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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Ciclicamente si ripresenta la storia del debito pubblico italiano con ricostruzioni sommarie che ne addebitano l’esplosione ai governi Craxi. I numeri possono avere una loro ragione, ma non dicono nulla, specie in economia, se non connessi e relazionati ad altri e numerosi dati ed al contesto storico-politico.

Senza addentrarsi sull’ammontare del debito accumulato che, numeri alla mano, non è affatto una pesante eredità del passato (il debito che grava sul nostro Paese è per più del 60% frutto della spesa improduttiva dell’ultimo ventennio), è necessario, se si vuole sviluppare discussione seria, che si ricordi cos’era l’Italia del tempo e la natura del suo sistema democratico e di governo.

Su tutto, molti sembrano dimenticare gli effetti sul bilancio pubblico della cultura e delle vaste e variegate politiche del “compromesso storico” i cui costi si ripercuotono inesorabilmente nei successivi anni. Ma non solo. Si dimentica altresì di ricordare che la crescita del debito pubblico durante i governi Craxi, fu soprattutto la risultante di una diversa gestione del debito stesso.

Negli anni ‘70 si amministrò il debito traendo finanche qualche vantaggio dalla vendita di titoli a buon interesse che venivano poi ricomprati alla scadenza con moneta svalutata più del doppio. Con Craxi, scomparsa l’inflazione galoppante, dramma dell’epoca paragonabile allo spread dei nostri recenti giorni, il costo del debito fu tutto a carico delle finanze dello Stato.

A riprova della bontà delle politiche economiche dell’era craxiana vi è la relazione di Carlo Azeglio Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia che, tra le tante cose, evidenzia come “alla ristrutturazione produttiva si è unita quella finanziaria; in rapporto al valore aggiunto il peso dei debiti è sceso del 16%, quello dei provvedimenti finanziari è raddoppiato…”

Parole forti, in controtendenza con le dicerie comuni e suffragate dai dati economici di quel governo: inflazione dal 17,7% al 4,6%; rapporto deficit/PIL dal 16,7% al 12,6; pressione fiscale dal 37,5 al 35%; PIL da 765 miliardi a 890 miliardi. Il tutto, condito da una crescita media del 4 per cento annuo con l’Italia che entra a pieno titolo fra i grandi della terra.

Qualcuno sbrigativamente aggiungerebbe poi che c’è debito e debito. Paradossalmente è vero. Ed anche questo meriterebbe un’assestante riflessione perché, come auspicava Craxi, la storia sia scritta bene e sia fatta l’operazione verità. Ma è un argomento troppo serio e lungo che meriterebbe un po’ più di tempo ed un’apposita sede di ragionamento.

Tutte le fandonie su Craxi e il debito pubblico

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