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Di che cosa parlano i giornali di mezzo mondo, ed in particolare quelli italiani, nelle ore che precedono la finalina e la finalissima? Ma di mercato, naturalmente.

Neppure il tempo di valutare vittorie e sconfitte, magre figure e figure appena decenti di singoli e squadre e già si scatenano le quotazioni, come al mercato delle vacche. Poi ci si interroga, a dire la verità ipocritamente, sulle ragioni della crisi del calcio. Del calcio inteso come spettacolo, armonia, genialità. Ecco: la dimensione ludica e sportiva viene bruciata in poche ore dalla venalità. Chi sale e chi scende. Chi vede aumentare il proprio valore economico e chi lo vede scemare. Ci si accapiglia sui giornali per questo o per quello.

Qualche parata riuscita, un paio di assist ben fatti, per non dire di un golletto insperato o, al contrario, prestazioni sbiadite e cadute impreviste e la borsa va su o giù per la felicità (o la depressione) di presidenti, procuratori, faccendieri e di tutta quella fauna che vive di calcio. Lontanissimi i tempi in cui erano gli stessi giocatori o al massimo i familiari più prossimi a trattare con le società. Qualcuno sapeva come farsi valere, qualcun altro era abile nel farsi fregare. Poi, tramontata l’èra romantica, sono cresciuti i profittatori, quelli che tengono in mano i destini di coloro che vanno in campo, ne curano gli interessi, stipulano per loro accordi con i club e gli sponsor.

Al massimo ci si chiede che cosa ha Messi, e via con le  congetture più strampalate. Si ha riguardo al calciatore come pezzo pregiato, a quanto può ancora valere sulle bancarelle del football internazionale. Il resto passa in sedi d’ordine. Romero, il portiere para-rigori dell’Argentina, fino a qualche giorno fa non era nessuno per chi deteneva le chiavi della bottega calcistica: oggi invece di stigmatizzare la follia di chi nel corso degli ultimi tre anni (come mi sono permesso di far notare) lo aveva relegato ai margini, ci si interroga su quanto costerebbe a chi volesse acquistarlo, dopo l’impresa che sembrava disperata di aver trascinato la sua nazionale al Maracanà. C’è un tasso di indecenza nel mondo del calcio francamente insopportabile.

Ho ascoltato una vecchia intervista di don Alfredo Di Stefano. Raccontava la sua vita, la sua infantile passione per il futebol, i suoi esordi, quella palla che si costruiva insieme con i suoi amici inzeppando le calze della madre e delle zie di tutto quanto poteva essere utilizzato, frattaglie di stoffa, pezzi di carta, e materiali vari. “Era lo sport dei poveri”, ricordava. Vorremmo che fosse lo sport dei popoli. Di tutti i popoli che talvolta, nei nostri sogni fanciulleschi, abbiamo immaginato che corressero dietro un pallone. Il campionato del mondo di tutti che tenevamo stretti negli album semi-artigianali che estorcevamo ai nostri genitori con la promessa di trascorrere pomeriggi d’estate tranquilli piuttosto che vivere le nostre controre calciando palloni in porte senza reti. Promessa che noi è loro sapevamo che non sarebbe stata mantenuta.

Letteratura? Memoria? Fantasticherie senili? Un calcio ed un abbraccio a tutto questo. È il Mondiale della strada e dell’oratorio, della terrazza di casa e del giardino, delle zuffe nel cortile e delle punizioni scontate sfogliando le pagine dell’album con le figurine attaccate e quelle che ci giocavamo scommettendo a chi era in grado, battendo con un colpo del palmo della mano, a farne capovolgere il mucchietto più alto.

Domani le due squadre sconfitte nelle semifinali si affronteranno. Non sarà un grande spettacolo. Il Brasile pagherebbe pur di sottrarsi all’umiliazione e al peso di una partita inutile. L’Olanda ha poco da dire e da far vedere. Arjen Robben, dopo lo smacco subito, ribadendo un concetto caro al generale Custer, ha ricordato che vale solo la Coppa del Mondo, il resto non conta. Il primo è il primo, il secondo è nessuno insomma. E non soltanto nel calcio.

Che cosa (non) mi aspetto dalla finale. Il taccuino mundial di Gennaro Malgieri

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