Il vertice riservato di Parigi tra emissari dell’est e dell’ovest libico riflette un tentativo guidato da Francia e Stati Uniti di stabilizzare il Paese attraverso la riunificazione funzionale delle istituzioni economiche ed energetiche. Un approccio pragmatico che può ridurre il rischio di escalation, ma che lascia aperta la questione della legittimità politica e della cattura dello Stato da parte delle élite
Il vertice riservato tra Saddam Haftar e Ibrahim Dbeibeh, ospitato a Parigi a fine gennaio, assume ancora più rilevanza alla luce dell’uccisione del figlio di Muammar Gheddafi, Saif al-Islam, episodio che conferma la persistente fragilità del quadro libico. L’incontro parigino si inserisce in un dialogo intra-élite che continua a svilupparsi nelle capitali occidentali più che nelle sedi multilaterali, segnalando una gestione del dossier sempre più esterna e selettiva.
In un Paese dove la politica è da tempo sostituita da equilibri di rendita e deterrenza armata, il ritorno di un canale stabile fra i due poli di potere riflette soprattutto una scelta influenzata dall’esterno. Francia e Stati Uniti stanno tentando di rimettere in moto la riunificazione istituzionale libica con un approccio pragmatico, quasi notarile, che mira a rendere nuovamente “governabile” lo Stato prima di renderlo pienamente legittimo.
L’incontro ha messo a confronto due emissari privi di mandato elettorale ma con accesso diretto ai centri decisionali. Saddam Haftar, figlio del leader della Cirenaica Khalifa Haftar, incarna la transizione generazionale all‘interno del clan che controlla l’apparato militare dell’est, formalizzata nell’estate 2025 con la sua promozione a vice comandante del Comando generale dell’Esercito nazionale libico e completata da altre nomine che rafforzano la presa familiare sulla catena di comando. Ibrahim Dbeibeh è indicato dalle ricostruzioni più accreditate come consigliere, anche in qualità di nipote, del premier Abdulhamid Dbeibeh, uno dei canali più diretti verso i dossier sensibili e l’ecosistema di sicurezza di Tripoli.
Entrambi operano come estensione diretta dei rispettivi clan, più che come rappresentanti di istituzioni autonome, e la loro legittimità deriva dalla posizione familiare all’interno degli apparati di potere, non da un mandato politico.
L’architettura tecnica dell’accordo
La discrezione che ha avvolto il summit non è un dettaglio. Un formato low-key consente alle parti di testare opzioni senza pagare immediatamente il prezzo interno di concessioni politiche, e agli sponsor occidentali di lavorare su un pacchetto tecnico evitando che la disputa sulla legittimità blocchi ogni passo. Il cuore del confronto riguarda la riunificazione delle istituzioni che governano le risorse energetiche: il circuito che trasforma idrocarburi in valuta, spesa pubblica, appalti, sussidi e stipendi, cioè il meccanismo attraverso cui si distribuisce il potere.
Questa impostazione riflette una lettura condivisa da diversi centri di analisi, tra cui Chatham House: il conflitto libico non può essere affrontato solo attraverso accordi politici o scadenze elettorali, perché la competizione reale si gioca sul controllo delle risorse economiche e delle istituzioni che le amministrano. In assenza di una governance condivisa su bilancio e rendita energetica, ogni compromesso resta fragile e reversibile. Da qui la scelta di privilegiare un percorso economico parallelo al negoziato politico, orientato alla stabilizzazione immediata, al rafforzamento istituzionale e a una maggiore trasparenza.
La Banca centrale e la politica del cambio restano il nodo più sensibile, perché determinano l’accesso alla valuta, il finanziamento della spesa pubblica e, in ultima istanza, la distribuzione del potere. La National Oil Corporation è l’altro perno, poiché concentra sia la ricchezza nazionale sia le principali frizioni tra trasparenza, pratiche opache e pressioni locali.
L’instabilità libica continua infatti a poggiare su problemi concreti che rendono impossibile qualsiasi elezione credibile. Il primo è il disordine fiscale: l’assenza di un bilancio nazionale unificato, il debito in crescita e le spese parallele alimentano la competizione tra governi e milizie. Il secondo è la fragilità del mercato valutario, dove la distanza tra tasso ufficiale e mercato parallelo produce arbitraggio, clientelismo e tensioni sociali. Il terzo è la governance della rendita energetica: finché ricavi, importazioni e pagamenti restano opachi e contestati, ogni compromesso politico resta temporaneo.
La partita statunitense e la leva energetica
In tale quadro, la diplomazia americana è comunque tornata sul dossier libico con un’impronta che unisce sicurezza ed energia. Le visite di emissari statunitensi tra Tripoli e Bengasi, a ridosso dell’incontro parigino, vanno lette come costruzione di una cornice di deterrenza e come segnale di garanzia per gli attori economici. L’obiettivo è ridurre il rischio di escalation che possa interrompere l’export di idrocarburi, mantenendo aperti i canali con entrambe le sponde.
L’energia non è più un tema implicito ma il baricentro esplicito del negoziato. A Tripoli, a margine del Libya Energy and Economy Summit, il confronto tra governo, National Oil Corporation, banca centrale, compagnie petrolifere e filiera dei fornitori ruota attorno a un obiettivo concreto: rendere il settore più prevedibile e quindi più investibile. Le leve operative sono chiare: segnali di stabilità regolatoria, sblocco delle decisioni su investimenti e servizi critici, riduzione del rischio di interruzioni dell’export attraverso intese sulla sicurezza degli impianti e sulla catena dei pagamenti.
In questo contesto sono stati annunciati accordi di lungo periodo che coinvolgono grandi operatori occidentali. Al summit di gennaio 2026 il governo ha presentato un accordo di sviluppo venticinquennale attraverso Waha Oil Company con TotalEnergies e ConocoPhillips, associato a oltre 20 miliardi di investimenti esteri e a un obiettivo ambizioso di incremento della capacità produttiva. In parallelo, TotalEnergies ha formalizzato l’estensione delle concessioni Waha fino al 2050, con nuovi termini fiscali e con il progetto North Gialo indicato come primo driver di crescita aggiuntiva.
Per Parigi, questa traiettoria è politica oltre che industriale. Dopo anni di percezione di sbilanciamento verso Haftar, la Francia tenta di riaccreditarsi come facilitatore capace di parlare sia con l’est sia con l’ovest, tutelando al contempo l’accesso delle proprie imprese e ricostruendo una postura mediterranea credibile. L’asse Parigi–Roma–Washington utilizza i capitali occidentali come piattaforme considerate “neutrali”, con Roma come precedente nel settembre 2025 e Parigi come prosecuzione sotto regia americana.
Sicurezza, Russia e il paradosso delle elezioni
La dimensione securitaria resta altrettanto concreta. Stabilizzare Tripoli significa governare la galassia delle milizie urbane, evitare che la competizione per ministeri e budget degeneri in scontro armato e impedire che ogni crisi si traduca in interruzioni del ciclo petrolifero. Su questo sfondo si colloca il dossier russo. Mosca ha trasformato la Libia orientale e meridionale in una piattaforma logistica utile a proiettare influenza verso il Sahel e a sostenere reti di sicurezza ibride. Per Washington, contenerne la presenza è parte della partita; per le capitali europee, è una questione di sicurezza del Mediterraneo e di protezione delle infrastrutture energetiche.
Il capitolo elettorale resta il più fragile. La tabella di marcia delle Nazioni Unite insiste su un quadro elettorale tecnicamente solido e su un dialogo nazionale che superi l’orizzonte delle famiglie dominanti. Ma l’esperienza degli ultimi anni suggerisce un paradosso: spingere subito sul voto rischia di aprire un conflitto sulla legittimità dei candidati e sulle regole; rinviarlo consolida una transizione permanente che alimenta interessi consolidati e veti. La diplomazia alternativa tenta di sciogliere il nodo partendo da ciò che “funziona”: meccanismi di pagamento, controlli sulle entrate e continuità dell’export.
Un compromesso funzionale, non risolutivo
La Libia sembra entrare in una fase in cui il compromesso passa da un patto tra dinastie, sostenuto e sorvegliato da sponsor esterni, che promette una riunificazione funzionale delle istituzioni senza risolvere la disputa di legittimità. Questo può ridurre il rischio di guerra aperta e dare ossigeno agli investimenti, ma porta con sé un pericolo strutturale: la cristallizzazione della cattura delle istituzioni da parte di élite permanenti.
La forma dello Stato verrebbe ricomposta, mentre la sostanza resterebbe frammentata in reti armate, controlli informali e sponsor esterni. In questo schema, la stabilizzazione passa attraverso l’equilibrio tra clan dominanti, non attraverso l’apertura di uno spazio politico competitivo, con il rischio che la transizione si cristallizzi in un sistema di dinastie permanenti sostenute dall’esterno.
Da Parigi non esce una soluzione definitiva, ma una sequenza operativa. Prima si stabilizzano le istituzioni che gestiscono entrate, pagamenti e sicurezza degli asset; poi si tenta di rimettere in moto la politica. È una sequenza comprensibile per chi teme una nuova escalation, ma fragile se non trova un ancoraggio sociale e istituzionale più ampio. Il vero test arriverà quando gli accordi tra vertici dovranno essere assorbiti dalle milizie, dai notabili locali e da una popolazione che misura la credibilità non sulle dichiarazioni, ma sulla capacità dello Stato di pagare con regolarità, garantire servizi e limitare l’arbitrio armato.
















