fenomeno offre supporto al $ (i tassi saliranno prima) aiutando le svalutazioni di Yen e € che tanto bene fanno alle rispettive economie. E pazienza se il calo della divisa, (insieme con le tasse), si mangia quasi tutto il “taglio delle tasse” implicito in Europa e Giappone.

Presumibilmente la verità sta in mezzo, ovvero, l’effetto sulla crescita c’è, ma anche quello negativo sugli utili del settore oil e sui relativi investimenti, e quello sui conti pubblici dei Paesi esportatori. Alcuni dei quali sono attesi liquidare asset in $, dovendo fare ricorso alle riserve valutarie per finanziare i deficit, resi pingui dalle royalties di un oil a 100$.

E poi c’è il discorso del mercato US high Yield, il 16% del quale è costituito da emissioni di aziende energy, la metà circa delle quali ha rating basso (B/CCC) e fondamentali recentemente in picchiata (dati di Deutsche Bank).

Dovesse verificarsi un robusto incremento del default ratio su questo 8% del mercato, l’intero settore High Yield US, che anni di tassi a zero e QE hanno riportato su livelli di leverage importanti (net debt/EBITDA a 4), ne risentirà. Non a caso mentre l’S&P lambisce i massimi storici, gli ETF HY hanno finora recuperato le briciole di quanto lasciato sul campo a novembre.

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