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Ho già avuto occasione di precisare che delle tre possibili vie per recuperare gli ideali che hanno ispirato l’unificazione europea, due avevano mostrato la loro impraticabilità, ma era rimasta la terza. Infatti la via economica, peraltro perseguita fin dalle origini del processo di unificazione postbellico, ha esaurito la sua spinta a causa delle lacune istituzionali e delle politiche praticate; le conoscenze teoriche disponibili non sono in condizione di dirimere la vertenza in atto, se si deve agire sulle componenti dell’offerta (le riforme) o su quelli della domanda (spesa pubblica e creazione monetaria) per ritornare sulla strada della crescita e dell’occupazione.

Anche la via politica, ammesso che sia mai stata realmente aperta e non sia stata usata come strumento per creare lo stato attuale di dipendenza di alcuni paesi da altri, si può considerare chiusa; che altro dovrebbe accadere per convincerci che i paesi egemoni non vogliono l’unione politica?

Resta teoricamente aperta la via giuridica indicata dal prof. Giuseppe Guarino che propone due ricorsi: un primo per denunciare la violazione dell’oggetto del contratto stipulato dai paesi europei dal Trattato di Maastricht in poi fino all’art. 3 del Trattato di Lisbona, che prometteva pace e benessere in molte forme; e un secondo per dichiarare l’illegittimità, non sanata dalla ratifica nazionale, della modifica dei Trattati disposta con una norma di rango inferiore, la direttiva 1466/97, più nota come fiscal compact.

L’Unione Europea ritiene erroneamente sia che gli oggetti degli accordi siano buone intenzioni da non prendere sul serio, sia che per l’Europa le direttive hanno lo stesso rango giuridico dei Trattati e si sono procurate sentenze della Corte di Giustizia. Poiché il Governo italiano non intende seguire la strada della Germania quando ha chiesto alla sua Corte Costituzionale di pronunciarsi su aspetti della politica della BCE, anche questa via si deve considerare di fatto non percorribile.

Siamo quindi di fronte a una situazione di stallo che porta il Paese alle soglie di una grave crisi economica, di regressione nel benessere sociale e di dipendenza politico-istituzionale della sua sovranità. La situazione è stata finora affrontata dai Governi che si sono susseguiti e dai gruppi dirigenti del Paese in due modi: diffondendo il terrore di ciò che accadrebbe se dovessimo abbandonare l’euro e continuando ad alimentare le speranze che le cose potrebbero ancora cambiare a livello europeo. Tutte le autorità, ribadisco tutte, hanno ripetuto che la crisi era in via di esaurimento e la ripresa si sarebbe presentata nel semestre successivo; un semestre a scivolamento continuo; quando è stato chiaro che le previsioni erano sbagliate, forse falsate, sono passate allo scivolamento annuale e ora biennale. Ma per esse la ripresa resta sempre “dietro l’angolo”, secondo la celebre frase del Presidente Hoover prima dello scoppio della Grande Crisi 1929-33.

Questa situazione fa pensare a quella in cui vennero a trovarsi gli antifascisti, alcuni dei quali simpatizzanti del regime al suo inizio, quando tentarono di opporsi all’affermarsi della dittatura mussoliniana. Ben presto si resero conto che, come accade oggi per l’Unione Europea, speranze e terrore tenevano legata la pubblica opinione al Fascismo e dovessero quindi dedicarsi all’educazione dei cittadini sui loro veri diritti sociali e di libertà. Il Gruppo trovò un riferimento nell’opera dei fratelli Rosselli e diede vita a Giustizia e Libertà e si dedicarono al proselitismo culturale. Ebbero successo e, non a caso, furono considerati quelli che davano maggiori preoccupazioni al Regime fascista.

Tirando le somme della esperienza di quasi un quarto di secolo dalla firma del Trattato di Maastricht sono giunto alla conclusione che la via da seguire sia quella dell’educazione delle menti alle conseguenze del restare nell’euro e nell’Ue e, allo scopo, sono state dedicate poche energie.

Oggi, tra i colleghi economisti e commentatori politici, è una corsa a dire che così non va ma, allo stesso tempo, insistere sul rispetto degli accordi europei. Domina ancora un difetto di diagnosi, forse dettato anch’esso da speranze che le cose cambino e paure del dopo. Anche il governo ha preso una posizione che si può definire del colpo all’incudine e colpo al martello. Le forze politiche contrarie all’euro sono mosse da voglia di protesta non costruttive, come quelle italiane, o da intenti prevalentemente nazionalistici, come le francesi e tedesche.

Resto dell’avviso che per imprimere una svolta positiva all’Europa – comunque difficile con le generazioni che non hanno patito i drammi della guerra, ma comunque da tentare – sia necessario passare attraverso una grave crisi istituzionale, preparandosi a reggere all’impatto politico intraeuropeo e del mercato internazionale con opportune alleanze extraeuropee, denunciando le due violazioni suggerite da Guarino e dichiarando seriamente di voler lasciare l’euro se le istituzioni europee (Bce, Commissione e Parlamento) non vengono riformate in direzione dell’Unione politica democratica.

Si può giungere a questo punto se coloro che hanno coscienza della gravità del problema riusciranno a educare i cittadini sulle conseguenze dello stare in questa Europa sconfiggendo il terrore del dopo e la speranza del meglio.

La mia cura choc per guarire dal mortifero europeismo dell'attuale Ue

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