L’invio della portaerei USS Gerald R. Ford aumenta la pressione americana sull’Iran mentre proseguono i negoziati sul nucleare e cresce il rischio di escalation regionale. Nell’analisi di Alessia Melcangi, la strategia di Trump punta a un accordo limitato ma spendibile, tra divergenze con Israele, rigidità di Teheran e timori dei Paesi del Golfo
L’invio della portaerei USS Gerald R. Ford e del suo gruppo d’attacco in Medio Oriente segna un salto di qualità nella pressione militare esercitata dagli Stati Uniti sull’Iran mentre proseguono i negoziati sul nucleare. La decisione del presidente Donald Trump, diffusa dopo l’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, rafforza una presenza navale già significativa e mira a rendere più credibile la minaccia militare nel caso in cui non si arrivi rapidamente a un’intesa.
“Avrebbero dovuto raggiungere un accordo fin dall’inizio, poi hanno ricevuto Midnight Hammer”, ha detto Trump in una conferenza stampa nella serata di ieri, dopo una riunione lunga tre ore con l’amico, alleato israeliano. Midnight Hammer è il nome in codice dell’operazione militare statunitense condotta contro i principali siti nucleari iraniani durante il recente conflitto con Israele (quello del giugno scorso, noto come “Guerra dei dodici giorni”). “Sarà molto traumatico per l’Iran se non raggiungeranno un accordo” adesso, ha aggiunto il presidente americano.
La Ford — la più grande nave da guerra americana — si unirà alla USS Abraham Lincoln, riportando a due il numero di carrier strike group statunitensi nell’area, come già avvenuto durante le fasi più intense della guerra a Gaza. La tempistica non è casuale: l’arrivo previsto tra tre o quattro settimane (è in movimento dai Caraibi) coincide con la finestra negoziale indicata dalla Casa Bianca per la possibile conclusione di un accordo con Teheran.
Parallelamente alla pressione militare, aumentano i segnali di rischio sistemico. L’Agenzia europea per la sicurezza aerea ha raccomandato alle compagnie dell’Unione di evitare lo spazio aereo iraniano fino alla fine di marzo, citando l’elevata probabilità di incidenti dovuta alla presenza di sistemi d’arma e difese antiaeree e alla possibilità di reazioni imprevedibili da parte dello Stato. Il timore condiviso da molte capitali è che un fallimento dei colloqui possa innescare un conflitto regionale capace di coinvolgere l’intera regione – e la geoeconomia collegata, per primo il mercato petrolifero. Non a caso, il Pentagono fa sapere che gli Usa preparano scenari di guerra prolungata se le cose con l’Iran dovessero andare male.
Teheran ha avvertito che eventuali attacchi contro il suo territorio potrebbero provocare ritorsioni contro Israele o contro i Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi. Un messaggio che spiega la forte attivazione diplomatica delle monarchie arabe, preoccupate di trovarsi in prima linea in caso di escalation.
Secondo Alessia Melcangi, professoressa alla Sapienza e non‑resident fellow dell’Atlantic Council, l’amministrazione Trump punta a ottenere rapidamente un risultato, massimo per il momento sebbene limitato in senso generale, che sia per altro politicamente spendibile. “L’obiettivo principale è il dossier nucleare”, osserva Melcangi, sottolineando come Washington sia “disposta a separarlo da altre questioni, come il programma missilistico iraniano o la rete di proxy regionali”, e ricordando che già Teheran si è detta su questo disponibile.
Una posizione che non coincide pienamente con quella israeliana. Netanyahu ha ribadito che qualsiasi accordo dovrebbe includere anche missili balistici e milizie alleate di Teheran. Ma per Melcangi questa divergenza riflette priorità differenti: ”Trump mira a portare a casa un’intesa sul nucleare anche parziale, spendibile anche in vista delle elezioni di metà mandato, mentre Netanyahu deve tenere conto della sua agenda interna e delle pressioni politiche nel suo Paese, legate anche a forze massimaliste che sostengono il suo governo”. In questo scenario, il premier israeliano potrebbe anche valutare in futuro opzioni autonome, inclusi attacchi mirati contro infrastrutture militari iraniane.
La variabile più difficile da prevedere resta però la postura di Teheran. La Repubblica Islamica ha segnalato disponibilità a discutere limiti al programma nucleare, offrendo la dilazione del livello di arricchimento di uranio, e mantenendo l’uso civile. Ma difficilmente rinuncerà, tutto insieme, al sistema missilistico e al collegamento con i propri alleati – o proxy – regionali. “La teocrazia iraniana non può permettersi in questo momento di accettare un compromesso che assomigli, o venga interpretata, come una capitolazione”, spiega Melcangi, richiamando il contesto interno segnato da una crescente repressione politica che ha colpito – come rivela il Wall Street Journal – anche esponenti dell’establishment critici verso la linea dura adottata dopo le proteste degli ultimi anni, mesi, settimane”. Una dinamica che rafforza i settori più radicali, attualmente annidati anche tra le nuove generazioni, e riduce lo spazio per compromessi strategici ampi.
L’eventuale fallimento dei negoziati, avverte Melcangi, rischierebbe di aprire una crisi regionale su larga scala. Secondo la docente, Teheran difficilmente colpirebbe gli Stati Uniti in modo diretto, ma potrebbe reagire contro Israele o contro obiettivi (statunitensi) nel Golfo, trasformando la dimensione del confronto bilaterale in uno scontro regionale. “Proprio per questo il Qatar su tutti, ma anche altri attori del Golfo stanno spingendo per un accordo, anche nel timore più ampio che le infrastrutture energetiche diventino bersagli”.
Con tali consapevolezze, il dispiegamento della Ford appare soprattutto come uno strumento di pressione? ”È un messaggio strategico – osserva Melcangi – un modo per dire che l’alternativa alla diplomazia è un’escalation incontrollabile”. Una dimostrazione di forza volta a convincere Teheran ad accelerare i tempi, più che un preludio a un intervento militare su larga scala.
Sul fondo resta la questione di Gaza, che, sebbene parzialmente fuori dei riflettori, continua a rappresentare un potenziale detonatore, ricorda Melcangi. “Il conflitto non è risolto, ma congelato, con Hamas ancora armato e non propenso alla smilitarizzazione, e il rischio di una divisione permanente del territorio che renderebbe la ricostruzione estremamente complessa. Tutto mentre nei prossimi giorni il Board of Peace trumpiano si riunirà per la prima volta”.
Un accordo tra Stati Uniti e Iran, secondo l’esperta, renderebbe più gestibile anche questo dossier, mentre un’escalation lo farebbe riaccendere rapidamente – con riflessi anche sulla Cisgiordania, dove Tel Aviv procede una politica di annessione che, nonostante la decisione di sospendere le operazioni più ampie nella Striscia, continua a mantenere altissime le tensioni Israel-palestinesi.
Anche l’Europa osserva con crescente preoccupazione. Al di là degli interessi tecnici, come quello sui voli, alcuni Paesi cercano di ritagliarsi un ruolo diplomatico nel quadro del sostegno alle iniziative di negoziato statunitensi. Venerdì, sulla via per la Conferenza sulla sicurezza di Monaco dove partecipa, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha segnalato disponibilità a facilitare ulteriori contatti grazie ai propri rapporti con attori chiave della regione, confermando la volontà di Roma di contribuire alla stabilizzazione del Mediterraneo allargato pur senza un ruolo centrale nei negoziati. crescente preoccupazione.
Il risultato è una fase di equilibrio precario in cui deterrenza militare e diplomazia avanzano in parallelo. La pressione americana punta a ottenere un accordo rapido sul nucleare, mentre gli attori regionali cercano di evitare una spirale di ritorsioni che trasformerebbe la crisi in un conflitto aperto. In questo spazio ristretto si gioca il futuro immediato della sicurezza mediorientale.
(Foto: X, @DeptofWar)
















