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Dabiq, escatologia del califfato è il titolo della rivista ufficiale del Califfato. Prende il suo nome da una cittadina a Nord di Aleppo, nei cui pressi, secondo una profezia apocalittica di Maometto, avrà luogo la battaglia decisiva della Jihad fra l’esercito dell’Islam e quello “di Roma”. La rivista contiene una serie di dibattiti dottrinali circa l’interpretazione corretta da dare al Corano e alla Summa (cioè al racconto della vita e degli atti di Maometto). I dibattiti sono particolarmente vivaci. Nel sunnismo – a differenza di quanto avviene nello sciismo – non esiste un’autorità dottrinale legittimata a dare l’interpretazione autentica dei testi sacri. Dovrebbero essere deputati al riguardo gli ulema, cioè i dottori della legge. Essi sono divisi. Tutti i governi arabi hanno cercato di controllarli, trasformandoli, come in Arabia Saudita, in funzionari dello Stato, disponibili a fornire una lettura corrispondente agli interessi della classe al potere.

I rapidi successi dell’ISIS, soprattutto in Iraq,ne spiegano l’aurea d’invincibilità e la forza d’attrazione nei confronti dei giovani musulmani, che da tutto il mondo accorrono in gran numero sotto le bandiere nere (il nero è per l’Islam il colore della vendetta). In molti casi, quest’ultima è rafforzata, specie nei paesi islamici più poveri e con masse di giovani disoccupati, dal fatto che il Califfato dispone di consistenti fondi, che gli consentono di pagare uno stipendio interessante a chi lo raggiunge. Beninteso, il Califfato non è invincibile.

Per potersi dichiarare tale ha bisogno di un territorio, in cui costruire la società islamica ideale, caratterizzata dalla coranica giustizia sociale. Possedendo un territorio, deve difenderlo. Può essere quindi distrutto dalla potenza di fuoco dell’Occidente. E’ costretto a impiegare tattiche estremamente flessibili. In questo senso, l’essersi intestardito ad attaccare i trinceramenti curdi di Kobane, dato il valore simbolico assunto dalla città, è stato un errore strategico. Elevate sono state le perdite subite dai miliziani dell’ISIS. Grave è stata anche la perdita di prestigio.

L’estensione del Califfato alla Libia potrebbe essere stata una scelta per neutralizzare l’effetto negativo di tale sconfitta. I grandi successi ottenuti specie in Iraq sono derivati soprattutto dal sostegno che il Califfato ha ottenuto dalle tribù e dalle milizie sunnite, anche da quelle che avevano collaborato con gli USA nella distruzione della sua organizzazione “madre” – l’al-Qaeda in Iraq, ri-denominato poi Stato Islamico dell’Iraq (ISI), per reazione alle critiche rivoltegli da al-Zawahiriper le sue indiscriminate violenze e per l’uso troppo disinvolto dell’accusa di takfir, cioè di apostasia, rivolte anche a tutti i musulmani sunniti che non la pensavano come lui. Con la proclamazione del Califfato, l’ISIS ha spiazzato al-Qaeda.

A parer mio, la sua pericolosità è sopravvalutata almeno per quanto riguarda il rischio del terrorismo in Occidente. Al-Qaeda con le sue reti sommerse nelle società e i “terroristi solitari” è, almeno per ora, più pericolosa dell’ISIS. La sua effettiva minaccia è amplificata dai media occidentali, portati strutturalmente a trasformare le notizie in spettacolo e a drammatizzarle, per produrre emozioni forti, che aumentano l’audience. L’analisi di che cosa sia veramente l’ISIS va fatta “con i piedi per terra”, con la testa non con la pancia.

E’ necessario sforzarsi di comprendere che cosa realmente voglia e i motivi della sua capacità di mobilitazione, oltre che della sua ferocia. Per gli Occidentali sono incomprensibili, come lo sono il suo culto della morte e la sua comunicazione centrata sulla volontà di venire attaccato. Abbiamo perduto il ricordo delle ragioni profonde per cui ci siamo massacrati in Europa nelle guerre di religione, nelle crociate contro gli eretici e nei roghi dell’Inquisizione. Ci siamo anche dimenticati dei massacri fatti dal popolo di Kant, Goethe e Mozart nei campi di sterminio della seconda guerra mondiale.

Come in tutti i casi ricordati, le radici profonde di tali comportamenti non sono state molto diverse da quelle del Califfato. Esso fa riferimento a quella che viene denominata la “metodologia di Maometto”, diffusamente esaminata nelle sue successive interpretazioni nel saggio della professoressa Piacentini “Il pensiero militare del mondo islamico”, pubblicato una quindicina di anni fa dal Centro Militare di Studi Strategici e ripreso in un’edizione aggiornata da Il Mulino.

L’escatologia dell’ISISsi basa sulla profezia di Maometto sull’Apocalisse, cioè sulla fine della terra. Essa avverrebbe dopo la sconfitta a Dabiqda parte di “Roma” dell’esercito dell’Islam e della sua successiva rivincita per l’intervento ai tempi del decimo Califfo, del Mahdi, il condottiero di Allah. Abu Badr al-Baghdadi si è autoproclamato Califfo di tutti i credenti.

Sarebbe l’ottavo vero Califfo, intitolato a ricoprire la carica perché appartenente all’antica e nobile tribù Quraysh,a cui apparteneva lo stesso Profeta e perché in possesso di una profonda conoscenza della dottrina dell’Islam, avendo tra l’altro conseguito un Ph.D. in studi islamici all’Università di Baghdad. Compito di ogni buon musulmano, per guadagnarsi la vita eterna, sarebbe quello di accelerare l’accadimento della profezia. Quindi anche di provocare gli infedeli perché lo attacchino. Al-Baghdadi e i suoi sembrano non aver dubbi sulla natura religiosa della loro missione. Desta alquanta meraviglia che tale idea sia condivisa dai suoi collaboratori, molti dei quali hanno servito agli ordini di Saddam Hussein e aderito al secolare partito Baath. Se così fosse tale discrasia costituirebbe una vulnerabilità del Califfato, che potrebbe essere sfruttata per distruggerlo.

Comunque, il riferimento alla profezia apocalittica di Maometto sembra ampiamente condivisa. Da essa derivano il “culto della morte”,peraltro presente in tutti i movimenti radicali e non solo da quelli islamici, come ad esempio in Pol Pot. Esso appare incomprensibile a molti occidentali, ma penso che sia alla radice delle continue provocazioni mediatiche, con cui sono bombardate le opinioni pubbliche occidentali e che costituiscono una vera e propria manna non solo per i media per far cassa, ma anche per i politici occidentali, che devono convincere a combattere i propri popoli smilitarizzati anche culturalmente.

In sostanza, molti seguaci del Califfo prendono sul serio la profezia apocalittica di Maometto. Essa è al centro della logica strategica, sia militare sia comunicativa, adottata da al-Baghdadi e dai suoi. Non lo fanno solo perché psicopatici o perché pensano che sia utile alla loro propaganda.Credono realmente a un’ideologia che a noi occidentali sembra una follia. Anche molti musulmani,ne sono convinti. Sostengono che l’ISIS dà del Corano e della Sunna un’interpretazione errata. Lo pensa anche il presidente egiziano al-Sisi, che ha chiesto all’università al-Azhar di elaborare un’interpretazione dei testi sacri dell’Islam che consenta di contrastare l’estremismo e di permettere la modernizzazione dei paesi musulmani. Sa che il dibattito è teologico. E’ persuaso che sia necessaria una riforma dell’Islam, che tenga conto delle condizioni del XXI e non di quelle del VII secolo.

Sono persuaso che sia un punto essenziale. L’ISIS e la sua capacità di attrazione e di mobilitazione non possono esser distrutti solo con il “contenimento attivo”, cioè con la sua sconfitta e con l’occupazione dei territori di cui ha il controllo. Deve essere vinto innanzitutto a livello ideologico. Questo lo possono fare solo i musulmani. Noi possiamo sconfiggere il Califfato solo materialmente. Beninteso, meglio farlo quanto prima, senza aspettare che venga indebolito dalle sue contraddizioni interne e dalle reazioni al suo rigorismo e alle sue violenze.Esse potrebbero non verificarsi. Teologia e strategia vanno coordinate, come fa l’Egitto di al-Sisi con il suo tentativo di riforma dell’Islam, per quanto possa sembrare strano che un generale si sia messo in testa di giocare il ruolo che Martin Lutero ha avuto nella Cristianità.

Ecco come occidentali e musulmani devono sconfiggere Isis

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