A sei settimane dall’arresto di Maduro a Caracas, il segretario di Stato americano difende l’intervento americano a favore di un nuovo futuro per il Paese sudamericano. E, anche se la decisione divide gli Usa, l’amministrazione Trump continua le operazioni in mare in difesa della sicurezza…
“Il Venezuela sta molto meglio oggi rispetto a sei settimane fa”. Durante la conferenza stampa a Bratislava, il segretario dello Stato americano, Marco Rubio, ha difeso l’intervento degli Stati Uniti dello scorso 3 gennaio a Caracas per arrestare il leader del regime Nicolas Maduro.
Nonostante le critiche, anche tra i sostenitori del presidente Donald Trump, Rubio ha difeso la decisione di dare il via all’operazione in Venezuela. “È stata un successo. Siamo orgogliosi, era necessario perché quel tipo (Maduro, ndr) era un narcoterrorista – ha spiegato -. Gli abbiamo fatto diverse offerte e lui aveva deciso di rifiutarle. Adesso tutti possiamo coincidere che il Venezuela ha un’opportunità per un nuovo futuro che non esisteva sei settimane fa”.
Ma non tutti sono d’accordo. Alla Munich Security Conference, la deputata del Partito Democratico, Alexandria Ocasio-Cortez, ha accusato Trump e Rubio di volere “ritirare gli Stati Uniti dal resto del mondo per portarci in un’era di autoritarismo, nel tentativo di ritagliare un mondo in cui Donald Trump possa comandare l’emisfero occidentale e l’America Latina come il suo parco giochi personale, mentre Putin può brandire la sciabola in Europa e cercare di intimidire i nostri stessi alleati lì”.
Secondo lei, l’arresto di Maduro in Venezuela da parte delle forze americane è un atto ingiustificabile e da condannare, insieme alle minacce di annettere la Groenlandia e il sostegno a Israele nella guerra a Gaza: “Che si tratti del rapimento di un capo di Stato straniero, di minacciare i nostri alleati per colonizzare la Groenlandia o di chiudere un occhio davanti a un genocidio, le ipocrisie sono vulnerabilità e minacciano le democrazie a livello globale”.
Tuttavia, le critiche all’intervento americano in Venezuela arrivano non solo da parte dei dem. Anche la base dei Maga è divisa dall’evento. Una parte dei sostenitori di Trump chiede coerenza nel rispettare la proposta di finire le “guerre infinite” dell’era Obama. Ma il governo ci tiene a sottolineare che fermare il regime di Maduro è una questione di sicurezza nazionale a causa delle operazioni narco-terroristiche guidate dalla dittatura venezuelana nell’emisfero.
Come ricorda Federico Rampini sul Corriere, “autori come Michael Brendan Dougherty e Benjamin R. Young, provenienti da ambienti conservatori populisti e post-neocon, insistono su un punto chiave: la base elettorale di Trump è strutturalmente ostile a nuove avventure militari, soprattutto se ricordano Iraq, Libia o Afghanistan”. “Un’escalation in Venezuela verrebbe vista come un tradimento identitario, una ‘fine alla Bush’ della presidenza Trump – aggiunge Rampini -. Da qui l’insistenza sul fatto che, se davvero l’obiettivo è la stabilità energetica e geopolitica, una strategia di contenimento e negoziato è meno costosa di una guerra”.
Oltre a fare pressione sul regime per l’apertura dell’industria petrolifera venezuelana, l’amministrazione Trump continua le operazioni militari in mare. L’ultimo è il sequestro di una nave petroliera nell’Oceano Indiano che aveva violato le sanzioni. A confermare l’azione contro la Veronica III, battente bandiera panamense, è stata una comunicazione ufficiale del Pentagono, come conferma che si tratta di una vera e propria questione di Stato per gli Usa: “L’abbiamo seguita dai Caraibi all’Oceano Indiano, abbiamo ridotto la distanza e l’abbiamo fermata”.
Con un post sulla piattaforma X, il Pentagono ha spiegato l’intervento, diffondendo anche le immagini delle forze americane che salivano a bordo di un elicottero e poi a bordo della petroliera. La Veronica III aveva lasciato le acque venezuelane il 3 gennaio con circa 1,9 milioni di barili di petrolio e sarebbe sotto sanzioni perché legata al regime iraniano.















