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Chip e sussidi pubblici, la rincorsa del Giappone sulla frontiera tecnologica

Il governo di Tokyo ha stanziato ulteriori fondi a supporto della start-up Rapidus. L’obiettivo: aumentare la quota giapponese nella produzione di chip avanzati, approfittando del network di fornitori che gravita intorno a Tsmc, leader mondiale

Il centro gravitazionale nel segmento foundry dell’industria dei semiconduttori potrebbe rimanere nell’Asia-Pacifico, grazie soprattutto al rinnovato interventismo statale di Paesi leader come Corea del Sud e Giappone. L’ultima mossa riguarda proprio il Paese nipponico: secondo quanto riportato da Bloomberg, il governo avrebbe approvato un ulteriore pacchetto da $3.9 miliardi (590 miliardi di yen) a supporto del consorzio industriale Rapidus, con l’obiettivo di raggiungere la scala produttiva dei 2 nanometri.

Dopo aver con successo cooptato il più grande produttore mondiale, Taiwan Semiconductor Manufacturing Corporation (TSMC), con la costruzione di un impianto nella periferia di Kumamoto e l’americana Micron Technology (leader nella produzione di memory chip e rivale delle coreane SK Hynix e Samsung Electronics), ad Hiroshima, ulteriori fondi sono stati allocati per rafforzare il consorzio nazionale che vede, tra gli altri, collaborare Sony, Toyota, Denso e Kioxia.

Gran parte dei fondi pubblici saranno utilizzati per installare l’equipaggiamento per la linea pilota dell’impianto di Rapidus nella città di Chitose, inaugurato ad aprile dello scorso anno, e che radunerà ricercatori di Ibm coinvolti nel progetto. I rimanenti verranno invece dedicati allo sviluppo di tecnologie di packaging avanzate per combinare diverse tipologie di chip e così garantire maggiori performance e capacità. Questo passaggio sta diventando fondamentale (così come lo sviluppo di chiplet 3D) per superare i potenziali limiti fisici man mano che per acquisire maggiore potenza di calcolo si dovrà spingere oltre il limite la Legge di Moore, con centinaia di miliardi di transistor in un singolo chip. L’obiettivo di Rapidus sarà quello di raggiungere i 2 nanometri entro il 2027 (data entro la quale Tsmc si aspetta di generare circa il 27% del fatturato dai chip impiegati per l’intelligenza artificiale, come data center e supercalcolo).

Il forte attivismo del governo per rilanciare l’industria dei semiconduttori (settore in cui tra la fine degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso fu oggetto di una vera e propria ‘guerra’ commerciale con gli Stati Uniti, con aziende come Toshiba e NEC che allora controllavano una larga fetta del mercato dei microprocessori prima dell’ascesa di Intel Corp) si inserisce nel più ampio contesto di crisi delle supply chain e di tensioni geopolitiche tra Usa e Cina, nel quale le industrie giapponesi, leader nella fornitura di materiali essenziali per la fabbricazione di chip avanzati, sono finite nel vortice. Solo negli scorsi tre anni, il governo ha stanziato oltre 4 trilioni di yen: cifra in cui rientrano una serie di sussidi e incentivi ai grandi player internazionali.

Nel 2022, Rapidus e Ibm hanno annunciato una partnership per sviluppare semiconduttori avanzati, al di fuori dal presidio di mercato delle grandi aziende fabless americane come Nvidia e AMD, per poter essere prodotti direttamente in Giappone, senza dover passare necessariamente da Taiwan. In questa direzione, il governo aveva anche garantito ad Intel e SK Hynix di sviluppare e fabbricare la prossima generazione di chip utilizzando tecnologia ottica.

Nel complesso, il ruolo di Rapidus è pensato per rivaleggiare direttamente con i leader di mercato Tsmc e Samsung, al momento gli unici due player capaci di operare alla frontiera nanometrica (con l’americana Intel che insegue con i suoi chip fabbricati con il processo Intel 18A, per i suoi servizi foundry). Oltre il 90% dei chip avanzati sono attualmente fabbricati a Taiwan da Tsmc, mentre il rimanente dalla rivale coreana. La capacità di attirare il produttore taiwanese (che comunque non produrrà, nella sua facility in Giappone, chip avanzati ma servirà principalmente i clienti come Sony e Denso) sta anche nella solidità del network di fornitori (già in partnership) specializzati del paese. Non è un caso che, alla chiusura dell’annuncio, i produttori Tokyo Electron e Disco Corporation abbiano registrato un guadagno nelle borse asiatiche del 3.4% e 2.1%.

Lunedì scorso, la Semiconductor Equipment Association of Japan (Seaj) ha reso note le sue ultime statistiche come riporta TrendForce. I dati hanno rilevat che a febbraio 2024 le vendite di apparecchiature per semiconduttori delle aziende giapponesi hanno raggiunto i 317,418 miliardi di yen, con una crescita del 7,8% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Un trend che certifica il secondo mese consecutivo di crescita, raggiungendo il più grande aumento in 10 mesi (crescita del 9,8% da aprile 2023) e il superamento della soglia di 300 miliardi di yen per il quarto mese consecutivo, toccando un nuovo massimo in 10 mesi (336,162 miliardi di yen da aprile 2023). Tra le aziende a beneficiare della crescita della domanda (principalmente da Taiwan, Corea e Cina dove sono concentrate le capacità produttive a livello globale), Advantest, Screen, Kokusai Electric, Hitachi High-Tech, Nikon e Canon. Tra i principali prodotti, i fotoresistori (materiali cruciali per l’incisione sui wafer di silicio dei circuiti integrati) e i macchinari litografici, segmento tuttavia monopolizzato da ASML per la produzione di chip avanzati. Secondo gli annunci, sarà l’impianto di Micron a portare, per la prima volta sul suolo giapponese, una macchina EUV avanzata per la produzione di chip Dram ad Hiroshima.

Tra i chipmakers giapponesi, Renesas Electronics Corporation e Rohm possiedono diversi impianti nelle prefetture giapponesi di Yamanashi, Kumamoto, Ibaragi e Fukuoka ma che sono posizionate tuttavia ai nodi meno avanzati (soprattutto per servire l’industria automobilistica che richiede, perlopiù, microcontrollori e dispositivi di potenza).

La mossa di Tokyo rappresenta, dunque, un ulteriore segnale all’industria globale dei semiconduttori: il Paese fa sul serio nella sua ambizione di voler tornare a ricoprire un ruolo ancor più centrale, dopo due decenni di leadership taiwanese e coreana. “Il Giappone deteneva oltre metà del mercato globale dei semiconduttori negli anni Ottanta, ma altri paese hanno da allora guadagnato posizioni” ha commentato il governo in un report lo scorso mese. “Mentre impianti in altre parti del mondo stanno producendo chip da 3 nanometri, la generazione più avanzata prodotta in Giappone è sui 40 nanometri”. Oggi la capacità manifatturiera del Giappone per i semiconduttori è ferma al 10%, dietro agli Stati Uniti ma davanti all’Ue.

La rincorsa verso chip più avanzati e sofisticati – asset che per know-how tecnologico, capitale investito e complessità di gestione della filiera rappresentano sicuramente un benchmark delle capacità nazionali in termini di competitività – è sempre più vista come non solo una misura di sicurezza economica e industriale (“le fondamenta dell’industria di questo paese e di quelle del mondo”, ha dichiarato il ministro per l’Economia giapponese Ken Saito), considerando la loro centralità per le tecnologie presenti e future, ma una questione di postura geopolitica. Un tecno-nazionalismo che accomuna sempre di più i paesi industrializzati e del G7 e che vede Tokyo coinvolto nel tentativo degli Usa di contenere, in questo campo, gli sforzi di autarchia tecnologica di Pechino con i controlli sulle esportazioni.

Il Giappone, considerando la sua vicinanza a Taiwan e la forte partnership in materia di difesa e sicurezza con Washington, rappresenta un’alternativa ideale per la diversificazione delle forniture da TSMC e UMC: due tra i produttori che potrebbero essere tagliati fuori dalle catene globali del valore, con devastanti ripercussioni sull’elettronica avanzata e tutti i settori a valle, qualora dovesse concretizzarsi uno scenario di invasione della Cina o di blocco navale dell’isola. Rischi, oltre alle opportunità offerte dal governo, che hanno indotto altre nove aziende taiwanesi che sviluppano chip a localizzare parte delle attività in Giappone. Un trend che certifica la percezione del settore di una possibile escalation nello Stretto, oltre la strategia degli Stati Uniti di limitare i progressi della Cina nei semiconduttori all’avanguardia e per rafforzare le partnership tra i suoi alleati.

Proprio in un’ottica di cooperazione economica, gli Usa e il Giappone stabiliranno inoltre dei criteri comuni per l’erogazione di sussidi nazionali, non solo per la produzione dei semiconduttori ma anche per batterie e magneti permanenti (due asset su cui Pechino ha un controllo molto più pervasivo della supply chain rispetto ai chip) in un’ottica di decoupling dalla Cina. Le misure sono volte a scongiurare che in questa direzione i due paesi finiscano per entrare in un vortice protezionistico che danneggi le relazioni commerciali. Fra una settimana il presidente Joe Biden e il primo ministro Fumio Kishida si incontreranno a Washington per rilasciare un comunicato congiunto in merito, cementando così un rapporto bilaterale fondamentale in queste industrie strategiche.

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