Con Le cose non dette (2026) Gabriele Muccino pone seriamente la questione etica della verità, in un racconto ricco di suspense, dal ritmo hitchcockiano, con attori convincenti. Ma la sceneggiatura e la regia a volte sono sopra le righe. La recensione di Eusebio Ciccotti
Una normale storia quotidiana di tradimento nella coppia è il tema di Le cose non dette di Gabriele Muccino, dal romanzo Siracusa di Delia Ephron, sceneggiato insieme all’autrice. Un film che raccoglie un successo popolare proprio perché la storia è raccontata abilmente, popolarmente, con ingredienti che piacciono ai palati dello spettatore medio, dalla cultura media, e in cerca di forti emozioni: tradimento, viaggio, nord Africa, sesso, filosofia, omicidio insolito.
Il plot
Il plot è semplice, con finale drammatico. Un professore di filosofia d’università, Carlo (Stefano Accorsi: polifonico) anche autore di un primo fortunato romanzo, è felicemente innamorato di sua moglie, Elisa (Miriam Leone: impeccabile), giornalista, ora in crisi creativa. L’unico neo di questa felice unione, un figlio mai arrivato. Il prof, dopo una lezione, è avvicinato da una studentessa del suo corso, Blu (Beatrice Savignani: equilibrata nel suo sotterraneo squilibrio): per pagarsi “Filosofia, facoltà dei ricchi” fa la cameriera, in un ristorante frequentato dal prof. Iniziano a parlare, uscendo dalla Facoltà; vanno a bere qualcosa. Si guardano negli occhi, si attraggono come un magnete sul metallo. Chi è il magnete, chi il metallo? La ragazza dichiara: “mi piacciono i colpi di scena”. Il prof e la studentessa principiano una storia, di cuore e di sensi.
Per superare la crisi creativa Elisa segue il consiglio del suo caporedattore: “hai bisogno di un po’ di riposo, di cambiare lo sguardo”. Ecco allora un viaggio a Tangeri, rimandato da tempo, “città scelta da artisti e intellettuali”, precisa Elisa. Ad accompagnarli un’altra coppia: Paolo (Claudio Santamaria: padrone di ogni espressione nel volto e nei gesti), compagno di liceo di Carlo, ristoratore, e Anna (Carolina Crescentini: brava come moglie esaurita ma dall’occhio attento alla Jessica Fletcher), con la loro figlia tredicenne, Vittoria (Margherita Pantaleo: convincente)
Il problema è che a Tangeri si presenta Blu. Ella ha usato le credenziali delle carte di Carlo per pagarsi volo e pensione. A due passi dall’hotel dove alloggiano i cinque. Tampina Carlo in modo ossessivo: “dopo otto mesi” egli non ha ancora lasciato la moglie per lei, come promesso dall’uomo. Questo il rimprovero. O la fa subito, lì a Tangeri, o ci penserà lei a dirlo alla moglie. Carlo chiede tempo, ma lei è aggressiva. Si respingono, poi si abbracciano, e riprendono a fare l’amore, di nascosto, a Tangeri. Ma al bacio appassionato, nella piazza centrale della città, quella mattina, ha assistito Paolo, uscito per passeggiare con il fresco.
Parallelamente, la pre-adolescente Vittoria, considerata “ancora una bambina” dalla mamma, cosa che non accetta, preferisce passeggiare accanto a Carlo quando tutti e cinque escono in giro per la città: questi la fa sentire più grande ascoltandola. Vittoria mostra una segreta ammirazione per Carlo, forse un amore platonico.
Blu, preme su Carlo con telefonate e incontri. Quando non lo incontra passa ore su uno alto scoglio. Una sera, stanca di aspettare la “risposta” di Carlo, fa in modo di incrociare casualmente, per le vie di Tangeri, i cinque mentre passeggiano. Anna la riconosce subito, come la cameriera del ristorante romano, “l’ Antica Pesa” dove le due coppie, spesso cenano.
L’intreccio prosegue sino al giorno in cui vi è una uscita in barca “per vedere i delfini”, cui Elisa e Anna non partecipano, ma ci sono Carlo, Paolo e la ragazza Vittoria. Cui si aggiunge Blu (chiamata da Carlo: intende parlarle per tenerla a bada). Sulla barca occhiate di rimprovero da Paolo verso Carlo. Blu e Vittoria, chiacchierano, divenendo quasi amiche. Al ritorno al porto, Blu chiede al padre di Vittoria, Paolo, se la ragazza può andare a fare una passeggiata con lei.
È tarda sera: la minorenne Vittoria non è rientrata. Anna dà in escandescenze (“hai lasciato tua figlia con una zoccola!”) e maltratta Paolo. Infine, ecco Vittoria correre trafelata, verso il centro. Con le treccine e un vestito tipico locale. Il primo che incrocia è Carlo (lo bacia brevemente in bocca) e gli dice all’orecchio, “tutto risolto, non ti devi più preoccupare”. La mattina dopo sulla riva la salma di una ragazza annegata: è Blu.
Il racconto a flash-back
Gabriele Muccino e Delia Ephron raccontano la storia, non come sopra da noi riassunta, ma a blocchi di flashback, sul modello di Tradimenti (1983) di David Jones, che partono dalle rispettive confessioni davanti alle forze dell’ordine, al loro rapido rientro in Italia. Naturalmente la struttura à rebours crea una studiata suspense che il pubblico mostra di gradire. Nel costruire il motivo narrativo della passione tra il prof e la studentessa, nel descrivere il rapporto tra Carlo ed Elisa, la delicata situazione famigliare tra Paolo e Anna e Vittoria, lo script incolla abilmente nuovi mattoncini narrativi di volta in volta, come pezzetti di puzzle, per costruire l’intera storia tra passato e presente: le cene al ristorante con Blu cameriera; il periodo felice in vespa tra Carlo ed Elisa; una lezione universitaria in cui Carlo spiega il pensiero di Søren Kierkegaard; l’arrivo dei cinque a Tangeri; la scoperta della città, ecc.
Un realismo intermittente
Le cose non dette presenta, purtroppo, delle lievi incoerenze narrative, insomma dei “refusi” di sceneggiatura che andavano evitati o corretti. Se si sceglie un taglio realistico, ci si aspetta una coerenza oggettiva, nella finzione. Paolo è proprietario di un bel ristorante, ma le due coppie vanno spesso a mangiare all’ “Antica Pesa”, il ristorante dove lavora Blu. Per quale motivo? Ci voleva una motivazione narrativa (che so: il bel ristorante chiuso poiché “sotto-sequestro per via dei Nas”; oppure in restauro; ecc.).
Carlo tiene una lezione su Kierkegaard pronunciando il nome all’italiana: ogni studente di liceo sa che le due ”aa” si pronunciano “o”. Carlo, inoltre, tiene la lezione da dietro una grande cattedra, con aperto, sul piano del tavolo, un pc Apple. Non lo sta usando: scenografia di rito.
Inoltre, quelle sono le aule (siamo alla “Sapienza” di Roma) in cui i De Mauro, i Capizzi, i Garroni, i Colletti, i Roncaglia, i Serianni, passeggiavano, attraversando l’aula, spiegando. Ancora: la “Facoltà” di Filosofia, dal 1981, non è più all’interno della città universitaria: questa imprecisione realistica, può dar fastidio a chi è stato veramente studente in quelle aule.
Infine. Carlo termina la lezione universitaria su Kierkegaard (citando la celebre osservazione del danese: “la vita si capisce solo all’indietro, ma noi viviamo in avanti”) chiudendo con l’inflazionato aforisma: “La filosofia non ci dà le risposte semmai ci aiuta a vivere con il dubbio”. Visto l’indecisione di scegliere tra amante e moglie, non era il caso di soffermarsi sul tema centrale della sua filosofia, quello dell’aut-aut? È, con tutto il rispetto per gli sceneggiatori, una lezioncina da liceo. Ma sul pubblico funziona alla grande. Infine, ecco il saluto, che farebbe rivoltare Tullio De Mauro nella tomba: “Dai ragazzi ci vediamo alla prossima!” Applausi. Nel film, abbondano citazioni, piuttosto generiche, da Simone de Beauvoir, Italo Calvino, oltre all’immancabile Martin Hieddeger: siamo lontani da La settima stanza (1995) di Márta Mészáros o da Hannah Arendt (2012) di Margarethe von Trotta.
Qualche piccola contraddizione
Un docente universitario, con moglie giornalista, non va in vacanza con un semplice proprietario di ristorante, per quanto ex compagno di liceo. I compagni di liceo, raramente rimangono amici da adulti: quando capita, sono uniti da una professione simile, o dal medesimo livello culturale raggiunto.
La tredicenne Vittoria non conosce il termine “alibi”, ma sa cosa è una “casa d’appuntamenti”. Sua madre, Anna, in preda a un forte esaurimento da tempo, coglie però dei minimi dettagli nella presenza di Blu a Tangeri, non notati né da Elisa né da Paolo, tali da intuire che Carlo tradisca Elisa: altro che la Signora in giallo! Qui prende il sopravvento un procedere meccanico, preoccupato di giungere precipitosamente alle conclusioni.
La minorenne: due scene immaginate ma discutibili
La chiusa rimane “aperta”, come il cinema post-moderno consiglia. La tredicenne Vittoria, dopo la notte passata sugli scogli con Blu, quando torna in città, scossa, ci fa capire che la caduta di Blu nel mare forse non è stata accidentale. La stessa ragazzina, precedentemente, è stata inquadrata all’interno del bagno dell’hotel, in primo piano largo, mentre sta attraversando un momento di piacere fisico (allusione alla masturbazione?). Gli sceneggiatori ci dicono che Vittoria reclama la sua crescita, i suoi desideri: ma le soluzioni di sceneggiatura e regia potrebbero apparire, per qualcuno, piuttosto esagerate, anche considerando gli eventuali adolescenti in sala.
Una regia tellurica
Muccino predilige il piano-sequenza che gli garantisce una verità oggettiva nel racconto, per cui segue il personaggio coni lunghi carelli (in stady-cam), trasportando lo spettatore dentro l’azione. Ottima scelta, ma a rischio di ridondanza. Il primo lungo back-travelling chiamato a seguire Blu e il prof, a fine lezione, dall’ aula, poi nel corridoio e infine giù per le scale dalla Facoltà di Lettere e Filosofia della “Sapienza”, è avvolgente. La camera a seguire la ritroviamo in molte scene, a Tangeri: per es. quando Paolo rincorre fuori dal ristorante-karaoke, Blu, per impedirle di armare scenate. Abbiamo anche un drone dall’alto, se i personaggi debbono correre: insomma, il tratto documentaristico della stady-cam è costantemente chiamato per certificare un neo-realismo: con il limite che, se abusato, rischia di slabbrarsi nell’estetica videoclippara.
Tra il prevedibile e l’ipertrofico
Muccino, abile regista, non rinuncia a una scena, inflazionata, ormai presente in ogni film che debba mostrare un amplesso: “azione” e grida di piacere sotto la doccia, di là dal vetro, foderato di gocce. Scene del genere hanno incrementato, come ben sanno i venditori, negli ultimi venti anni, lo smantellamento delle vasche da bagno a favore delle docce. Evitabile.
Nello scendere le note scale della Facoltà di Lettere e Filosofia della “Sapienza”, il prof e la studentessa si fermano ai piedi della scalea. Stanno parlando. Ripeto: il piano-sequenza è ben girato. Solo che alle loro spalle vi è un inarrestabile ronzio visivo, uno scendere e salire di decine e decine di studenti-comparse, in secondo piano: chi conosce la Facoltà sa che mai si arriva mai ad un traffico del genere: sembra la domenica mattina a Porta Portese. Qui la preoccupazione di essere realisti è ipertrofica.
Promosso senza lode
Le cose non dette, affronta con coraggio un tema eticamente e psicologicamente importante. La necessità di essere chiari, coerenti, di dire la verità al momento giusto. Il problema non è innamorarsi di un altro/a, ma quello di nascondere la verità per paura, per timore di danneggiare il proprio partner, convinti, adolescenzialmente, di risolvere, prima o poi, il “problema”.
Gli attori evitano abilmente il sovra-tono; volti ed espressioni appaiono naturalmente poetici e drammatici senza appiccicate deformazioni. Il racconto tiene, e, del resto, è innaffiato dalle summenzionate spruzzatine filosofiche che tanto fanno godere il pubblico mediamente colto, quello dal diploma liceale in tasca, desideroso di ripassarsi un po’ di filosofia, sgranocchiando pop-corn. Tolti i lievi rilievi formali di cui sopra, Gabriele Muccino, ha realizzato un astuto film hollywoodiano (senza lode): inizia citando Alfred Hitchcock (lì eravamo nella affollata piazza di Marrakesch, qui in quella animata di Tangeri) e termina con una chiusa che sarebbe piaciuta a David Lynch.
















