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L’approccio, direttivo e schematico e pieno di pre-giudizi, con cui il Governo ha innescato il ripensamento (per alcuni addirittura la soppressione) del Sistema camerale rischia di portare pochissimi frutti e di creare molti effetti collaterali indesiderati (e talvolta neanche previsti) a meno che tale processo non venga collocato all’interno di un percorso il cui fine ultimo è quello di reinterpretare i (nuovi) bisogni delle imprese (soprattutto quelle medio-piccole), il cui soddisfacimento è indispensabile non solo per la loro crescita ma anche per la loro sopravvivenza. Bisogni che il libero mercato non è capace (o interessato) a soddisfare (soprattutto a prezzi “abbordabili”). Bisogni che richiedono una riarticolazione dei corpi intermedi (o una nascita di nuovi), più orientati al fare che non al rappresentare ed efficaci utilizzatori dei nuovi modelli organizzativi e delle nuove tecnologie – in primis quelle digitali – che il mercato mette a disposizione.

DI COSA C’È BISOGNO

Per fare ciò è però necessario “rimettere in carreggiata” questo processo evitando pericolosi riduzionismi, ma anche difese di retroguardia, rifuggendo gli scontri muscolari fatti di slogan e cifre decontestualizzate, visto che – soprattutto in momenti di grande trasformazione – “non tutto ciò che conta può essere contato”, come ci ricorda Albert Einstein.
Va (ri)creato un contesto di confronto che sia meno dialettico (orientato al puro prevalere, costi quel che costi) e più dialogico, dove cioè l’obiettivo del confronto è innanzitutto comprendere le ragioni (non strumentali) delle controparti e poi far emergere una soluzione condivisa che faccia emergere i benefici e naturalmente i costi (sia economici che sociali) associati al cambiamento.

LE PICCOLE IMPRESE

I veri protagonisti di questa partita non sono i sistemi di rappresentanza – i corpi intermedi – (mai furono usate espressioni più infelici), ma la parte più fragile del tessuto imprenditoriale italiano: le piccole e piccolissime imprese. Le posizioni più estreme di Confindustria lo dimostrano chiaramente. La voglia di “riprendersi dietro i soldi” (anche per la progressiva uscita della Confederazione da molti ruoli di vertice camerale) attacca in maniera radicale il concetto di intervento perequativo. Che sia da ripensare e che spesso non sia funzionato è un fatto incontrovertibile. Ma da questo decidere che non servono più meccanismi perequativi e che – anche per le piccole e piccolissime imprese (pensiamo soprattutto ai territori più remoti, poco infrastrutturati) – ci penserà la “mano invisibile” del mercato. … i dati di penetrazione del digitale nelle PMI italiane non richiedono commenti.

RIFARE IL TAGLIANDO AL SISTEMA

L’uso di un approccio dialogico ci consente anche di rintracciare le motivazioni profonde che hanno messo in moto questo processo di ripensamento radicale: non sono infatti solo legate alla naturale esigenza di “rifare il tagliando” a un Sistema nato molti anni fa e oggi operante in un mercato e in una società molto diversi e oltretutto in continua e imprevedibile trasformazione. Vi è – a mio parere – una “seconda motivazione”, tipica del nostro tempo: la rivoluzione digitale e il ripensamento di processi, organizzazioni, competenze e meccanismi di governance che questa rivoluzione rende possibile (e talvolta auspica…). Mi riferisco ai miti della democrazia diretta, della “leaderless company” (azienda senza capi che si autogoverna), della partecipazione/contribuzione a “costo zero” a progetti ambiziosi che creano fenomeni rivoluzionari come Wikipedia (che suggerisce una semplicistica analogia con il Registro delle imprese…), al valore (quasi magico) che dovrebbe scaturire dal rendere semplicemente “open” i dati pubblici… – e l’elenco potrebbe continuare. Questi miti della contemporaneità orientano e condizionano i nuovi modelli organizzativi, le missioni istituzionali, gli strumenti e piattaforme operative che si vogliono adottare. Gli esempi sopra riportati sono infatti tutti prodotti tipici della nuova “cultura digitale” e contribuiscono a depotenziare il valore dei corpi intermedi e il loro ruolo di mediazione.

I RISCHI DEL RIDUZIONISMO DIGITALE

Questo riduzionismo digitale comporta un’ulteriore rischio: pensare che il Sistema camerale sia un oggetto isolato ed estraibile dal suo contesto e riprogettabile (o eliminabile) “a tavolino” senza effetti collaterali degni di nota. Ma il Sistema camerale non è una semplice organizzazione (seppure poliedrica e molto articolata territorialmente) ma è un vero e proprio ecoSistema, che interagisce e influisce non solo con le imprese, ma con gli enti locali, con il sistema bancario, con il sistema scolastico, con gli stessi cittadini. Come notava Edgard Morin, le intime connessioni all’interno di un ecoSistema fanno si che l’insieme delle trasformazioni e delle deviazioni che nascono da un processo radicale di trasformazione hanno inevitabilmente anche effetti negativi e contrari a quelli inizialmente ricercati. L’ecosistema è – per sua natura – un sistema complesso che rifugge pertanto schematismi e riduzionismi. Richiede un pensiero complesso, soprattutto per identificare le aree (spesso molto lontane dall’epicentro in cui si attua la trasformazione) in cui potranno manifestarsi effetti collaterali imprevisti e spesso indesiderabili. Pertanto la “progettazione di un ecoSistema” richiede molta più attenzione, tempo (e capacità di gestione della complessità) rispetto alla semplice riorganizzazione di una Istituzione. Questa specificità (che è stata visibilmente sottostimata dal Governo) richiede dunque maggiori approfondimenti, la sperimentazione graduale (tramite progetti pilota) e soprattutto l’adozione di una metodologia progettuale robusta, multidisciplinare, “trial and error” e soprattutto non costruita su pregiudizi e slogan.

CHE FARE ALLORA?

Innanzitutto spersonalizzare il confronto e ripartire da una visione del Sistema camerale oggettiva e utile innanzitutto alle imprese (che questo sistema lo finanziano), separando nettamente COSA serve (e perché) da COME può essere realizzato al meglio e CHI è più l’ente più adatto, competente e meno costoso nel farlo.
Vi sono quindi molti temi da approfondire, che saranno oggetto di prossime riflessioni su Formiche.net per contribuire – spero – a questo dibattito che non riguarda solo il Sistema camerale ma le nuove forme della rappresentanza (che devono ricentrarsi sul fare e non solo sul rappresentare) e più in generale – i meccanismi di riparazione “da fallimento di mercato” – per le PMI capace di affrontare un mercato sempre più complesso , competitivo e “tecnologizzato”.
Ad esempio:
• Quale processo di ridisegno del Sistema Camerale andrà adottato per cogliere le sfide della complessità e nel contempo coinvolgere fattivamente i suoi stakeholder?
• Come trasferire alle PMI i benefici della rivoluzione digitale? (e quale futuro ruolo per Infocamere)
• Quale cultura gestionale e meccanismi di trasparenza andranno adottati per il sistema Camerale e – in generale – per i (nuovi) corpi intermedi?

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