Nikolajewka può essere letta come un passaggio decisivo della storia militare italiana, dove la ritirata degli Alpini si trasforma in un racconto di resistenza, scelte estreme e legami umani messi alla prova. Nella steppa russa del gennaio 1943 si manifestarono sacrificio, leadership e senso della comunità, elementi che hanno segnato in modo duraturo l’identità alpina. A oltre ottant’anni di distanza, quella vicenda continua a parlare al presente. La riflessione del generale Franco Federici, decano del Corpo degli Alpini e consigliere militare del presidente del Consiglio
Ricordare Nikolajewka non è un esercizio formale della memoria, né una ritualità. È, piuttosto, un atto di responsabilità istituzionale e morale. È il dovere di custodire e trasmettere un patrimonio che appartiene al Corpo degli Alpini, ma anche alla nazione intera.
Come ricordato dall’indimenticato, e indimenticabile, comandante della Tridentina, il generale Luigi Reverberi, “un’impresa iniziata il 17 gennaio 1943”, una “tragica odissea, che durò per oltre 15 giorni”, con “11 accerchiamenti spezzati, 14 battaglie combattute e vinte in una steppa desolata che non offriva alcun conforto, con una temperatura assiderante che alle volte ha raggiunto i 40 gradi sotto zero”. Giorni in cui “la sorte avversa vuole ancora chiudere questi soldati in un cerchio di ferro e fuoco per farla finita, per stendere un nero sudario sulla grande vicenda. Eccoci alla memorabile giornata di Nikolajewka: martirio e gloria della Tridentina. È questa la giornata degli eroismi più fulgidi: è questa la giornata in cui, pur pagandolo a carissimo prezzo, i reparti della Tridentina acquistano il maggior titolo di gloria”.
Momenti, quelli del gennaio 1943, che hanno scritto, tra gli altri, la storia dei battaglioni Vestone, Verona, Val Chiese, Tirano, Edolo e, prima, del Morbegno, del gruppo di artiglieria da montagna Bergamo, del 2°reggimento artiglieria da montagna. Ma anche delle residuali forze delle Divisioni Julia, Cuneense e Vicenza.
Momenti che hanno visto il Corpo d’Armata Alpino, che contava 61.155 uomini all’inizio della ritirata, ridursi, dopo la battaglia di Nikolaevka, a 13.420 uomini, usciti dalla sacca, oltre a 7.500 tra feriti e congelati. Circa 40.000 uomini rimasero indietro, deceduti, nella neve.
Scorci di storia che vale la pena ricordare, guardandoli sia sotto una prospettiva storica ma anche, e soprattutto, sotto un profilo valoriale ed etico.
In quella circostanza, infatti, si manifestarono, in modo esemplare, alcuni dei valori che ancora oggi definiscono l’identità alpina: la solidarietà, intesa come sostegno reciproco tra commilitoni; la coesione, che rende una comunità più forte della somma dei singoli; la leadership, quale capacità di assumere decisioni responsabili nei momenti più critici, guidando con l’esempio e ponendo il bene della collettività al di sopra dell’interesse individuale; la resilienza, cioè la capacità di resistere e reagire anche nelle condizioni più avverse. Elementi il cui manifestarsi tende a generare e ad amplificare la resilienza del gruppo quale elemento sociologicamente aggregante con una funzione protettiva per il singolo.
Nikolajewka è anche, e soprattutto, una storia profondamente umana. È la storia di uomini che, pur nella durezza della guerra, conservarono il senso della dignità, del dovere e della responsabilità verso gli altri. È la storia di atti di eroismo compiuti da singoli per la salvezza della collettività: gesti spesso silenziosi, talvolta estremi, che non cercavano gloria personale ma rispondevano a un imperativo morale. Al riguardo, vale la pena richiamare un breve brano di un osservatore d’eccezione, Don Carlo Gnocchi, il cappellano della Tridentina in Russia:
“Dio fu con loro, ma gli uomini furono degni di Dio. Sì, perché avevano quella fede che li ha fatti diventare eroi; l’amore per la Patria e per la famiglia, fede che diventa sempre più grande quanto più il gelo di una natura ostile, l’aggressione ossessionante di una terra nemica senza orizzonti e senza mète si accanivano contro di loro e quando le forze stavano per crollare, la visione dell’Italia, della famiglia lontana, era per loro una luce che li rendeva disperatamente decisi a raggiungerla. Solo uomini che possiedono così forte questa fede possono aver fatto quello che hanno fatto per cercare di uscire dal cancello dell’eternità”.
Proprio in questa dimensione umana risiede il significato più autentico della commemorazione odierna. Non celebriamo la guerra; non esaltiamo il conflitto. Onoriamo invece il sacrificio, la fratellanza, la forza interiore di chi, in condizioni drammatiche, seppe anteporre il bene comune all’interesse individuale. In questo ambito, emerge l’importanza dell’agire quale risposta a un dovere razionale ovvero a una libertà del soggetto. Ma in questo caso, mi piace guardare all’agire quale elemento di sopravvivenza, quale unica salvezza e, pertanto, quale, più pura e intima espressione dell’uomo.
Forse Nikolajewka è anche questo. Un’opportunità per guardare in noi, riferendoci ai nostri sentimenti più veri. Utilizzando le parole di Spinoza: “l’impulso a perseverare nell’esistenza”, sia con riferimento al singolo sia al gruppo.
Per il Corpo degli Alpini, Nikolajewka rappresenta un patrimonio morale fondativo. È parte della nostra identità, della nostra storia, del nostro modo di intendere il servizio alla Patria. Per la nazione, essa costituisce una pagina complessa ma significativa, che richiama i valori della responsabilità, dell’unità e della coesione nei momenti di difficoltà.
Oggi, a distanza di ottantatré anni, quel messaggio conserva intatta la sua attualità. In un tempo segnato da incertezze e tensioni, la memoria di Nikolajewka ci ricorda che la forza di una comunità risiede nella capacità di restare unita, di sostenersi, di affrontare insieme le prove più difficili.
Nel rendere omaggio ai Caduti e a tutti coloro che vissero quei tragici eventi, riaffermiamo l’impegno a custodire e rinnovare quei principi che costituiscono l’essenza stessa dell’essere Alpini: servizio, lealtà, solidarietà e senso della comunità.
Riflessioni, quelle sopra riportate, che sono rivolte agli aspetti etici e valoriali. Se volessimo prendere in considerazione quelli maggiormente tattici (di natura militare), ci renderemmo conto che Nikolajewka è oggi nell’oblast di Belgorod, che è caratterizzato da 540 chilometri di confine con l’Ucraina e con gli oblast di Sumy, Charkiv e Luhansk. Nikolajewka, che è a meno di 50 chilometri dal confine ucraino, e dalla regione di Kharkiv. Un’area baricentrica nell’ambito del conflitto russo – ucraino; un’area che oggi, come ieri, è interessata a un conflitto, in condizioni climatiche simili con temperature fino a -20° e massime che, in questo periodo invernale, non superano mai gli 0°. Con terreni che presentano le stesse caratteristiche morfologiche e di percorribilità che caratterizzavano quei giorni nel gennaio 1943. Tratti distintivi, che oggi, come 83 anni fa, continuano a mantenere inalterata e immutata la propria validità.
L’incontro che è stato dedicato ai fatti di Nikolajewka si ispira a questo dualismo storico ed etico – valoriale. Una prospettiva che vuole portare anche a una riflessione sull’impatto delle nuove tecnologie – come, ad esempio, dell’intelligenza artificiale – sui valori e sui tratti etico – morali sottesi a quegli eventi.
Un incontro per ricordare quei momenti e, soprattutto, quegli “innumerevoli gomitoli grigio-verdi, rannicchiati ed infissi nella neve”, usando le parole di Peppino Prisco.
Un incontro per ricordare i nostri fratelli di Nikolajewka.















