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È giunta l’ora di un’Europa finalmente ritrovata? L’opinione del gen. Del Casale

Di Massimiliano Del Casale

Le tensioni sulla Groenlandia e le ambizioni americane riportano al centro il tema degli equilibri atlantici, mentre la presenza economica cinese nell’Artico evidenzia ritardi e ambiguità occidentali. In questo scenario l’Unione europea prova a cambiare passo: più iniziativa geopolitica, nuovi accordi globali, meno dipendenze strategiche. Difesa, commercio e autonomia diventano i pilastri di una fase che segna la fine dell’inerzia europea. L’opinione del generale Massimiliano Del Casale

Il primo ministro canadese, Mark Carney, è stato il protagonista indiscusso dell’annuale World economic forum di Davos. Il suo richiamo alla realtà per le “medie potenze” è uno spartiacque tra la tradizionale visione del mondo basata sulla centralità degli organismi internazionali e delle regole “formali” che ne governano l’azione e una nuova stagione animata da aggregazioni trasversali di soggetti, capaci di adattarsi ai cambiamenti, focalizzati su comuni interessi strategici, come Difesa, terre rare e intelligenza artificiale, e nella quale il Canada potrebbe avere un ruolo centrale. Senza dubbio, uno shock che puntava due soggetti precisi: la nuova America di Donald Trump e l’Europa, l’osservata (e malata) speciale.

L’anno trascorso è stato un vero turning point. Panama, Venezuela, Groenlandia e dazi commerciali, senza trascurare Ucraina e Medioriente. Un ordine mondiale scardinato a colpi di America First -ma anche molto alone- attraverso l’uso muscolare della politica estera per affermare che gli Stati Uniti resteranno i più grandi. A marzo, dopo le prime accese dichiarazioni del Potus, il controllo del Canale di Panama è tornato nelle mani americane del consorzio Black Rock che ha acquisito tutte le quote della cinese CK Hutchinson. Un passaggio di mano reso comunque inevitabile dalla sentenza della Corte Suprema di Panama che, solo la settimana scorsa, ha pronunciato l’annullamento delle concessioni a suo tempo conferite alla società di Hong Kong per la gestione dei porti di Cristobal e di Balboa, terminali del Canale sui due oceani. Ma veniamo al caso Groenlandia. La volontà da parte americana di impossessarsene attraverso una transazione con la Danimarca e con il governo di Nuuk, oppure persino manu militari, ha allungato ombre inquietanti sulla leadership di Copenaghen e sulla tenuta del Patto Atlantico, scatenando reazioni anche veementi. Come quella del presidente francese, Emmanuel Macron, che ha denunciato “questo nuovo imperialismo”. Giusto. Ma dovrebbe prima far conoscere le ragioni per cui il suo governo mantiene in pugno le economie delle ex colonie africane conservando il franco Cfa (oggi Comunità finanziaria africana), solo in parte sostituito di recente dalla moneta franco-africana Eco. Ad ogni modo, una grave controversia. Le pretese di Washington sulla grande isola vanno in verità ben oltre l’indubbio vantaggio economico che deriverebbe dalla sua acquisizione come 51esima stella della Stars and Stripes. La Groenlandia è parte del Regno di Danimarca e, quindi, territorio Nato. Sarebbe inaccettabile una sua violazione da parte del principale alleato.  Ma poco o nulla è stato fatto in passato per evitare una scomoda e ambigua presenza cinese sulla “Terra Verde”.

Pechino è entrata nella Greenland minerals energy, società che controlla il progetto Kvanefjeld, per l’estrazione di uranio e terre rare, attraverso la cinese Shenge Resources che detiene il 12% delle quote complessive dell’azienda locale. In altri termini, una penetrazione di tipo commerciale ottenuta aggirando la politica. D’altronde, in virtù dell’appoggio russo, il Dragone si autodefinisce Paese artico e lo scioglimento dei ghiacci consente alle nuove rompighiaccio cinesi di accorciare le rotte da 13.000 a 8.000 miglia nautiche per collegare Shangai con Amburgo, passando da 28 a 18 giorni di navigazione ed evitando tra l’altro il Canale di Suez e le azioni di pirateria tra Mar Rosso e Corno d’Africa. L’Europa e la Nato hanno inviato un piccolo contingente militare. Evidentemente, non per opporsi ad un’ipotetica occupazione americana, ma per lanciare un segnale chiaro: l’Alleanza c’è ed è pronta, sebbene un’azione di forza metterebbe in discussione un accordo che ha assicurato oltre 75 anni di pace e sviluppo all’Occidente. E i toni, per il momento, si sono abbassati, grazie anche all’apertura per un forte incremento della presenza statunitense sulla grande isola, sia in chiave militare, con l’estensione del sistema difensivo antimissile Golden Dome, sia commerciale, per l’estrazione di petrolio e terre rare. Ma c’è molto di più. Indicazioni incoraggianti provengono proprio dal Vecchio Continente.

L’Unione europea ha finalmente iniziato a dare segnali in più direzioni che vanno considerati come tasselli di un unico quadro geopolitico. Quattro gli ambiti fondamentali: cooperazione con l’Africa, Mercosur, India e dazi americani. A fine novembre scorso, a Luanda, in Angola, si è tenuto il vertice Ue-Unione africana per il rilancio del piano Global gateway, con il grande investimento europeo da 150 miliardi di euro, di cui 120 già mobilitati. L’iniziativa, integrata dal Piano Mattei del nostro governo, si concentra proprio in Angola per la realizzazione del Corridoio di Lobito, una linea ferroviaria di 1.300 chilometri che consentirà l’afflusso di terre rare dallo Zambia e dalla Repubblica Democratica del Congo. Ma andiamo oltre. Quello raggiunto tra Unione europea e Mercosur, il Mercato Comune del Sud che riunisce Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, siglato a metà gennaio, rappresenta un accordo di portata storica. 800 milioni di persone potranno accedere a un mercato di libero scambio di merci con una stima di crescita dei flussi dall’Europa verso il Sud America del 39%. Tale platea supererà il tetto di due miliardi di consumatori grazie all’altro accordo di fine gennaio sottoscritto dalla Ue con l’India, destinata a essere la terza potenza economica mondiale. Per il Mercosur, in verità, il Parlamento europeo, su spinta francese, ha promosso un intervento della Corte europea di Giustizia, a monte della definitiva ratifica, nel timore di un abbassamento qualitativo delle merci importate rispetto agli standard produttivi vigenti nel nostro continente. Un presunto danno la cui effettività è tutta da dimostrare. Ma la Commissione europea ha avviato la procedura per l’adozione provvisoria dell’accordo. L’iniziativa non sarà di certo piaciuta al tycoon, convinto paladino della “dottrina Monroe”, secondo la quale gli Stati d’Oltreoceano dovrebbero fare affari prima di tutto con gli Stati Uniti. Ma, anche in questo caso, non si sono registrate veementi reazioni da parte della Casa Bianca. La partita più importante viene giocata sul piano geopolitico. Bruxelles ha individuato nuovi partner strategici per affrancarsi ulteriormente dalla dipendenza di Russia e Cina. Per non parlare dei dazi che Washington ha minacciato a più riprese di voler imporre ai Paesi dell’Ue, con un’altalena di interventi i cui effetti si sono sinora rivelati molto inferiori rispetto a quelli temuti inizialmente. Ma quali sono le ragioni di un’America che, in barba alle previsioni, non ha manifestato reazioni apprezzabili di fronte a un’Unione europea finalmente non più chiusa nel suo splendido Berlaymont di Rue de la Loi? La risposta è semplice: denaro. Tanto denaro. Nel loro insieme, Unione europea, Svizzera e Regno Unito, comprensivo dei paradisi fiscali coloniali delle Isole Vergini, Cayman e Bermuda, detengono 8.000 miliardi di dollari del debito pubblico americano, pari al 37% del totale detenuto oltre confine. Iniziare a vendere seppure gradualmente parti del debito, al di là di un’utopistica convenienza finanziaria, non favorirebbe le casse europee in quanto l’offerta di titoli di stato supererebbe di certo la domanda, con conseguente svalutazione del dollaro e, quindi, anche della parte di debito ancora in mano ai creditori europei. Si finirebbe per danneggiare le nostre stesse economie. Tuttavia, per quella americana si aprirebbe di sicuro un baratro. Ma il tycoon è uomo d’affari, prima che politico, e comprende bene l’opportunità di non tirare oltremodo la corda.

Sembra quindi che l’Europa abbia aperto un nuovo ciclo. Più attiva e consapevole che nulla sarà come prima, dalla Difesa all’economia, in politica internazionale come nella cooperazione. L’Unione europea è chiamata a una duplice sfida: da un lato, a rimuovere, snellendolo, il pesante fardello di strutture e di norme di cui si è dotata negli anni. I Paesi leader lo hanno compreso. Italia, Germania, Francia e Regno Unito hanno iniziato a condividere modelli e metodo da adottare in tal senso. Il riesame dei criteri sui quali rivedere la “transizione green” ne costituisce prova tangibile. Dall’altro, a investire su Difesa e sicurezza che non vuol dire staccarsi dallo storico alleato. L’Europa ha bisogno degli Stati Uniti e la Nato sarà sempre la casa comune. Ma il contributo continentale dovrà essere più partecipe, più integrato, capace anche di esprimere un’indipendenza strategica e un’autonoma gestione operativa delle crisi in grado di minacciare più da vicino la nostra sicurezza. Non si tratta di una scelta di convenienza, ma di una prospettiva di libertà per le nostre future generazioni.


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