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Così risorse e rotte ridisegnano la geopolitica. L’analisi di Billi

Di Simone Billi

Dalla pietra al petrolio fino alle terre rare: la storia del potere passa sempre dai materiali strategici. Oggi la competizione globale si gioca tra minerali critici, rotte artiche e nuove infrastrutture, mentre Cina e altre potenze rafforzano la loro presenza nelle regioni polari. La riflessione di Simone Billi, capogruppo della Lega in Commissione Esteri

La storia dell’umanità può essere letta anche come la storia dei materiali che ne hanno determinato lo sviluppo. Nella preistoria la pietra ha segnato le prime fasi della civiltà; poi sono arrivati il rame, il bronzo – nato dall’unione di rame e stagno – e successivamente il ferro, che ha rivoluzionato strumenti, armi e organizzazione delle società. Con la rivoluzione industriale il baricentro si è spostato ancora: carbone, acciaio e petrolio hanno alimentato l’industrializzazione e la crescita economica del mondo moderno.

Oggi siamo entrati in una nuova fase. I materiali strategici non sono più soltanto le fonti energetiche tradizionali, ma le cosiddette terre rare e i minerali critici, indispensabili per tecnologie digitali, batterie, semiconduttori, difesa e transizione energetica. In questa nuova geografia delle risorse, il continente africano rappresenta una delle aree più ricche del pianeta. Allo stesso tempo, la Cina ha costruito negli ultimi decenni una posizione dominante nelle catene di approvvigionamento, mentre altri attori – come Russia e Turchia – stanno cercando di consolidare il proprio ruolo.

Per l’Occidente si apre però anche un’altra frontiera strategica: l’Artico. Lo scioglimento progressivo dei ghiacci sta rendendo accessibili nuove risorse e nuove rotte commerciali, con implicazioni geopolitiche enormi. Tuttavia, su questo terreno siamo già in ritardo. Paesi come la Cina stanno investendo massicciamente in presenza scientifica, logistica e infrastrutturale nella regione. L’Italia, pur avendo una grande tradizione di esplorazione polare – basti pensare al dirigibile Italia e alle spedizioni di Umberto Nobile – oggi non dispone neppure di una flotta rompighiaccio adeguata.

La Cina, nel frattempo, sta rafforzando rapidamente le proprie capacità operative nelle regioni polari. In particolare, sta sviluppando una nuova generazione di rompighiaccio, inclusi progetti a propulsione nucleare. Si tratta di navi con una grandissima autonomia operativa, in grado di restare a lungo nelle acque artiche senza dover rientrare in porto per il rifornimento. La propulsione nucleare consente inoltre di alimentare sistemi elettronici e strumentazioni scientifiche ad alto assorbimento energetico, fondamentali per attività di monitoraggio, ricerca e controllo delle rotte.

La questione delle rotte commerciali è centrale nella storia del potere. La ruota ha aperto i commerci terrestri; nell’antichità, già ai tempi di Roma, era chiaro che chi controllava le vie di trasporto controllava ricchezza e potere. Con l’era delle grandi navigazioni si è aperta la stagione del commercio globale. Nel Novecento, l’ingegneria ha letteralmente ridisegnato la geografia del pianeta: il vapore, le ferrovie e grandi opere come i canali di Suez e Panama hanno trasformato le rotte del commercio mondiale e, con esse, gli equilibri geopolitici.

Negli ultimi decenni la globalizzazione ha accelerato ulteriormente questo processo. La containerizzazione ha reso i trasporti marittimi più veloci, standardizzati ed economici, creando una rete commerciale globale estremamente efficiente. Oggi, però, il cambiamento climatico e lo scioglimento dei ghiacci stanno aprendo un nuovo capitolo: le rotte artiche. Queste vie di navigazione potrebbero ridurre le distanze tra Asia ed Europa anche del 40%, con conseguenze potenzialmente profonde per la geografia dei commerci.

Per l’Europa e per l’Italia questo scenario pone una sfida strategica. Se il baricentro delle rotte globali dovesse progressivamente spostarsi verso nord, il Mediterraneo rischierebbe di perdere centralità e di trasformarsi in una sorta di “lago interno” del sistema commerciale globale. È una prospettiva che non possiamo permetterci di subire passivamente.

Per questo l’Italia e l’Unione europea devono affrontare con decisione alcune priorità strategiche: lo sviluppo di una politica sulle materie prime critiche, una presenza scientifica e infrastrutturale più forte nell’Artico, la sicurezza alimentare, il rafforzamento della ricerca scientifica e la protezione delle infrastrutture digitali, a partire dai cavi sottomarini che costituiscono l’ossatura invisibile di internet e dell’economia digitale.

In gioco non c’è soltanto l’accesso a nuove risorse o a nuove rotte commerciali. C’è la capacità dell’Europa di restare protagonista in una fase storica in cui tecnologia, energia e infrastrutture stanno ridefinendo ancora una volta la mappa del potere globale.


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