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Chi per un verso, chi per l’altro, aspettiamo tutti una riforma che ci soddisfi. Col suo facilismo loquace Renzi ha fatto credere che tutti rimarranno appagati dalle decisioni del Cdm di fine agosto. Ma l’impegno del premier è peloso. Egli sa che, causa le contraddizioni e le lotte tra i controriformatori annidati nelle burocrazie ataviche dei dicasteri interessati a produrre progetti di riforma, ci sono molti, moltissimi frenatori. Anch’essi consapevoli che siamo ancora (e, forse, più di prima) un paese di corporazioni contrapposte che trovano nella pigrizia sindacale i loro punti di rappresentanza e di forza contrattuale.

Ma attendiamo con semifiduciosa attesa i contenuti delle riforme annunciate, perché molte sono davvero indispensabili per la stabilità nazionale e noi non apparteniamo al partito dei disfattisti; né a quello dei nostalgici di altre epoche, nelle quali il corporativismo non fu negato, ma camuffato oltre altre sembianze e quasi preteso come regola minacciosa sotto le manipolazioni della concertazione, l’ostruzione che congelò le forti concentrazioni corporative, ma non mise ordine nella complessità sociale nazionale.

Francamente io non ho ancora capito cosa i pasdaran di Renzi ritengono siano le riforme. Se pensano che servano a sgambettare quella della scuola di Gelmini – almeno orientativamente intesa a creare le condizioni di base di una totale rivalsa della meritocrazia sul nozionismo e sulle interpretazioni ideologiche e politiche dell’insegnamento e della formazione giovanile –, devo dire che sarebbe meglio dedicarsi ad altri settori, meno esposti ad una pluralità di incrostazioni corporative e, quindi, forse, meno legati a ideologismi d’antica derivazione sovietica.

Ma se si tocca un altro tasto molto avvertito nella comunità – la riforma della giustizia, per dirne una –, ci si accorge che le chiusure che c’erano sono aumentate e cresciute in raffinatezza. Così la ripulita degli atteggiamenti intransigenti degli ayatollah dell’Anm – che c’è ultimamente stata –, se emargina i motivi dirimenti e concede piccoli mutamenti che almeno riguardino le procedure civili, giunte allo stremo, impongono più di prima che o si decida un traumatico taglio delle cause pendenti; o si lasceranno aperte tutte le questioni del’ingolfamento delle strutture giudiziarie. Alla riforma penale si riserva appena un accenno, per non inveire contro la prosopopea di alcuni pm e il cedimento della quasi totale classe legislativa, che, di rinuncia in rinuncia, è giunta ad effettuare sacrifici d’Origene patetici e controproducenti.

Ma le riforme più attese sono le economiche: dove la confusione delle lingue è aumentata. Ogni ministro coinvolto ha una sua ricetta più o meno superficialmente allettante, ma si scontra col collega che lascia scoperti e improtetti i comparti sociali più deboli. Come sta verificandosi coi pensionati di bassa fascia e coi proprietari di case da loro stessi abitate e di cui, in non marginale quantità, le famiglie vedono ridursi il valore delle abitazioni e aumentare le tasse pigliatutto, un sistema che ormai accoglie, con una concezione socialistica della vita collettiva, il rischio di tassare persino i letti per dormire e le cucine per le refezioni casalinghe.

Stia perciò attento, il mago del cambiare verso al mondo, a essere selettivo nelle sue decisioni. Pensi più agli elettori medi che non lo hanno votato, che alla gauche pasticciona che lo ha innalzato sugli altari ma senza convinzione. Se fa la prima scelta, i rischi di un disfacimento della sua avventura saranno più leggeri; e più lontani i tempi di un suo clamoroso fallimento. Se gongola facendo la seconda, perderà il controllo anche delle piccole riforme corporative, che rischiano d’essere peggiorative dello statu quo.

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