Secondo quanto affermato dalla prima relazione del governo al Parlamento in materia di Pnrr, “la delega per la riforma del codice degli appalti pubblici” andrà approvata entro il 30 giugno 2022 “mentre per l’entrata in vigore dei relativi decreti legislativi è previsto il termine del 30 marzo 2023”. Dunque c’è ancora tempo, ma bisogna fare presto. Se non ora, quando?

Il difficile viene adesso. Mentre il governo e le strutture amministrative lavorano, per la verità non senza problematiche, all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, le riforme che avrebbero dovuto accompagnare il Recovery Plan italiano faticano a farsi strada in Parlamento e nell’agenda politica dell’esecutivo.

E’ il caso, ad esempio, del disegno di legge sulla concorrenza, ufficialmente approvato dal Consiglio dei Ministri a inizio novembre ma arrivato solo nei giorni scorsi al Senato, dov’è stato assegnato il 23 dicembre all’esame della commissione Industria. “Si partirà solo dopo la pausa per le festività ed è davvero difficile immaginare che si possa entrare nel vivo prima dell’elezione del nuovo Capo dello Stato”, ha commentato a tal proposito questa mattina Carmine Fotina dalle pagine del Sole 24 Ore.

Un andamento a singhiozzo che certo non è limitato al solo disegno di legge sulla concorrenza, anzi. In quest’ottica non si può dimenticare la riforma del codice dei contratti pubblici, fondamentale affinché anche gli investimenti pubblici, in particolare quelli destinati a lavori e infrastrutture, possano contribuire in misura rilevante alla crescita del Pil italiano, le cui buone performance del 2021 sono da ascrivere in via principale alla crescita degli investimenti privati. Ovvero, per realizzare le opere pubbliche e le infrastrutture previste anche dal Pnrr, di cui il Paese ha così profondo bisogno, occorre – com’è largamente riconosciuto dagli esperti – mettere mano radicalmente al sistema di regole, che disciplina attualmente il settore degli appalti in Italia, varato nel 2016.

Esigenza già nota prima della pandemia ma che l’emergenza sanitaria ha ufficialmente certificato, come è stato d’altronde confermato pure dal piano italiano per il Recovery Fund e dalle indicazioni del governo. Il relativo disegno di legge delega, che dovrebbe costituire la base sulla quale poggiare il nuovo codice degli appalti, è stato approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 30 giugno e ha iniziato il suo iter parlamentare prima della pausa estiva, presso la commissione Lavori pubblici del Senato. Relatori il cinquestelle Andrea Cioffi e la leghista Simona Pergreffi.

Numerose le audizioni che a tal riguardo sono state condotte tra ottobre e novembre ma, a parte ciò, il provvedimento è rimasto dov’era, senza alcun apprezzabile passo avanti. Certo, nel frattempo sono state introdotte diverse modifiche alla normativa vigente – si pensi ad esempio al cosiddetto decreto Semplificazioni Bis che ha previsto rilevanti novità in materia – ma il progetto di riscrittura integrale del codice degli appalti non ha ancora visto la luce.

“Di questo passo c’è da scommettere che la legge delega non verrà approvata entro la fine della legislatura”, ha detto a Formiche.net un parlamentare di maggioranza che il settore delle opere pubbliche lo conosce in profondità. Dubbio che diventerebbe certezza, ovviamente, nell’ipotesi, al momento però sicuramente improbabile, che l’elezione del presidente della Repubblica determini a cascata la caduta del governo e la fine anticipata della legislatura. In questo contesto c’è che ci dice che possa addirittura tornare in pista l’ipotesi ventilata, tra gli altri, dal presidente dell’Antitrust, Roberto Rustichelli, di sospendere temporaneamente l’applicazione del codice degli appalti in favore delle direttive europee in materia.

Come spiega chiaramente la relazione al disegno di legge delega attualmente all’esame del Senato, il provvedimento mira a superare le enormi difficoltà applicative causate dal codice del 2016 approvato dall’allora governo guidato da Matteo Renzi – il ministro competente era Graziano Delrio – e a rendere nuovamente chiara e organica la disciplina dopo i numerosi interventi di modifica intervenuti negli ultimi anni, dal decreto correttivo del 2017 allo Sblocca Cantieri del 2019 fino al già citato Semplificazioni Bis.

Tra gli obiettivi principali perseguiti dal disegno di legge, vi sono “la qualificazione delle stazioni appaltanti, con una loro riduzione numerica”, la riduzione “al minimo degli oneri amministrativi e burocratici” a carico delle amministrazioni pubbliche e degli operatori economici, la promozione “di metodi di risoluzione delle controversie alternativi a quelli giurisdizionali” e l’estensione “delle forme di partenariato pubblico-privato”. E ancora, o meglio soprattutto, “ridurre e rendere certi i tempi di gara, di stipula dei contratti e di realizzazione delle opere pubbliche” attraverso una lunga serie di semplificazioni non più rinviabili.

Principi generali ai quali dovrà poi seguire la normativa di dettaglio dettata dal governo, da approvare tramite decreto legislativo entro sei mesi dal varo della legge delega, che costituirà appunto il nuovo codice degli appalti. Secondo quanto affermato dalla prima relazione del governo al Parlamento in materia di Pnrr, “la delega per la riforma del codice degli appalti pubblici” andrà approvata entro il 30 giugno 2022 “mentre per l’entrata in vigore dei relativi decreti legislativi è previsto il termine del 30 marzo 2023”. Dunque c’è ancora tempo, ma bisogna fare presto.

“E’ evidente che le Camere per l’approvazione della legge e il Governo per la predisposizione dei decreti legislativi sono tenuti ad attrezzarsi per rispettare tutte le scadenze, che si impongono all’Italia nel suo complesso e richiedono perciò il superamento di ogni tempistica che risulti incompatibile con gli impegni assunti con il Pnrr”, recita testualmente la stessa relazione sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il rischio di scivolare troppo in avanti, quindi, esiste e va evitato a ogni costo. Se non ora, quando?

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