Non è pensabile che tutti i Ventisette Paesi agiscano all’unisono nel nome della resilienza e della competitività. Per questo ha ragione von der Leyen, i governi che non accettano il declino si alleino tra loro. Giorgia Meloni è ancora con un piede in due scarpe, scelga o l’Europa o gli Stati Uniti. Lo spread basso? Non basta se poi gli stipendi sono da fame. Intervista ad Antonio Misiani, senatore e responsabile economia del Pd
C’è un’Europa che cerca se stessa. E un’Italia che vuole essere della partita, motore molto poco immobile della rinascita di un continente. Ancora poche ore e poi i leader dei 27 Paesi dell’Unione si barricheranno al castello di Alden Biesen, un’ottantina di chilometri a est di Bruxelles, non lontano dal confine con l’Olanda, per una specie di conclave formato futuro. Tutti convocati dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, per discutere di competitività, autonomia strategica e mercato unico dei capitali. La sensazione, a dire il vero, è quella di un déjà-vu: Cina e Stati Uniti a dare le carte e l’Europa in mezzo, con tante idee ma poca forza industriale. E senza quel debito comune che invece potrebbe fare la differenza.
Al summit saranno presenti Mario Draghi ed Enrico Letta, i due uomini a cui Commissione e Consiglio hanno affidato il compito di capire come, dove e come ridare slancio all’economia del Vecchio continente. Tutto però, finora, solo sulla carta. L’Ue, dunque, è di fronte all’ennesima sfida esistenziale, proprio mentre Ursula von der Leyen rispolvera un vecchio spauracchio: un’Europa a due velocità, dove alcuni Stati possono coalizzarsi con altri nel nome della sopravvivenza (il faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz va un po’ in quella direzione). Può sembrare la fine del sogno europeo, ma forse è l’unica via d’uscita. O no? Formiche.net ne ha parlato di questo e altro con Antonio Misiani, senatore del Pd, ex viceministro dell’Economia e responsabile economia del Nazareno.
Misiani, tra poche ore l’Europa e chi la governa tornerà a confrontarsi sulla necessità di una svolta, profonda e rapida al tempo stesso. Un film a dire il vero già visto e allora perché questa volta dovrebbe andare diversamente?
Credo che in Europa ci sia una crescente consapevolezza della fine dell’ordine mondiale multilaterale e dell’enorme ritardo che stiamo accumulando verso Cina e Stati Uniti. Siamo in tempi di protezionismo e frammentazione geopolitica, l’Intelligenza Artificiale è una rivoluzione di enorme portata. L’Europa rischia di fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro. Per questo voglio essere cautamente fiducioso sul fatto che stavolta si abbozzi quello scatto di reni per troppo tempo rimandato.
E allora, che fare?
I tempi per una cooperazione rafforzata su alcuni obiettivi strategici sono ormai maturi. Mi riferisco al fatto che in Europa alcuni Paesi facciano da apripista su tematiche quali energia, industria, terre rare. Se aspettiamo che si muovano insieme tutti i 27 allora possiamo anche smettere di parlare adesso. Per fortuna, vedo che questo tipo di approccio, di ragionamento, si sta facendo un poco alla volta strada.
Allora ha ragione von der Leyen quando parla di Europa a due velocità…
Direi di sì. La sfida dell’Ue è di una tale portata che non possiamo permetterci di perdere anni. O mettiamo a sistema le nostre capacità, o siamo destinati al declino perenne. Per questo uno scatto anche politico nel continente è necessario.
Il governo di Giorgia Meloni non sempre è stato capaci di imporsi in Europa, spostando forze ed equilibri. Le pare una lettura corretta?
Il problema di questo governo è che ha i piedi in due scarpe, quella americana e quella europea. Trump però sta diventando sempre più indigesto per l’opinione pubblica e se la premier pensa di rimanere ancora in questa ambiguità, ne pagherà le conseguenze. Credo che per lei sia arrivato il momento di scegliere da che parte stare.
Chi non ha avuto molta paura di andare contro l’America, anche con atteggiamenti muscolari, è la Francia.
Vero, ma a Parigi manca una coerenza di fondo. Da una parte l’Eliseo si è schierato contro certa politica americana, dall’altra i partiti francesi hanno votato contro trattati di vitale importanza, quale il Mercosur. E proprio in un frangente in cui l’Ue ha un disperato bisogno di nuovi spazi commerciali. C’è qualcosa che non torna.
Parliamo dell’Italia. Il governo ha messo a terra quattro manovre sicuramente molto gradite ai mercati, all’Ue e alle agenzie di rating. Ma anche piuttosto semplici, seppur pragmatiche. Si poteva fare di meglio?
Il grande fallimento di questo governo è la mancata crescita, chiuderemo l’anno forse allo 0,5% e questo nonostante i 200 miliardi del Pnrr. Quando questi soldi finiranno, con la congiuntura internazionale in peggioramento, che faremo? L’impressione è che finora si sia tirato a campare. I conti pubblici sono stati aggiustati, è vero. Ma a che prezzo?
Lo dica lei…
Al prezzo che non c’è crescita, non ci sono strategie industriali, non ci sono investimenti. L’economia italiana è quasi ferma proprio nella fase in cui il Pnrr dovrebbe esprimere il massimo della sua capacità di spinta. I consumi restano stagnanti, frenati dall’incertezza, l’export soffre, l’industria continua a indebolirsi. Gli investimenti legati al Pnrr restano l’unica vera leva di crescita, in un contesto in cui la domanda interna non riparte e la competitività delle imprese è sotto pressione. Ed è, me lo faccia dire, un paradosso grave: mentre sono in corso gli investimenti pubblici più ingenti della storia recente, il Paese non riesce a trasformarli in una traiettoria solida di sviluppo.
Faccio notare, però, che la prossima manovra potrebbe essere più espansiva delle precedenti, se non altro perché il deficit scenderà sotto il 3% e anche il costo del debito è da tempo in contrazione…
Non vorrei che i maggiori spazi di bilancio fossero usati per fini elettorali, piuttosto che per bisogni reali. Non abbiamo margini per buttare i soldi, ci servono investimenti in tecnologia e innovazione. I conti pubblici saranno anche in una situazione migliore, ma i salari italiani sono più bassi dell’8% rispetto al 2021, con sei milioni di famiglie che rinunciano a curarsi. Non si vive solo di deficit e spread.
I salari sono il grande buco nero del Paese. Il Pd che proposte ha in merito?
Noi continueremo a portare avanti la nostra battaglia per il salario minimo, cosa che in Europa, lo ricordo, è in vigore in 22 Paesi su 27. Servono regole per misurare la rappresentanza delle parti sociali, ridimensionando la contrattazione pirata, e accelerare il rinnovo dei contratti. Abbiamo bisogno anche di una normativa più efficace per l’equo compenso di autonomi e professionisti. L’energia è un altro nodo cruciale per difendere il potere d’acquisto dei redditi. Da mesi viene annunciato un decreto bollette che dovrebbe affrontare il nodo dei costi per famiglie e imprese, ma che resta chiuso in un cassetto. Nel frattempo i prezzi di petrolio e gas tornano a salire e la pressione sui bilanci familiari e sui conti delle aziende aumenta.
















