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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class Editori pubblichiamo l’analisi di Pierluigi Magnaschi, apparsa sul quotidiano Italia Oggi.

In Medio Oriente, disegnato subito dopo la prima guerra mondiale a tavolino dagli inglesi, senza pensare alle conseguenze di queste scelte, le nazioni sono spesso nate senz’anima. I confini infatti seguivano più i giacimenti di petrolio che non le etnie o la storia dei vari popoli. Non a caso quindi queste nazioni sono, ancora adesso, posticce e confliggenti. Non solo fra di loro ma, anche più spesso, pure dentro di loro: le guerre civili, infatti, o scoppiano a cielo aperto, oppure covano sotto la cenere, pronte e esplodere alla prima occasione possibile. L’unico popolo vero (con radici storiche robuste, obiettivi condivisi e coesione sociale ed etnica) in questo tormentato quadrante del mondo, è quello curdo. E non a caso, forse, è anche quello al quale non è stato dato sinora la possibilità di diventare uno stato.

Che il popolo curdo esista, e sia quindi una nazione senza uno stato, lo dimostra anche il fatto che esso è l’unico popolo del Medio Oriente che sia disposto ad opporsi all’avanzata, apparentemente invincibile, dei tagliagole dell’Isis. Invece, il mostruoso (sulla carta) esercito iracheno (dopato dalle immense forniture militari Usa e dal loro supporto tecnologico e addestrativo che è in corso da ben 11 anni) non solo si è ritirato, ma se la è anche data a gambe, lasciando in mano ai guerriglieri iper-islamici un sacco di dotazioni militari, subito reimpiegate contro di essi che, peraltro, se ne facevano un baffo. Sordi, come sono, a qualsiasi orgoglio nazionale.

Al contrario dei curdi (che sono un popolo senza stato), esiste uno stato iracheno ma non un popolo iracheno, diviso com’è, fra sunniti e sciiti, oltre ad essere sbriciolato in altre etnie e religioni. I soldati iracheni quindi sono, di fatto, dei mercenari del loro paese che, non esistendo, non può certo riuscire a motivarli al combattimento. I soldati iracheni infatti non vogliono morire per uno stato fantasma. Hanno l’animo dei mercenari che, quando si finge di combattere, ci stanno a indossare la divisa perché la paga è più allettante della disoccupazione. Ma quando c’è da morire per un fantasma di stato, la disoccupazione è sempre meglio che lasciare la pelle per un’entità nella quale non si crede.

Come mai i curdi non hanno uno stato? Perché, esistendo come popolo, non si prestavano a essere colonizzati, com’è successo in paesi apparentemente costituiti (come l’Iraq e la Siria) ma che, in effetti, erano sotto il tallone di satrapie disposte a mercanteggiare con le multinazionali del petrolio che poi sono quelle che menano il gioco vero, a livello internazionale. Queste ultime preferiscono avere a che fare con dei satrapi corrotti anziché con delle repubbliche democratiche. I primi sono più facilmente corruttibili. Con l’abbattimento del regime iracheno di Saddam Hussein l’unica parte del paese a rimanere in piedi (anche perché negli anni precedenti era stato protetta da un spazio aereo controllato dalle forze anglo-americane) fu il Kurdistan iracheno che utilizzò quella stagione per rafforzarsi istituzionalmente, fornendo a tutti un esempio di oculata gestione delle risorse petrolifere.

Ma è proprio questa buona gestione a mettere in allarme la Turchia nel cui territorio è insediata, da sempre, una forte comunità kurda, estranea istituzionalmente al Kurdistan iracheno ma unita dalla medesima etnia. Ankara teme che, se si forma un forte, stabile ed autonomo Kurdistan iracheno, poi, quest’ultimo, finirebbe per destabilizzare la parte orientale della Turchia che è popolata, appunto, da curdi. Analoghe preoccupazioni vengono pure dalla Siria che, sia pure in modo non profondo, è ugualmente lambita da insediamenti curdi.

E ovviamente è contro un Kurdistan autonomo anche l’Iraq che avverte il consolidamento di questo nuovo stato come una sottrazione di territorio nazionale caratterizzato da importanti giacimenti petroliferi, a dimostrazione che l’identità nazionale è una bandiera che, in effetti ,copre le disponibilità energetiche. Si usa la prima (la bandiera) per poter disporre delle seconde (i giacimenti).

Ma quali sono i veri interessi internazionali in quest’area che dimostra, sempre più, di non riuscire a stare in piedi da sola? Il primo di questi interessi è la stabilità che, non nascondiamoci dietro un dito, è un obiettivo difficilissimo da raggiungere in Medio Oriente. Ma che non si raggiungerà mai, se non si comincia a costruirlo. E la stabilità (peggiore) sta oggi avvenendo con il Califfato. Oppure può avvenire con dei paesi disposti a battersi per il loro futuro. Di questi ultimi, il solo che, nell’area, ha queste caratteristiche, è il Kurdistan iracheno che va quindi aiutato a difendersi. Chiede armi. Sono state date a cani e porci e, persino, fino a qualche mese fa, all’Isis che, del Medio Oriente, vuol fare una polveriera da usare contro il resto del mondo. Ecco perché vanno aiutati i curdi ad aiutarsi. Non sono dei tagliagole, si sono amministrati bene, consentono il pluralismo religioso. Possono essere un esempio per tutti gli altri paesi dell’area.

Vi spiego perché il Kurdistan irakeno merita aiuti anche militari

Grazie all’autorizzazione del gruppo Class Editori pubblichiamo l’analisi di Pierluigi Magnaschi, apparsa sul quotidiano Italia Oggi. In Medio Oriente, disegnato subito dopo la prima guerra mondiale a tavolino dagli inglesi, senza pensare alle conseguenze di queste scelte, le nazioni sono spesso nate senz'anima. I confini infatti seguivano più i giacimenti di petrolio che non le etnie o la storia dei…

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