Il referendum influenzerà il futuro rapporto tra politica e magistratura, tema cruciale per la separazione dei poteri e la tutela dello Stato democratico. L’auspicio è evitare scenari futuri in contrasto con i principi e i valori della Costituzione. La riflessione di Giorgio Merlo
Se dobbiamo commentare con un pizzico di oggettività quello che sta capitando concretamente nel sempre più acceso confronto sul prossimo referendum costituzionale sulla giustizia, possiamo tranquillamente arrivare alla conclusione che ci sono almeno tre elementi di fondo che caratterizzano la scena.
Innanzitutto c’è un’anomalia che, almeno sino ad oggi, non era mai apparsa in modo così evidente e pubblica. Ovvero, la trasformazione dell’Anm, cioè l’associazione dei magistrati, in un vero e proprio soggetto politico. Una evoluzione che, inesorabilmente, è destinata a cambiare in profondità il rapporto, normale e fisiologico, tra la politica e tutto ciò che le ruota attorno e la magistratura. Una trasformazione che, per la prima volta, certifica in modo oggettivo e plastico, appunto, la politicizzazione di larga parte della magistratura italiana schierata apertamente con uno schieramento politico ben definito e circoscritto. Ovvero la sinistra italiana nelle sue varie e molteplici espressioni. Vedremo solo nel futuro quali saranno i rischi concreti che un simile atteggiamento innescherà nel rapporto tra i poteri dello Stato e nella vita quotidiana dei cittadini che hanno a che fare con la giustizia.
In secondo luogo, e purtroppo, c’è una grave sottovalutazione del “merito” della riforma Costituzionale avanzata e promossa dal governo. Un limite che emerge in modo altrettanto chiaro dal dibattito televisivo, giornalistico, politico e di piazza. La sinistra nelle sue multiformi espressioni e ampi settori della magistratura l’hanno trasformata in una lotta senza quartiere contro l’attuale esecutivo e la valutazione, il giudizio e l’opinione e politica hanno chiaramente il sopravvento rispetto a qualsiasi altra considerazione. Piaccia o non piaccia questo è il filo rosso che disciplina il confronto referendario. È, a tutti gli effetti – e, purtroppo, anche da previsione – un confronto rigorosamente, esclusivamente e quasi scientificamente di natura politica, partitica e di schieramento. Con tanti saluti, appunto, a tutto ciò che è riconducibile al “merito” delle questioni. In ultimo, ma non per ordine di importanza, esiste però, e per fortuna, anche una certezza. E cioè, anche questo referendum è trasversale nel pronunciamento per il Sì o per il No. E, di conseguenza, esiste la sinistra per il No e la sinistra per il Sì, i magistrati per il No e i magistrati per il Sì, gli avvocati per il Sì e gli avvocati per il No e, in ultimo, una divisione – anche se meno marcata – anche all’interno dei rispettivi schieramenti politici. Un elemento, questo, che del resto ha caratterizzato molte consultazioni referendarie del passato e che è destinato, di conseguenza, a segnare anche questo voto sulla giustizia.
Insomma, vedremo come andrà a finire il 23 marzo. Un fatto, però, è indubbio. Questo specifico referendum è, comunque sia, destinato a segnare il futuro della politica almeno su un versante. Che, peraltro, è di particolare delicatezza per la stessa salvaguardia dello Stato democratico inteso come separazione dei poteri. E cioè, lo specifico rapporto tra la politica e la magistratura. O meglio, tra alcuni organi dello Stato. E, su questo preciso aspetto, auguriamoci di non trovarci nel futuro in uno scenario difficilmente compatibile con i principi, i valori e gli auspici che sono contemplati nella nostra Carta costituzionale.
















