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Il prossimo 14 agosto il Papa atterrerà a Seul, prima tappa del suo primo viaggio in Asia, unico continente – se si eccettua la Terra Santa – non visitato da Benedetto XVI negli otto anni in cui è stato Pontefice. La meta scelta è la florida Corea del sud, dove il cattolicesimo sta vivendo una lunga primavera, con un notevole incremento nel numero di fedeli. Non a caso, intervistato da Famiglia Cristiana, il segretario di stato, cardinale Pietro Parolin, ha osservato che la chiesa coreana “è una delle più dinamiche e vivaci non solo del continente, ma del pianeta”. Francesco – ha aggiunto Parolin – “nel suo invito a uscire verso le periferie esistenziali e geografiche desidera incontrare quella comunità cristiana, per coinvolgerla ancora più da vicino nell’opera dell’evangelizzazione e nell’impegno in favore della pace”.

IL SUCCESSO DELLA CHIESA COREANA

Sempre al settimanale paolino, il segretario di stato fa notare che “se c’è un Paese che in maniera particolare può essere citato a esempio della fecondità del Vangelo per l’uomo e per la società è proprio la Corea. E’ una fecondità che non inaridisce di fronte alla diffusione di quei fenomeni che sembrano essere legati al mondo economicamente e tecnologicamente sviluppato, cioè il materialismo, il secolarismo e il relativismo. Al contrario, questa fecondità diventa risposta vitale ai grandi interrogativi che tali fenomeni suscitano e alle inquietudini e aspettative che generano nei cuori degli uomini”.

IL PROBLEMA RIMANE LA CINA

Ma poco distante dalla rigogliosa Corea c’è la Cina, vero problema per Roma. Non ci sono relazioni ufficiali e i contatti ufficiosi e sotterranei procedono con fatica. Francesco, gesuita come Matteo Ricci, si mantiene prudente sul dossier cinese.

“UN POPOLO GRANDE AL QUALE VOGLIO BENE”

Intervistato lo scorso inverno dal Corriere della Sera, il Papa diceva: “Siamo vicini alla Cina. Io ho mandato una lettera al presidente Xi Jinping quando è stato eletto, tre giorni dopo di me. E lui mi ha risposto. Dei rapporti ci sono. E’ un popolo grande al quale voglio bene”. Non una parola di più. Il rischio di compromettere anche quei piccoli e fragili canali che sopravvivono alla diffidenza, censura e persecuzione delle autorità governativi, è altissimo.

LA PRUDENZA DEL CARDINALE PAROLIN

Il cardinale Parolin, tra i massimi esperti vaticani di quel mondo – è a lui che si deve, in gran parte, la stesura della Lettera ai cattolici cinesi firmata da Benedetto XVI nel 2007 – guarda con ottimismo al futuro e osserva che “la chiesa cattolica nella Repubblica popolare cinese è viva e attiva. Essa cerca di essere fedele al Vangelo e cammina attraverso condizionamenti e difficoltà”. Certo, “la Santa Sede è a favore di un dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità civili per trovare la soluzione ai problemi che limitano il pieno esercizio della fede dei cattolici e per garantire il clima di un’autentica libertà religiosa”.

CHIESE CHIUSE E DISTRUTTE

Le notizie che giungono dal grande paese asiatico, però, da mesi parlano di chiese chiuse e distrutte, nonché di comunità cristiane disperse. Epicentro del fenomeno è lo Zhejiang, destinato a essere “abbellito” e quindi privato di tutte le strutture considerate illegali. Secondo quanto riportato dal sito Asia News, il via libera alla distruzione sarebbe giunto dopo che “Xia Baolong, segretario del partito nello Zhejiang, durante un’ispezione, ha notato ha Baiquan una chiesa con una croce che svettava in modo troppo evidente e offensivo alla vista”. Non essendo l’unica, avrebbe dato disposizioni di “rettificare” lo skyline della città.

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