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Cirino, l’Andreottiano del Regno di Napoli. Il ricordo di Pisicchio

Ci sono politici importanti che verranno ricordati per la loro capacità di visione e altri che eccelsero nel pragmatismo. Pochissimi misero insieme l’una e l’altra attitudine. Cirino Pomicino fu un pragmatico doc, che seppe annusare il tempo e dare risposte coerenti al bisogno della gente. Il ricordo di Pino Pisicchio

Il filo che legava Paolo Cirino Pomicino a Giulio Andreotti, suo capo corrente democristiano in tutta la Prima Repubblica, oltre l’indubbia intelligenza generosamente donata loro alla nascita, era l’ironia. Istintiva, corrosiva, a volte, capace di leggere le crepe della realtà restituendole con una battuta fulminante. Solo che Giulio la brandiva con sorrisi appena percepibili dal minuscolo movimento del suo labbro sottile, in una prossemica sontuosa che per il resto non lasciava trapelare manco il respiro, e comunque intinta nel cinismo storico del romano che ne ha viste tante. Paolo invece, di statura meno possente, l’accendeva con l’effervescenza del napoletano, con dosi misurate a seconda del destinatario, e il suo sorriso non era nascosto. Posto che, come ricordava Eco, l’ironia è uno strumento raffinato ed elitario, perché suppone che chi ascolta sia sullo stesso livello dell’altro altrimenti rischia di crollare come un soufflé o di essere interpretata come frase anodina, bisognerà riconoscere che, di questi tempi con gli occhi tappati dalla sindrome divaricata del bianco e nero senza sfumature, sarebbe impresa difficile farsi capire con l’ironia di Pomicino.

Tuttavia lui, uomo dall’intelligenza versatile, neurologo e in procinto di progredire nella carriera accademica, di famiglia appartenente alla migliore borghesia napoletana, un nonno deputato nell’era giolittiana e un fratello (comunista) stimato attore cinematografico prematuramente scomparso, seppe fare il ministro del Bilancio in un governo Andreotti, maneggiando i numeri come ci fosse nato in mezzo.

Eretto a emblema dell’andreottianesimo nel film Il Divo di Sorrentino, dove veniva interpretato da Buccirosso con una sceneggiatura che venne stroncata dal Pomicino originale (disse: “un’interpretazione falsa e macchiettistica della dc”), rappresentò per la narrazione dei media nella stagione di Tangentopoli, un protagonista della Prima Repubblica soprattutto nella sua declinazione meno epica. Travolto da 41 procedimenti giudiziari che gli costarono anche restrizioni di libertà, in quella stagione che spazzò via un’intera classe dirigente, seppe sempre rispondere ai colpi con dignità e rispetto dei percorsi processuali in parallelo all’atteggiamento assunto dallo stesso Andreotti per i suoi, senza mai sottrarsi alle responsabilità.

Lottò spesso con i problemi di salute che lo colpirono all’apparato cardiovascolare, che affrontò e risolse tornando in pista sempre combattivo e assistito dalla sua ironia che non scivolò mai nel sarcasmo velenoso. Nella Seconda Repubblica seppe rinascere guardando a Berlusconi e alle formazioni centriste gravitanti nell’area di mezzo: con queste bandiere tornò alla Camera e fu eletto al Parlamento europeo. Ma, soprattutto, diventò un beniamino dei talk show, presente con la sua dialettica pungente e incline ad un Amarcord democristiano che però mostrava di conoscere il linguaggio del tempo nuovo. Fu anche editorialista del Giornale con lo pseudonimo di un mito degli indiani nativi americani: Geronimo.

Ci sono politici importanti che verranno ricordati per la loro capacità di visione e altri che eccelsero nel pragmatismo. Pochissimi misero insieme l’una e l’altra attitudine. Cirino Pomicino fu un pragmatico doc, che seppe annusare il tempo e dare risposte coerenti al bisogno della gente. Era difficile poi non accordargli simpatia. Una volta eravamo a Montecitorio, nella galleria dei Presidenti dove sono appesi i ritratti di tutti i presidenti delle assemblee legislative non solo della Repubblica ma anche del Regno e dei piccoli regni e Ducati in cui era ripartita l’Italia. A un certo punto all’altezza della banca scorgo un ritratto: è lo speaker dell’assemblea del Granducato di Toscana. È una litografia ben fatta che lo ritrae e sembra la fotografia di Pomicino( è ancora lì, provare per credere). Gli dico: “Hai visto Paolo, sei tu..”
Lui si gira, e senza scomporsi troppo mi dice: “ No è il bisnonno. Possedimenti in Toscana che poi abbiamo ceduto in beneficenza”. E continua a parlare di politica. L’ironia salverà il mondo. Se solo il mondo sarà capace di capirla.


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