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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori pubblichiamo l’intervista di Alessandra Ricciardi a Sandro Magister apparsa su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi

Un errore, per la Chiesa, non aver dato seguito all’invocazione di Benedetto XVI per una rivoluzione illuministica dell’Islam. Sandro Magister, vaticanista de l’Espresso, riparte da lì, dalla lezione di Ratisbona del 2006 di papa Ratzinger, nell’analizzare il ruolo che la chiesa cattolica ha avuto e può avere nel contrastare la violenza musulmana.

Domanda. Dopo l’attacco al giornale satirico francese, è salito il rischio di attentati contro lo stato vaticano?

Risposta. Il rischio è reale, del resto è da diverso tempo che la Chiesa è nel mirino. E difendersi è sempre più complicato, è ormai evidente che gli attentati non rispondono a una strategia governata a livello globale, c’è una frammentazione di iniziative che non sono prevedibili, portate avanti da poche persone.

D. La Chiesa che ruolo ha avuto nel contrastare le violenze islamiche?

R. Le ultime grandi visioni prospettiche dei vertici della Santa sede purtroppo si fermano al 2006, alla memorabile lezione di Ratisbona di Benedetto XVI, che invocò anche per il mondo musulmano, come già avvenuto per il cristianesimo, una sorta di “rivoluzione” illuministica, a partire dal rispetto dei diritti delle persone. Il cammino avviato dal papa fu interrotto dall’interno della Chiesa.

D. Perché fu bloccato?

R. Innanzitutto per paura, per paura di morti cristiani, che poi effettivamente ci sono stati. E poi perché si preferiva la strada del dialogo, o meglio la retorica del dialogo, a tutti i costi che, alla prova dei fatti, si è tradotto in un dialogo puramente cerimoniale, che non ha prodotto risultati. Agli inizi del 2015 però c’è stata una straordinaria quanto inaspettata apertura al percorso indicato da papa Benedetto proprio da un leader islamico.

D. Un paradosso.

R. Sì, anche perché il protagonista non è stato un democratico, ma un despota, il presidente dell’Egitto, il generale Abdel Fattah al-Sisi, e la sede era l’università cairota di al-Azhar, il maggior centro teologico di tutto il mondo sunnita.

D. Che cosa ha detto al-Sisi?

R. Ha chiesto a gran voce alle guide religiose l’avvio urgente di una rivoluzione capace di sradicare il fanatismo dall’islam per rimpiazzarlo con una visione più illuminata del mondo. Se non lo faranno, ha detto il generale, si assumeranno “davanti a Dio” la responsabilità per aver portato la comunità musulmana su cammini di rovina.

D. Che politica sta portando avanti papa Francesco?

R. La politica interreligiosa che i vertici della chiesa del pontificato di Francesco stanno sviluppando finora si è limitata a invocare il dialogo, senza avere il coraggio mettere le persone di fronte a quello che va superato. C’è da augurarsi che la Chiesa recuperi un ruolo più attivo, ovviamente con i suoi mezzi, contro l’estremismo islamico. Anche perché le principali vittime sono proprio i cristiani.

D. Siamo in presenza di una guerra di religione?

R. La Chiesa cattolica è sotto assedio, le vittime sono segnate dal battesimo, basti vedere quanto accaduto in Nigeria.

D. La minaccia terroristica si è frammentata in tanti gruppi e si è infiltrata ovunque, c’è chi mette sul tavolo degli imputati di quanto accaduto il mito occidentale della società aperta.

R. Io non la vedo così. Il mondo è un villaggio globale, quello che accade nelle terre più remote ha riflessi ovunque. L’offensiva musulmana è di due tipi, territoriale, tra Siria e Iraq, ma anche in una nazione come la Libia, in nome del mito del califfato. E poi individuale, ad opera di gruppi o singole persone, contro i quali gli strumenti tradizionali di difesa non servono a nulla.

D. I singoli stati sembrano in grande difficoltà nel gestire la loro sicurezza e sembra mancare anche una strategia internazionale valida.

R. Siamo in presenza di scontro asimmetrico, la differenza tra un campo e l’altro è immensa. E questo rende quasi impraticabile un’azione di resistenza e di contrasto con le modalità classiche. Per il controllo territoriale, l’unica strategia che ha prodotto buoni frutti nel recente passato è stata quella del generale Petraeus in Iraq, quando riuscì a prosciugare il consenso delle tribù verso i gruppi armati.

D. Insomma, tolse l’acqua ai pesci.

R. Sì, bisogna avere le forze musulmane sane dalla propria parte. Per riuscirci, servono uomini in campo ben addestrati e ben guidati.

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