Mentre i ministri degli Esteri e gli alti funzionari si riuniscono a Washington questa settimana per il primo Critical Minerals Summit, gli Stati Uniti stanno rendendo esplicito ciò che è stato a lungo implicito: la corsa per l’intelligenza artificiale sarà decisa tanto da miniere, raffinerie e catene di approvvigionamento quanto dal codice, non solo dalle scoperte software. E sarà questa questa condivisione di priorità e consapevolezze uno dei collanti anche nelle relazioni transatlantiche
“L’intelligenza artificiale sarà la cosa migliore o la peggiore mai accaduta all’umanità”. La frase di Elon Musk è diventata quasi un luogo comune del dibattito pubblico, ma conserva un valore analitico preciso: l’AI non è una tecnologia come le altre. È una forza strutturante, capace di ridefinire la distribuzione del potere economico, industriale e strategico su scala globale. Ed è proprio per questo che oggi la competizione sull’intelligenza artificiale non si gioca più soltanto sul terreno degli algoritmi, ma sull’intera catena del valore che li rende possibili.
Silicio, terre rare, minerali critici, energia, infrastrutture digitali, data center, capacità manifatturiera e logistica sono diventati gli snodi reali della competizione. Chi controlla questi segmenti non controlla solo l’innovazione tecnologica, ma la traiettoria stessa della crescita e della sicurezza nazionale nel XXI secolo. Non a caso, Donald Trump è pronto a mettere a disposizione un budget da 12 miliardi di dollari per creare una scorta strategica di minerali critici.
La riunione a DC
È in questo quadro che va letto il Critical Mineral Summit in programma a Washington il 4 febbraio, un appuntamento che porta al centro dell’agenda occidentale una consapevolezza ormai condivisa: senza un accesso sicuro e resiliente ai minerali critici, l’ambizione di guidare il processo storico dell’intelligenza artificiale rischia di restare incompiuta. È una questione che tocca la sempre più citata “sicurezza economica” tanto quanto qualcosa che potremmo definire “sicurezza culturale”, considerando che attualmente la catena del valore che collega tutti quegli elementi è dominata da un attore — la Cina — che come fine strategico massimo ha quello di riscrivere le regole globali in una forma meno occidentale-centrica.
Il summit arriva inoltre in un momento politicamente sensibile, segnato da frizioni transatlantiche, tensioni commerciali e proprio da questo persistente vantaggio strutturale della Cina nelle filiere estrattive e di raffinazione. Pechino mantiene infatti una posizione dominante in segmenti chiave, in particolare nella lavorazione delle terre rare, trasformando una dipendenza industriale in una leva geopolitica. È una realtà che Washington come Bruxelles, Tokyo come Londra, non possono più permettersi di ignorare. Ragion per cui, pur mantenendo aperta la possibilità di un grand bargain trumpiano con la Repubblica Popolare, negli ultimi mesi l’amministrazione americana ha accelerato su investimenti pubblici nel settore minerario domestico e sul rafforzamento delle capacità di riciclo, consapevole che la vulnerabilità non riguarda solo l’estrazione, ma l’intero ciclo di vita dei materiali strategici.
Il dibattito più delicato resta quello sui prezzi. Alcuni partner, in particolare l’Australia, spingono per meccanismi di stabilizzazione o per l’introduzione di price floor sui minerali critici, strumenti pensati per ridurre la volatilità che frena il capitale privato. Washington procede con cautela, ma il solo fatto che la questione sia sul tavolo segnala quanto il confine tra mercato e sicurezza nazionale sia ormai sfumato.
In questo contesto, la presenza italiana al summit di mercoledì assume un valore politico specifico. L’Italia sarà rappresentata dal ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani, oggi una delle figure europee più attive nel mantenere un canale di dialogo stabile con Washington in una fase di tensioni e incomprensioni transatlantiche. La sua partecipazione segnala la volontà di Roma di posizionarsi “nella catena”, contribuendo a ricucire il rapporto transatlantico proprio su uno dei dossier più strategici. Dossier importante al punto che un eventuale comunicato congiunto a margine del summit avrebbe un significato che va oltre la formula diplomatica, rappresentando un segnale di convergenza su una priorità cruciale condivisa dell’asse occidentale. “Mercoledì parteciperò a Washington alla riunione organizzata dal segretario di Stato Marco Rubio sulle materie prime. Americani, europei, coreani e giapponesi, abbiamo tutti l’interesse comune di affrontare questa sfida commerciale e industriale con la Cina, che è il nostro competitor”, ha detto Tajani al CorSera, domenica.
Il cambio di paradigma
È proprio nel passaggio dalla cronaca del summit all’approfondimento strategico che emerge un elemento chiave: la continuità, ma anche il cambio di paradigma, della politica americana. Gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato l’attenzione prioritaria alla sicurezza delle catene del valore tecnologiche. Già sotto l’amministrazione Biden, con la Mineral Security Partnership (di cui l’Italia è parte), Washington aveva riconosciuto la natura strutturale del problema, tentando di coordinarlo attraverso un framework multilaterale basato su valori condivisi, standard, sostenibilità e cooperazione tra Paesi “like-minded”.
Quel modello, però, ha mostrato limiti evidenti. Molta diplomazia, pochi tool capaci di incidere realmente su investimenti ad alto rischio, orizzonte troppo lungo e forte esposizione alla volatilità dei mercati. È da questa constatazione che nasce Pax Silica, l’iniziativa lanciata dall’amministrazione Trump per affrontare la stessa priorità – la sicurezza delle filiere dell’AI – con un approccio radicalmente più pragmatico.
A delinearne il perimetro concettuale è tornato il sottosegretario di Stato per gli Affari economici Jacob Helberg, intervenendo all’Hudson Institute. Helberg ha esplicitato il rovesciamento di paradigma: l’integrazione economica non garantisce stabilità geopolitica, perché le supply chain non sono neutrali. Al contrario, sono diventate il principale teatro della competizione strategica.
Ospite del think tank di riferimento del mondo conservatore americano sui temi di sicurezza nazionale e competizione strategica, Helberg ha definito la corsa all’intelligenza artificiale una lotta sull’architettura del XXI secolo. Lotta che si articola su tre fronti: la qualità dell’innovazione, la capacità di imporre sistemi e standard come default globali, e la sicurezza delle fondamenta fisiche e digitali. Da qui nasce l’iniziativa “Pax Silica”, pensata per rispondere a questa sfida non come forum di dialogo, ma come coalizione di capacità: un ecosistema che combina risorse, capitale, tecnologia, manifattura e domanda industriale lungo l’intera catena del valore.
Resa pubblica a metà dicembre scorso (Formiche era stato uno dei pochi media occidentali invitato al press briefing del lancio), la strategia americana sui minerali critici ha già imboccato una traiettoria più interventista, basata su strumenti di state capitalism “hard”: partecipazioni azionarie, prestiti diretti, accordi di offtake di lungo periodo e, in alcuni casi, garanzie sui prezzi. Il caso emblematico è l’accordo con MP Materials, sostenuto dal Dipartimento della Difesa, pensato per stabilizzare un settore esposto a fortissima volatilità e ridurre la dipendenza da fornitori esterni.
Investimenti e strategia
La logica è semplice ma potente: laddove il mercato fatica a sostenere investimenti strategici, lo Stato interviene per segnalare credibilità di lungo periodo, attirare capitale privato e accelerare la messa in produzione di capacità critiche. Questo approccio non si limita al territorio statunitense. Attraverso strumenti come la Development Finance Corporation e l’Export-Import Bank, Washington estende la propria influenza su progetti minerari e industriali all’estero, legando l’accesso al capitale a obiettivi di sicurezza economica. Spazio per gli alleati, dunque.
In sostanza, con Pax Silica – a cui secondo indiscrezioni Rubio dedicherà quasi totalmente il suo intervento di apertura del Summit di mercoledì – l’amministrazione Trump tenta di dare coerenza a una molteplicità di iniziative, superando la frammentazione della fase precedente. Ma proprio qui emerge la sua tensione strutturale. Una coalizione di capacità richiede prevedibilità e fiducia, mentre l’uso simultaneo di strumenti unilaterali – dazi, leverage politico, condizionalità strategiche – rischia di trasformare la partnership in una relazione gerarchica.
In questo senso, Pax Silica è forse l’espressione più sofisticata della nuova diplomazia economica americana, ma anche la più difficile da sostenere nel tempo. La credibilità della strategia americana sui minerali critici, e dunque sulla catena del valore dell’AI, dipenderà dalla capacità di bilanciare leadership e cooperazione, sicurezza nazionale e convenienza economica.
In un mondo in cui l’intelligenza artificiale è diventata il nuovo moltiplicatore di potenza, la vera partita non si gioca solo su chi innova di più, ma su chi “riesce a costruire, e mantenere, l’ecosistema che rende quell’innovazione sostenibile e controllabile, in termini olistici”, spiega confidenzialmente una fonte governativa occidentale.
















