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E’ buona prassi della critica straniera aspettare alcuni giorni prima che le recensioni di spettacoli vengano consegnate e pubblicate. Lo spettacolo, infatti, deve essere meditato e metabolizzato.

La Scala ha inaugurato la stagione 2014-2105 con un’edizione molto complessa: “Fidelio” di Ludwig van Beethoven. La sera di Sant’Ambrogio l’esecuzione del lavoro (per la terza volta scelto per inaugurare una stagione della Scala) è stato accolto con 12 minuti di applausi ed ovazioni a tutti gli interpreti. Parte del successo è un augurio al nuovo sovrintendente. Parte un arrivederci a Barenboim. Parte all’opera che – ma pochi nel pubblico se ne sono accorti – è stata presentata in una versione differente da quelle di solito in scena in Italia. Alla cena che è seguita allo spettacolo tutti sembravano esaltare regia, direzioni musicali ed interpreti. Il 9 dicembre il più diffuso quotidiano italiano ha pubblicato una critica severissima; ho ragione di ritenere che uno dei maggiori quotidiani austriaci non farà sconti.

“Fidelio” è un’opera bifronte: un Singspiel (lavoro teatrale in cui la parti parlate si alternano a numeri musicali) che ha comportato al suo autore dodici anni di travagliato lavoro e tre differenti versioni. L’approfondimento migliore si ha nel monumentale saggio (1400 pagine) di Piero Buscaroli su Beethoven. In effetti, si passa da la pièce di equivoci ed amori quasi mozartiana (la prima parte) ad un grande lavoro epico ed etico (la seconda parte). Lo spartiacque è il grande recitativo ed aria della protagonista Abscheulichee, wo elist du hin? Nel primo atto.

Il problema di fondo dell’allestimento scaligero (una novità assoluta in quanto riapre dialoghi spesso tagliati in teatri il cui pubblico non parla tedesco ed utilizza l’utilizza della seconda versione invece di quella che Beethoven riteneva più confacente alla terza edizione, nonché contiene altre interpolazioni) è che la regia di Deborah Warner pare interamente imperniata sull’intreccio amoroso mentre la direzione musicale di Daniel Barenboim è lenta e solenne che esplode dal duetto in sol maggiore tra i due protagonisti e l’ultima parte del lavoro.

La regia di Deborah Warner ambienta la storia d’amore in quella che pare essere una fabbrica semi-abbandonata nel Nord della Germania orientale, forse in Turingia. Ciò non disturba tanto più che negli ultimi anni l’opera ha avuto le ambientazioni più differenti (dai dipinti di Piranesi ai caschi blu). Appare strano, però, che i carcerieri giochino a pallone nel cortile della fabbrica-prigione. Ancor più strano il gran sventolìo di bandiere rosse. Neanche Ruth Berghaus, mitica regina della Staatsoper di Berlino prima della caduta del muro, aveva pensato a qualcosa del genere. Sapeva che Beethoven era un gran conservatore, ammirava il Napoleone del Direttorio, odiava la rivoluzione francese ed il suo sogno era il Re dittatoriale, ma illuminato, il cui messo salva tutti alla fine del lavoro.

La regia sentimentale ove non minimalista (tranne il tripudio finale di bandiere rosse) e la direzione musicale stridono ed accentuano ancora di più il carattere bifronte di un lavoro rivolto, da un lato, a Mozart e dall’altro a Spontini e Cherubini. Le “innovazioni” di Barenboim non credo verranno riprese: l’ouverture n.2 è un’introduzione troppo muscolosa ai duetti e quartetti che le fanno immediatamente seguito. Meglio riprendere l’idea di Gustav Mahler di introdurre la ouverture n.3 tra il primo ed il secondo quadro del secondo atto sia per agevolare il cambio di scena (e la salita dalle tenebre alla luce) sia per far riposare i cantati dopo il grande duetto: pochi si sono accorti (data l’importanza del coro) che Anja Kampe e Klaus Florian Vogt erano rimasti quasi privi di voce nella scena finale. Tre le voci da segnalare Kuanchul Youn, nel ruolo di Rocco: ha fatto diventare centrale un personaggio di solito considerato minore.

Il "Fidelio" bifronte della Scala

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