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Dopo la determinata vittoria dei Repubblicani la politica estera di Obama potrebbe diventare meno esitante. Sul piano decisionale il presidente può operare anche senza il Congresso al quale, invece, compete adottare le legislazioni di attuazione. Se Obama non vuole vedere le proprie decisioni azzoppate nell’attuazione non potrà che trovare compromessi e fare delle concessioni. L’agenda internazionale di Obama è molto densa nelle prossime settimane:

a) 10-11 novembre a Pechino (Cina) si tiene il summit Apec (Asia Pacific Economic Cooperation);
b) 15-16 novembre a Brisbane (Australia) si tiene il G20;
c) 24 novembre a Ginevra (Svizzera) si tiene la riunione P5+1 per concludere l’accordo sul nucleare iraniano.

Al di la delle agende specifiche di ciascuna riunione, è chiaro che Obama dovrà essere credibile su almeno tre dossier trasversali:

1) Accordi commerciali trans-pacifici (Tpp) e trans-atlantici (Ttip) nel quadro generale del commercio mondiale (Omc);
2) Politica monetaria (Fed) e stabilità monetaria globale (Fmi), ma anche mercati finanziari dei derivati e dei prezzi delle commodities;
3) Stabilizzazione delle crisi geopolitiche e lotta al terrorismo.

Inevitabilmente su tutti questi dossier Obama non può che cercare un’intesa con la Russia di Putin, che sarà presente nei tre meeting citati.

Gli accordi commerciali – Tpp e Ttip – sono percepiti da Russia e Cina come atti ostili. Obama avrà molta difficoltà a convincerli del contrario se non offrirà alla Russia una riduzione delle sanzioni e il ritorno alle trattative bilaterali Russia-Ue e Russia-Usa. Quanto alla Cina, Obama può solo offrire un trattamento di reciprocità commerciale come è stato sottolineato dall’ambasciatore cinese negli Usa. Per fare ciò Obama e Kerry devono fare un velocissimo accordo con i Repubblicani, che a loro volta chiedono concessioni sia sulle legislazioni interne sia nelle politiche energetiche e di sicurezza.

Sulla politica monetaria Obama può vantare il tapering, cioè il progressivo diminuire del quantitative easing, che per la Cina significa una garanzia sul valore degli enormi crediti che vanta nei confronti degli Usa. Inoltre, la politica monetaria americana renderebbe indirettamente più facile per la Cina continuare le acquisizioni in Europa, alle quali però gli Usa non devono opporsi. Resta spinosa la questione della governance monetaria globale (Fmi) che per la Cina è innanzi tutto una questione di prestigio. Invece, le manipolazioni dei mercati finanziari dei derivati e dei prezzi delle commodities – aggravatesi con le azioni saudite sul prezzo del greggio – stanno particolarmente a cuore alla Russia che ne soffre direttamente. Su questo argomento si innestano anche le questioni dei gasdotti di approvvigionamento all’Europa sulle quali Obama dovrà dire qualcosa a Putin.

Sarà forse l’ultimo dossier trasversale, la stabilizzazione delle crisi geopolitiche e la lotta al terrorismo, che potrebbe servire da pivot per gli altri due. Obama sa bene che sia per l’accordo sul nucleare iraniano sia per la lotta al terrorismo e la stabilizzazione delle crisi mediorientali ha bisogno della partecipazione e cooperazione di Putin. La Cina è anch’essa parte in causa ma sta svolgendo una politica autonoma di potenza, considerando anche lo spiegamento di forze cinesi di terra in Iraq e mantenendo fruttuose relazioni bilaterali con quasi tutti gli attori mediorientali.

Poiché questi dossier sono molto difficili e le relazioni si sono incrinate parecchio negli ultimi mesi, Obama ha preparato una via d’uscita per coprire il suo eventuale fallimento: la prima visita a Burma, dove potrà dichiarare che la democraticizzazione del paese è il suo personale successo in politica estera.

Russia, Iran, Cina: due settimane di passione per Obama

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