Paese-hub naturale nel Mediterraneo per i cavi sottomarini e dotato di una filiera spaziale completa e tecnologicamente avanzata, la nostra nazione può proporsi come laboratorio di integrazione tra Blue economy e Space economy, valorizzando il continuum mare-spazio-dati quale leva di resilienza sistemica, competitività industriale e attrazione di capitali. La riflessione di Luca Vincenzo Maria Salamone, direttore generale dell’Asi, pubblicata sull’ultimo numero della rivista Airpress
Nel XXI secolo il potere non si esercita più esclusivamente attraverso il controllo dei territori, delle rotte marittime o delle risorse energetiche tradizionali, ma si manifesta sempre più lungo “infrastrutture invisibili” e vieppiù strategiche. Tra di esse emergono su tutte i cavi sottomarini e le reti satellitari. Queste dorsali della connettività globale costituiscono oggi l’ossatura materiale della globalizzazione digitale lungo la quale transitano dati, capitali, comunicazioni istituzionali, transazioni finanziarie e funzioni essenziali per la sicurezza nazionale. Oltre il 95% delle comunicazioni digitali mondiali viaggia su cavi posati sui fondali oceanici, mentre le costellazioni satellitari – in particolare in orbita bassa (Leo) – garantiscono copertura globale, continuità operativa e resilienza in caso di crisi, conflitti o sabotaggi. Se i cavi assicurano capacità trasmissiva e bassa latenza, i satelliti forniscono ridondanza, flessibilità e autonomia strategica: insieme, pertanto, essi configurano un’unica infrastruttura inter-dominio che integra mare, spazio e cyber-spazio in un continuum funzionale sempre più interconnesso e inscindibile.
Questa integrazione ha trasformato cavi sottomarini e satelliti in asset geoeconomici di prim’ordine. Non si tratta più di semplici infrastrutture tecniche, ma di leve di potere strutturale, il cui controllo incide direttamente sui flussi informativi, sui mercati finanziari, sulla stabilità economica e sulla capacità decisionale dei singoli Stati. Le vulnerabilità di tali infrastrutture non sono più ipotesi teoriche: interruzioni, attacchi o interferenze sono in grado di produrre effetti immediati sul Pil, sul costo del capitale, sulla fiducia degli investitori e sulla continuità delle funzioni pubbliche e private, configurando rischi sistemici a elevato impatto che oggi vengono già prezzati dai mercati finanziari.
Il quadro giuridico internazionale, tuttavia, appare sempre meno adeguato a governare questa nuova realtà. I regimi normativi che disciplinano l’alto mare, a partire dalla Convenzione di Montego Bay del 1982, e lo spazio extra-atmosferico, fondato sull’Outer space treaty del 1967, sono stati concepiti in un’epoca in cui tali infrastrutture non rivestivano l’attuale centralità economico-finanziaria e strategica. La compartimentazione normativa tra domini separati contrasta oggi con la natura ibrida e integrata delle infrastrutture che li attraversano, generando una vulnerabilità sistemica che la competizione geopolitica contemporanea tende a sfruttare.
Non sorprende, dunque, che la competizione globale si stia già strutturando attorno a queste reti. Gli Stati Uniti mantengono una posizione dominante sia nel settore dei cavi, grazie ai grandi operatori digitali, sia nelle costellazioni satellitari commerciali; la Cina sviluppa un approccio integrato mare-spazio come strumento di proiezione strategica globale; l’Unione europea, consapevole delle proprie vulnerabilità, ha avviato iniziative mirate che spaziano dalla Space strategy for security and defence del 2023 al rafforzamento della sicurezza dei cavi sottomarini, fino ai meccanismi di screening degli investimenti esteri nelle infrastrutture critiche. In questo contesto emergono con forza i concetti di autonomia strategica e sovranità tecnologica come nuove categorie non solo geopolitiche ma anche geoeconomiche, intese non come autarchia, ma come capacità di progettare, proteggere e governare infrastrutture critiche in modo autonomo e cooperativo, riducendo dipendenze strategiche e rischi sistemici ed economici.
In tale scenario, l’Italia occupa una posizione peculiare e potenzialmente distintiva. Paese-hub naturale nel Mediterraneo per i cavi sottomarini e dotato di una filiera spaziale completa e tecnologicamente avanzata, la nostra nazione può proporsi come laboratorio di integrazione tra Blue economy e Space economy, valorizzando il continuum mare-spazio-dati quale leva di resilienza sistemica, competitività industriale e attrazione di capitali. In questa prospettiva si colloca l’azione della Agenzia spaziale italiana, che di recente ha costituito la task-force Space and blue, finalizzata a promuovere un approccio interdisciplinare e inter-dominio tra tecnologie spaziali e marine. L’obiettivo dell’iniziativa è dare un contributo nella costruzione di un ecosistema tecnologico integrato capace di abilitare infrastrutture ibride, sostenere filiere industriali dual use, favorire la crescita di start up e Pmi innovative e rafforzare la sicurezza delle infrastrutture critiche e dei flussi informativi nell’inter-dominio spazio-mare.
Le linee tematiche dell’iniziativa Space and blue, i cui bandi multi-tematici saranno lanciati a breve, coprono ambiti ad alto valore strategico e tecnologico, nello specifico: sensing, monitoraggio ambientale e infrastrutturale; robotica e intelligenza artificiale applicate a sistemi operanti in ambienti ostili; tecnologie energetiche e di propulsione, con potenziali ricadute incrociate tra mare e spazio; fino alle comunicazioni quantistiche, alla cyber-security e alla protezione delle infrastrutture critiche digitali e inter-dominio.
In tale quadro, la recente istituzione dell’Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee (Asas) avvenuta con la legge numero 9/2026 apre ulteriori spazi significativi di sinergia istituzionale e operativa. In tal senso, l’integrazione tra le competenze dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) nel dominio spaziale e quelle del Polo nazionale della subacquea (Pns) e, in prospettiva futura, dell’Asas nel dominio subacqueo – insieme ad altri soggetti istituzionali competenti – potrebbe favorire una governance coordinata delle infrastrutture critiche inter-dominio (spazio-mare-subacquea), rafforzando la capacità nazionale di prevenzione, monitoraggio e risposta ai rischi sistemici che insistono sui fondali e sulle orbite.
La convergenza tra queste dimensioni potrebbe consentire, quindi, di accompagnare con più efficacia il trasferimento tecnologico dalla ricerca all’impresa, creando le condizioni affinché il sistema produttivo nazionale possa cogliere appieno le opportunità offerte dalle due grandi economie emergenti dello spazio e del mare, in una logica di autonomia strategica, sicurezza integrata e sostenibilità economico-finanziaria di lungo periodo.
(Da Airpress 174)














