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La guerra dei droni porta l’Egitto dentro il conflitto sudanese. Ecco cosa sappiamo

Le operazioni con droni turchi da una base in Egitto segnano il passaggio del Cairo da attore diplomatico a protagonista operativo nella guerra sudanese, spinto dall’evolversi della situazione sul campo dopo la caduta di El Fasher

Droni turchi che partono da basi egiziane per colpire obiettivi sudanesi. Dietro quello che potrebbe a prima vista sembrare l’inizio di una barzelletta si nasconde un complesso labirinto di legami e di coinvolgimenti più o meno diretti all’interno della catastrofe della guerra civile che da anni infuria in Sudan, in cui si contrappongono da una parte l’esercito regolare del Paese, e dall’altra la milizia paramilitare delle Rapid Support Forces (Rsf). Fazioni che però non agiscono in autonomia: esse godono infatti del sostegno di una moltitudine di attori esterni, ciascuno con i propri interessi particolari che intendono tutelare attraverso il supporto ad una delle due parti in causa.

L’ultima novità in questo intricato groviglio di interessi e di alleanze più o meno informali la rivela il New York Times, e riguarda l’Egitto. Il Paese nordafricano ha infatti mantenuto fino ad ora una linea che privilegiasse l’azione diplomatica e lo sforzo di mediazione, piuttosto che un intervento diretto nelle dinamiche della guerra civile. Ma le immagini satellitari mostrate dal Nyt parlano di un’altra storia.

Nascosta all’interno di un vastissimo progetto di natura agricola sviluppato in un’area desertica ai confini meridionali del Paese, una base aerea segreta ospita una serie di velivoli senza pilota che da qui si alzano in volo per andare a colpire bersagli afferenti alle Rapid Support Forces oltre il confine meridionale egiziano. Droni che però non sono egiziani, ma turchi, secondo quanto si apprende sia dalle immagini satellitari che da alcune persone a conoscenza della questione, interpellate dal Nyt.

Non che questa sia una sorpresa. È abbastanza risaputo che Ankara sia una sostenitrice delle forze regolari sudanesi, a fianco di Iran, Russia (che ha però mantenuto legami con entrambe le parti del conflitto), Arabia Saudita e Qatar, mentre le Rsf godono principalmente del supporto degli Emirati Arabi Uniti. Stessa cosa però non si può dire per il Cairo. Ma cosa c’è dietro a questo cambio di passo?

Le fonti informate contattate dal Nyt suggeriscono che la risposta vada cercata soprattutto negli sviluppi militari dell’autunno scorso. La caduta della città di El Fasher dopo un assedio durato un anno e mezzo, la successiva avanzata delle Rsf nel Darfur e la pressione verso il Kordofan centrale hanno alimentato il timore che l’equilibrio del conflitto potesse inclinarsi in modo irreversibile a favore della milizia paramilitare, con ricadute dirette sulla sicurezza egiziana. È in questo contesto che il presidente Abdel Fattah el-Sisi ha infatti parlato pubblicamente di “linea rossa”, legando la stabilità del Sudan non solo alla sicurezza dei confini meridionali dell’Egitto, ma anche all’impatto interno di una guerra che ha già spinto circa un milione e mezzo di rifugiati sudanesi a cercare riparo oltre il Nilo. L’intervento indiretto attraverso l’uso di droni turchi ospitati sul territorio egiziano risponderebbe, dunque, a una logica di contenimento strategico delle Rsf e di sostegno all’esercito regolare sudanese, senza un coinvolgimento militare ufficiale e dichiarato.

Questa scelta apre tuttavia un nuovo e delicato fronte di rischio. Per la prima volta dall’inizio della guerra civile, una base situata fuori dal territorio sudanese diventa parte integrante dell’architettura militare del conflitto. Le Rsf hanno infatti dichiarato di essere consapevoli che i droni che colpiscono le loro forze decollano da una base straniera, e il loro leader, Mohamed Hamdan, ha avvertito in un messaggio video che qualsiasi drone che decolli da qualsiasi aeroporto è un obiettivo legittimo.

Il significato politico e militare di questa affermazione è rilevante. La presenza di una piattaforma operativa sul territorio egiziano introduce la possibilità concreta che le infrastrutture in Egitto vengano considerate bersagli militari, facendo salire il livello di esposizione diretta del Cairo e aprendo a scenari di escalation regionale. In un conflitto già fortemente internazionalizzato, la trasformazione di una base egiziana in un nodo operativo della guerra dei droni rischia così di allargare ulteriormente il perimetro della crisi sudanese.


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