Trump mantiene una postura di massima pressione militare sull’Iran, ma continua a privilegiare il negoziato, convinto che la forza serva soprattutto a ottenere concessioni senza arrivare alla guerra. Tra rischi di escalation regionale, limiti dell’opzione militare e fragilità interna di Teheran, la Casa Bianca punta a un accordo sul nucleare come via più realistica per trasformare la coercizione in successo diplomatico
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha smentito categoricamente — attraverso un messaggio pubblicato sul suo Truth Social — le indiscrezioni circolate su numerosi media americani riguardo a presunte divisioni tra la Casa Bianca e il capo degli Stati Maggiori Riuniti, il generale Dan Caine, sulla possibilità di un intervento militare contro l’Iran. Secondo il presidente, Caine guiderebbe le forze americane in una guerra che sarebbe “facile da vincere”, stando all’opinione attribuita al generale dallo stesso Trump.
Le ricostruzioni pubblicate da testate come Washington Post, Axios, Wall Street Journal e altre non descrivono però un capo militare apertamente contrario, tanto meno insubordinato, ma piuttosto un gruppo ristretto di alti funzionari — tra cui lo stesso Caine e, secondo alcune fonti, il vicepresidente JD Vance — impegnati a dissuadere Trump da una decisione che comunque non è ancora stata presa. Ed è lo stesso presidente a metterlo nero su bianco quando afferma che il generale non è contrario all’idea di andare in guerra con l’Iran, ma preferirebbe evitarla “come tutti noi”.
Il timore condiviso è che un attacco alla Repubblica Islamica possa trascinare gli Stati Uniti in un conflitto lungo, costoso e politicamente rischioso. Caine sembra essersi fatto in qualche modo portavoce di queste preoccupazioni. D’altronde il generale dell’Air Force ha guadagnato via via consenso e attenzione da parte del commander-in-chief.
La serie di conseguenze logiche che Caine avrebbe esposto personalmente a Trump è la seguente: qualsiasi operazione che vada oltre un attacco limitato sarebbe complessa, le scorte di intercettori sono limitate, tutto sarebbe ancora più difficile senza la cooperazione araba — ribadita come assente da diversi alleati regionali — e altamente rischioso per le truppe statunitensi nel Mediterraneo allargato, comprese le basi in Italia.
A rafforzare questa lettura prudenziale contribuisce anche la valutazione di David Petraeus, ex direttore della Cia e già comandante delle forze americane in Iraq e Afghanistan, secondo cui eventuali attacchi statunitensi non porterebbero comunque a un cambio di regime a Teheran. Petraeus ha sottolineato che la leadership iraniana, a partire dalla Guida Suprema Ali Khamenei, resta ideologicamente rigida e poco incline a concessioni significative, rendendo improbabile una soluzione definitiva attraverso l’uso della forza. Pur riconoscendo la necessità di contenere il nucleare e il programma missilistico iraniano, l’ex generale ha invitato a una valutazione realistica dei limiti dell’opzione militare, avvertendo che Teheran potrebbe assorbire il colpo senza modificare la propria postura strategica.
Una fonte regionale spiega confidenzialmente a Formiche.net che il rischio di un allargamento del conflitto resta concreto e preoccupa il mondo arabo. Israele ha intensificato le operazioni contro Hezbollah in Libano, mentre milizie sciite filo-iraniane in Iraq e gli Houthi in Yemen potrebbero aprire nuovi fronti in caso di scontro diretto tra Washington e Teheran. “È la dimensione sistemica della crisi: qualsiasi attacco contro l’Iran difficilmente resterebbe confinato ai suoi confini”.
Questo contesto contribuisce a plasmare una posizione del presidente più sfumata di quanto suggeriscano i toni pubblici. Pur mantenendo la pressione militare, Trump continuerebbe a privilegiare la prospettiva di un accordo negoziale capace di congelare l’arricchimento dell’uranio iraniano a fini militari e, al tempo stesso, di essere presentato come un successo diplomatico in vista delle elezioni di metà mandato. Un risultato coerente con l’immagine che il presidente intende proiettare alla sua constituency: quella di un deal-maker globale in grado di trasformare anche il dossier iraniano in una prova della propria capacità di imporre la pace attraverso la forza della negoziazione.
Trump intende sfruttare il momento. Il dispositivo militare dispiegato è effettivamente il più possente schierato nella regione sin dalla Guerra del Golfo. Per dare una misura, il professore Robert Pape dell’University of Chicago osserva che gli Stati Uniti hanno attualmente nell’area di responsabilità operativa del Comando Centrale — quella che include l’Iran — circa il 50% delle loro forze dispiegabili. “Mai gli Stati Uniti hanno schierato così tanta forza contro un potenziale nemico senza lanciare attacchi”, sottolinea Pape, tra i massimi esperti mondiali di conflitti aerei. La domanda, dunque, è se lo schema sia realmente quello della pressione senza guerra.
Schierare una tale massa di assetti è economicamente oneroso, ma una guerra lo sarebbe infinitamente di più — soprattutto sul piano politico. L’elettorato Maga ha accettato le operazioni di forza in Venezuela sotto la narrativa della protezione del “Western Hemisphere”, ma un conflitto con l’Iran, percepito come distante dagli interessi America First, sarebbe molto più difficile da giustificare. Ancora più complesso sarebbe spiegare durata, impegno e obiettivi, se è vero che un’azione militare potrebbe non destabilizzare definitivamente il regime.
Non è un caso che l’obiettivo delle pressioni si sia progressivamente concentrato quasi esclusivamente sul contenimento del programma nucleare, dopo essere inizialmente partito includendo anche la repressione delle proteste interne. Oggi Washington evita accuratamente di enfatizzare quel segmento del dossier iraniano, consapevole che un’escalation retorica potrebbe rafforzare Teheran sul piano interno.
La teocrazia iraniana appare in difficoltà: ha perso presa su ampie fasce della società e ha visto ridursi la propria influenza regionale, anche alla luce dei duri colpi subiti dai suoi proxy. In questo contesto, un accordo sul nucleare diventa improvvisamente più plausibile. Sul piano interno iraniano, un’intesa può essere presentata agli hardliner come un compromesso controllato che preserva il sistema e le capacità militari, mentre ai riformisti può essere venduta come prova di apertura e dialogo. È la dimensione domestica a prevalere, più di qualsiasi considerazione internazionale, anche perché Teheran è consapevole dei limiti derivanti dall’assenza di un sostegno realmente decisivo da parte dei partner globali, in primis Cina e Russia. La storia dei Manpads inviati da Mosca è interessante per riempire le pagine dei media, ma quegli assetti sono di fatto incapaci di controbilanciare minimamente la potenza di fuoco statunitense; quella sui missili anti-nave che Pechino starebbe per fornire è altrettanto intrigante, ma la forniture difficilmente arriverebbe in tempo.
Ecco perché Stati Uniti e Iran starebbero valutando la possibilità di un accordo ad interim durante il terzo round di colloqui che si terrà giovedì a Ginevra. Un’intesa limitata al solo programma nucleare consentirebbe a Teheran di guadagnare tempo soddisfacendo la principale richiesta americana e offrendo a Washington un risultato immediatamente spendibile sul piano politico e della sicurezza.
Un assessment autorevole proveniente dai corridoi di Washington suggerisce che, nonostante le voci insistenti su un attacco imminente, la finestra diplomatica resterà aperta ancora per qualche tempo. Il nuovo round di colloqui viene interpretato come un passaggio decisivo — forse non definitivo, ma un momento in cui si misurerà se esista ancora spazio per progressi sostanziali o se si tratti dell’ultimo tentativo prima di un’escalation militare. L’ipotesi prevalente è la prima: un successo relativo sufficiente a giustificare il proseguimento del negoziato.
Alla base di questa valutazione vi è una convinzione consolidata negli ambienti di sicurezza nazionale: Donald Trump non appare incline alla guerra. Finché esisterà anche solo un margine di avanzamento diplomatico, la Casa Bianca tenderà a sfruttarlo.
Pesano inoltre fattori di calendario e di opportunità politica. Il periodo del Ramadan, il Nowruz e altri appuntamenti internazionali rendono meno probabile una decisione militare immediata, mentre eventuali segnali di progresso permetterebbero all’amministrazione di giustificare un ulteriore rinvio delle opzioni più drastiche. In questa logica, la pressione militare massima dispiegata nella regione non rappresenterebbe necessariamente il preludio a un attacco, ma piuttosto lo strumento per rendere credibile la diplomazia.
È questo il paradosso strategico attorno all’Iran: la dimostrazione di forza serve soprattutto a evitare di usarla. Se l’incontro di giovedì produrrà anche solo un avanzamento limitato, Trump potrà presentarlo come prova dell’efficacia della sua strategia di coercizione negoziale. In caso contrario, la stessa architettura di pressione costruita nelle ultime settimane fornirebbe le basi operative per un’escalation. In entrambi gli scenari, la decisione finale resterà legata alla stessa logica che ha guidato finora la Casa Bianca: ottenere concessioni senza dover combattere una guerra che nessuno, a Washington, considera davvero risolutiva.
















