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Le persone con una palma o con un ramoscello d’ulivo in mano sono poche. Così mi dice l’amico, che era in macchina con me, domenica. La domenica delle Palme a Torino. In effetti è vero. Presi come siamo dal lavoro, dalla crisi, dal troppo lavoro e dalla troppa crisi, abbiamo smarrito il senso del sacro. Abbiamo sottratto sempre più tempo a quella sfera più intima, più spirituale di cui, pur sempre, siamo fatti. Seppelliti da troppa comunicazione, da brutte letture, da cattivi maestri e pessimi pastori, siamo pecore senza ovile.
Troppo colti e troppo tecnologici siamo ignoranti di tutto. Forti dell’illuminazione siamo rimasti senza luce. E, infatti, se per guardare bene fuori bisogna stare al buio dentro, per guardare bene dentro bisogna restare, di tanto in tanto, senza illuminazione fuori.
Abbiamo dimenticato di essere carne e sangue. Di avere un’anima. Che avrebbe bisogno di una dialisi.
Il fatto è che troppa etica, troppa morale, troppi diritti, troppe questioni di metodo e di forma si sono perse l’uomo. Che in ogni fatto della vita, quelli che hanno a che fare con la carne, il sangue e l’anima, con quelle cose che sono fagiche e spirituali al tempo stesso, come la nascita e la morte, è stato ridotto a soggetto da tutelare, da disinfettare, da pulire con l’amuchina del diritto.
Le domande le lasciamo per la fine. E se possibile non rispondiamo neanche allora.
Ecco, questa settimana ti costringe a guardare dentro alla morte e alla vita. Ti costringe a fare i conti con la sfera più intima. Non serve la civilizzazione dell’etica degli ottimati. Basta rispondere al dettato, alla liturgia certamente non illuminista che i tuoi avi ti hanno impartito. Vai alla processione del Cristo martoriato, il giovedì Santo, e guardi gli ex-voto appesi lungo le navate della Chiesa. Le tante facce della gente che cercano un ramo cui aggrapparsi. Quelli che pensano ai loro cari che non ci sono più. O a quelli che stanno sfidando la malattia di cui ha paura perfino la morte. A disorientarli non sono i problemi pratici o la giurisprudenza, cui la società prova a ridurre tutto. A disorientarli è la vulnerabilità della propria anima. Il fatto di non sapere cosa fare, cosa dire quando rimaniamo soli. Quando chiuso il pugno la polvere dei nostri cari defunti si disperde svanendo.
Quando al venerdì santo si va appresso alla Madonna che segue il feretro del figlio morto, sulle note delle marce funebri ci sentiamo sollevati. Abbiamo condiviso con l’intera comunità i dolori di tutti. E’ la catarsi. E’ la sensazione che le nostre radici sotto terra si leghino ai nostri simili rendendoci più forti. La speranza che sarà più difficile essere sradicati.
A volte, poi, capita che a quei riti si decide di non partecipare. Perché quel dettato, quel rito, non è più lo stesso ora che quella persona non c’è più. In questi casi, mettetevi in sottofondo il Cristo alla Colonna del Maestro Bellisario e guardate qualche foto in bianco e nero del Loggiato del Sinatra. Lì dentro ci sono tutti.

La Settimana Santa, per non rimanere soli

Le persone con una palma o con un ramoscello d’ulivo in mano sono poche. Così mi dice l’amico, che era in macchina con me, domenica. La domenica delle Palme a Torino. In effetti è vero. Presi come siamo dal lavoro, dalla crisi, dal troppo lavoro e dalla troppa crisi, abbiamo smarrito il senso del sacro. Abbiamo sottratto sempre più tempo…

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