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Tra i motivi per cui questa estate verrà ricordata, ci sarà sicuramente l’Ice Bucket Challenge, la campagna di sensibilizzazione e di raccolta fondi per la lotta contro la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) che, partita negli Stati Uniti verso la fine di luglio, ha contagiato in poco tempo il mondo intero, coinvolgendo leader politici, sportivi, cantanti e personaggi dello spettacolo, impegnati a rovesciarsi addosso secchi di acqua ghiacciata e a staccare importanti assegni a favore della Ricerca su questa terribile malattia.

IL SUCCESSO DELLA CAMPAGNA

Il successo della campagna è stato tale che ha permesso all’alsa (www.alsa.org), l’associazione americana che l’ha lanciata, di raccogliere in un mese (dal 29 luglio al 29 agosto) oltre 100 milioni di dollari, rispetto ai 2,8 raccolti nello stesso periodo del 2013, e a coinvolgere oltre 3 milioni di donatori (di cui 2,1 nuovi).

L’IMPATTO IN ITALIA

A memoria, non si ricorda una campagna di raccolta fondi che sia riuscita ad ottenere così tanti soldi in così poco tempo e ad avere un impatto positivo anche su altre organizzazioni impegnate per la stessa causa: in Italia, ad esempio, l’aisla (www.aisla.it) ha dichiarato di aver raccolto oltre un milione di euro, e altri fondi sono stati donati a enti come la Fondazione Vialli e Mauro, la Fondazione Stefano Borgonovo e ad altre piccole realtà impegnate localmente nell’assistenza ai malati di SLA.

IL RUOLO DELLE NUOVE TECNOLOGIE

Il merito di un simile successo va ricercato senz’altro nelle nuove tecnologie d’informazione, che consentono oggi a mode, gesti e tendenze di avere una diffusione immediata e globale. Ma internet può essere stato al più un valido mezzo, non certo la causa di questo fenomeno. Il successo della campagna è stato dettato infatti dalla sua capacità di arrivare alla persone, personaggi famosi e gente comune, usando un codice di comunicazione contemporaneo, fatto di sfida e divertimento, gioco e leggerezza. Poi la stagione estiva, la sensazione d’irrigidimento al contatto con l’acqua ghiacciata (simile a quella che provano i malati di sla) e la bontà della causa, contro una malattia che colpisce persone anche relativamente giovani rispetto ad altre patologie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer, sono tutti elementi che hanno contribuito a consolidare l’iniziativa. Ma che passano in secondo piano rispetto alla possibilità che questa campagna ha offerto, ovvero quella di divertirsi nel fare del bene.

UNA CAMPAGNA PERFETTA

E quando il messaggio della lotta alla malattia ha rischiato di passare in secondo piano, la sfida di alcuni gruppi di persone o singole celebrità, di rinunciare alla secchiata d’acqua per enfatizzare il gesto della donazione, ha riportato la campagna sul giusto binario, dando quasi l’idea che fosse l’iniziativa stessa ad autoregolarsi (insomma, una campagna perfetta).

ESEMPI PRECEDENTI

Eppure se  ci guardiamo indietro (anche non troppo lontano con gli anni), una raccolta fondi che per portata e rapidità di diffusione può essere in qualche modo paragonata all’Ice Bucket Challenge, la troviamo. Era l’estate del 2004 e Lance Armstrong (ancora distante dagli scandali che di lì a qualche anno l’avrebbero colpito) si presenta alla partenza del Tour de France con un braccialetto di gomma gialla, simbolo della Fondazione da lui lanciata (Livestrong) impegnata nella ricerca e nell’assistenza ai malati di cancro. Di lì a qualche settimana, grazie anche alla complicità di altri ciclisti e atleti famosi, quel braccialetto è diventato un oggetto di culto alla portata di tutti, che al costo di un euro (in Europa e un dollaro in America) ha permesso alla Fondazione di Armstrong di raccogliere oltre 80 milioni di dollari, e ispirato altre organizzazioni non profit a lanciare campagne analoghe con braccialetti di altri colori.

UN CAMBIO DI PROSPETTIVA

Se però il successo del Livestrong è stato favorito dalla popolarità del suo principale testimonial e di quella di altri personaggi famosi che, almeno inizialmente, si sono prestati alla causa, con l’Ice Bucket Challenge siamo di fronte a un radicale cambio di prospettiva. Non è più infatti l’organizzazione non profit (la charity) che chiede al personaggio famoso di portare un braccialetto colorato, indossare una sciarpa o correre una maratona, ma è la star che autonomamente decide di prender parte alla campagna perché, come chiunque altro, sfidata da un amico o da un collega. Ed è su questo che, a mio avviso, dovranno lavorare fin da oggi le organizzazioni non profit (siano esse impegnate sulla SLA o sull’Alzheimer, sulle malattie pediatriche o sul Parkinson) e chi con loro si occupa delle raccolte fondi (i fundraiser di professione): ovvero sulle leve che favoriscono la partecipazione, prima che la donazione.

 

Ice Bucket Challenge: quando la campagna vale più del testimonial

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