Gli Stati Uniti stanno trasformando il rilancio della propria potenza marittima in una strategia organica di sicurezza nazionale, economia e politica industriale. Dopo l’ordine esecutivo dell’aprile 2025, il documento pubblicato nel febbraio 2026 segna il passaggio dalla diagnosi al piano d’azione: una roadmap intergovernativa per ricostruire la capacità navale commerciale, la base industriale e la forza lavoro marittima americana
Dietro il rilancio della potenza marittima americana c’è una logica di carattere interno, ma si intravede anche una necessità geopolitica più ampia, legata alla competizione sistemica con la Cina e al ritorno del mare come spazio decisivo della rivalità tra grandi potenze. Il controllo delle catene logistiche, dei cantieri navali, delle flotte commerciali e delle infrastrutture portuali è oggi considerato tanto strategico quanto la superiorità militare.
In questo quadro, Washington mira a ridurre la dipendenza da fornitori stranieri, contrastare il predominio industriale cinese nella cantieristica e rafforzare la propria presenza nelle aree chiave del commercio globale, dall’Indo-Pacifico all’Artico fino ai corridoi marittimi che collegano Asia, Medio Oriente ed Europa. La strategia si inserisce così in una visione più larga, che vede la sicurezza delle rotte e la resilienza delle supply chain come prerequisiti della stabilità economica occidentale e della proiezione di potenza americana nel XXI secolo.
Una strategia per la competizione tra grandi potenze
Alla base della nuova dottrina vi è una premessa storica e geopolitica chiara: la potenza marittima non riguarda solo le flotte militari, ma anche la capacità di trasportare merci, sostenere le catene di approvvigionamento e garantire la sicurezza delle rotte globali. Nel XX secolo, la superiorità cantieristica e logistica degli Stati Uniti — combinata con la forza della US Navy — fu decisiva per l’ascesa americana a grande potenza e per le vittorie alleate nelle due guerre mondiali.
Oggi, secondo la Casa Bianca, questo vantaggio si è eroso fino a trasformarsi in una vulnerabilità strategica. Il commercio marittimo statunitense dipende in larga parte da navi costruite, equipaggiate e registrate all’estero, mentre il numero dei cantieri navali attivi è drasticamente diminuito. Una situazione che espone l’economia e la sicurezza nazionale a rischi in caso di crisi internazionali o conflitti.
Un approccio “whole-of-government”
Il nuovo Maritime Action Plan (MAP) rappresenta il tentativo di affrontare il problema in modo sistemico. L’amministrazione Trump ha concluso che interventi isolati — incentivi alla cantieristica, riforme del procurement o politiche commerciali — non sarebbero sufficienti se non coordinati tra loro.
Per questo il piano adotta un approccio “whole-of-government”, coinvolgendo tutte le agenzie federali con responsabilità marittime insieme a partner internazionali, settore privato e governi statali e locali. L’obiettivo è ricostruire simultaneamente industria, capitale umano e resilienza logistica, evitando che progressi in un settore vengano neutralizzati da carenze in un altro.
I quattro pilastri della nuova potenza marittima
Il primo obiettivo è aumentare la produzione domestica di navi e modernizzare le infrastrutture industriali, riducendo la dipendenza da fornitori stranieri e garantendo la capacità di costruire e mantenere flotte civili e militari.
La carenza di marittimi qualificati è considerata un limite strutturale alla crescita del settore. Il piano prevede un ampliamento della formazione e dell’istruzione tecnica per sostenere l’espansione industriale.
Washington intende rafforzare la resilienza della filiera, promuovere tecnologie avanzate e tecniche di produzione innovative, oltre a garantire finanziamenti stabili e incentivi economici.
Il rafforzamento della potenza marittima è visto come condizione per sostenere operazioni militari, proteggere le rotte commerciali e assicurare autonomia strategica nelle supply chain.
Oltre la cantieristica: una strategia di potenza globale
Il MAP include misure legislative e politiche che spaziano dall’aumento della domanda di navi costruite negli Stati Uniti alla creazione di nuovi flussi di finanziamento, dalla semplificazione normativa alla riforma dei processi di procurement pubblico.
L’obiettivo finale è ristabilire la posizione degli Stati Uniti come potenza marittima globale, rafforzando al tempo stesso la sicurezza nazionale e la prosperità economica. La strategia riconosce implicitamente che il dominio dei mari — inteso come controllo delle infrastrutture, delle flotte commerciali e delle catene logistiche — è tornato al centro della competizione tra grandi potenze.
In questo senso, il piano non rappresenta soltanto una politica industriale, ma una ridefinizione del ruolo degli Stati Uniti nel sistema internazionale: dalla logistica globale alla proiezione militare, la Casa Bianca punta a recuperare una dimensione marittima considerata essenziale per l’equilibrio geopolitico del XXI secolo.
















