Il quotidiano israeliano Jerusalem Post pubblica un op-ed in cui l’ex direttore di al Arabiya critica il comportamento americano con Arabia Saudita ed Emirati Arabi, arrivando anche a mettere in discussione il rapporto con Washington davanti alle lusinghe di Pechino

L’ex direttore di al Arabiya English Mohammed al Yahya ha scelto uno spazio che fino a un paio di anni fa sembrava improbabile per commentare il rapporto in crisi tra Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita: un op-ed sul Jerusalem Post. “La relazione saudita-statunitense è in piena crisi”, ha scritto: “Sono sempre più disturbato dall’irrealtà della discussione americana sull’argomento, che spesso non riesce a riconoscere quanto profonda e seria sia la frattura”.

Per al Yahya, ora fellow dell’Hudson Institute (mai tenero con i Democratici), c’è da concentrarsi su una parola: “divorzio”. Definizione netta di quello che Formiche.net da tempo sta cercando di raccontare.

Un aspetto interessante di quel che dice è innanzitutto il dove lo dice: il Jerusalem Post è un giornale israeliano che tiene una linea conservatrice e che in questo caso dà spazio all’ex direttore di un media strategico saudita con sede a Dubai per criticare Washington; ossia criticare il motore che ha permesso la creazione di quello spazio – che è indubbiamente la costruzione, voluta dagli Stati Uniti, degli Accordi di Abramo con cui gli emiratini e una parte del mondo arabo hanno normalizzato le relazioni con lo Stato ebraico.

Quando Barack Obama ha negoziato l’accordo nucleare con l’Iran, “noi sauditi abbiamo capito che stava cercando la rottura di un matrimonio di 70 anni”, ha scritto al Yahya. “Come non potevamo? Dopo tutto, i difetti dell’accordo sono ben noti. Spiana all’Iran la strada verso una bomba nucleare. Riempie il forziere di guerra del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran, che ha diffuso milizie in tutto il mondo arabo armate di munizioni a guida di precisione per mutilare e uccidere persone che un tempo guardavano all’America per garantire la loro sicurezza”.

Da qui la domanda del momento: “Perché gli alleati regionali dell’America dovrebbero aiutare Washington a contenere la Russia in Europa quando Washington sta rafforzando la Russia e l’Iran in Medio Oriente?”. Questa considerazione è importante per comprendere come le richieste americane vengono percepite a Riad e Abu Dhabi, e per capire gli spazi di manovra della narrazione russa nella questione.

Mentre il presidente Joe Biden si è mosso per aprire le riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti, i suoi due maggiori alleati produttori di petrolio hanno tenuto i loro serbatoi saldamente chiusi rifiutando – in modo stranamente schietto – le richieste americane di aumentare le produzioni per stabilizzare i prezzi e mantenendo fede all’accordo tra produttori stretto con la Russia in sede Opec+.

Questa situazione – che secondo uno scoop del Wall Street Journal sarebbe stata coronata dal rifiuto dei leader saudita ed emiratino, Mohammed bin Salman e Mohammed bin Zayed, di organizzare una conversazione telefonica con Biden – ha portato le relazioni a un minimo con pochi (nessuno?) precedenti.

Se il generale disimpegno statunitense dalla regione mediorientale è considerata la base di queste distanze, la volontà di ricomporre l’accordo Jcpoa sul nucleare iraniano è la contingenza determinante. Riad (come Abu Dhabi e Gerusalemme) è estremamente diffidente, perché vede che l’intesa dovrebbe portare a una sospensione delle sanzioni contro la Repubblica islamica e dare a questa spazi per incassi da re-investire nelle attività di influenza regionale – che sono a detrimento dei regni sunniti del Golfo e di Israele e come scribe al Yahya portate avanti anche tramite un network di milizie violente.

A questo va aggiunto che sauditi ed emiratini si sentono completamente abbandonati dagli Stati Uniti nella guerra contro gli yemeniti Houthi. Washington si è smarcata dall’impegno militare con cui Riad sta cercando da cinque anni di contenere l’avanzata dei ribelli filo-iraniani, anche perché più volte ci sono stati episodi di non discriminazione dei bersagli. Nel frattempo, i missili degli Houthi, che sono forniti dall’Iran, continuano a colpire le città in Arabia Saudita ed Emirati creando ormai un enorme problema di sicurezza.

Gli americani continuano a garantire copertura (parziale) con i sistemi di difesa anti-aerea, ma sia Abu Dhabi che Riad sembrano orientarsi verso tecnologie differenti: si parla di colloqui con Israele (che ha esperienza nel settore e non dispiace a Washington), ma anche con Cina e Russia.

Su questo Al-Yahya — che conosce bene gli Stati Uniti e sa dove calcare la mano per cercare attenzione tra le divisioni politiche interne e dove i Repubblicani pressano l’attuale amministrazione — è andato oltre.

L’analisi contrappone le richieste di Washington alla diplomazia “senza legami” di Pechino: “Mentre la politica americana è piena di contraddizioni sconcertanti, la politica cinese è semplice e diretta. Pechino sta offrendo a Riyadh un semplice accordo: vendeteci il vostro petrolio e scegliete qualsiasi equipaggiamento militare vogliate dal nostro catalogo; in cambio, aiutateci a stabilizzare i mercati energetici globali”.

È un messaggio eccezionale – anche mentre si torna a parlare di petroyuan – nel quadro dello scontro tra modelli, democrazie contro autoritarismi, dove le prime soffrono la necessità di approcciarsi verso i Paesi terzi tutelando diritti, doveri e virtù democratici, mentre gli altri hanno mani più libere e molti meno scrupoli (atteggiamenti raccontati dalle loro narrazioni strategiche secondo il principio della “non interferenza”).

“In altre parole, i cinesi stanno offrendo ciò che appare sempre più modellato sull’accordo americano-saudita che ha stabilizzato il Medio Oriente per 70 anni”, aggiunge in modo velenoso l’ex direttore della versione inglese di un media che fa da asset per la narrazione strategica saudita (ed emiratina). Anche per l’Italia potrebbe essere importante continuare a seguire le evoluzioni di certe dinamiche, anche influenzate dalla guerra russa in Ucraina, perché potrebbero determinare una nuova geopolitica nella porzione orientale del Mediterraneo allargato.

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