Dai minerali critici all’IA, la sicurezza delle democrazie passa attraverso le supply chain trusted capaci di unire Europa e Stati Uniti contro coercizione geopolitica e concentrazioni private. Agire insieme è la condizione per mantenere governabili, attraverso istituzioni democratiche e responsabilità pubblica, tecnologie la cui complessità supererà la piena comprensione umana. L’analisi di Roberto Baldoni, senior advisor per le politiche tecnologiche e di cybersicurezza dell’ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti
La sicurezza delle democrazie non dipende più soltanto da alleanze militari o relazioni commerciali, ma sempre più dalla relazione tecnologica tra Europa e Stati Uniti. Intelligenza artificiale, quantum computing, semiconduttori e infrastrutture digitali stanno ridisegnando gli equilibri di potere a una velocità difficilmente paragonabile al passato. In pochi anni l’IA è passata dai test scolastici alla risoluzione di problemi matematici rimasti aperti per generazioni di ricercatori; nei prossimi anni trasformerà energia, difesa, medicina e industria attraverso sistemi decisionali sempre più complessi e opachi.
La pila tecnologica – dalle terre rare ai modelli di intelligenza artificiale – è diventata l’ossatura invisibile dell’influenza geopolitica. In questo quadro le trusted technologies non sono uno slogan etico, ma la condizione materiale della libertà politica: supply chain radicate in Paesi che condividono Stato di diritto e governance democratica. Come afferma la National security strategy americana, la leadership tecnologica dipende da ecosistemi resilienti costruiti con gli alleati e dalla riduzione delle dipendenze coercitive.
La sfida arriva da due fronti. Le autocrazie, con la Cina in testa, integrano Stato, industria e ricerca per conquistare l’upstream del valore – standard, piattaforme, componenti critici – combinando forza del mercato interno e proiezione esterna. Le democrazie divise rischiano invece di affidarsi a pochi campioni privati globali capaci di verticalizzare connettività, cloud e IA, trasformando l’efficienza economica in potere politico di fatto. Senza un’azione collettiva, le democrazie rischiano di trovarsi strette tra coercizione geopolitica e dipendenza da piattaforme insostituibili, trasformando progressivamente la tecnologia da strumento di libertà in meccanismo di controllo. Agire insieme è anche la condizione per mantenere governabili, attraverso istituzioni democratiche e responsabilità pubblica, tecnologie la cui complessità supererà la piena comprensione umana.
Per Washington l’Europa è indispensabile. Anche insieme agli alleati indo-pacifici, gli Stati Uniti difficilmente possono raggiungere da soli la scala necessaria per competere lungo l’intera pila tecnologica. Senza l’Unione europea, diventa più complesso ridurre le dipendenze dalla Cina nei minerali critici, consolidare la leadership nei semiconduttori avanzati e rafforzare robotica e manifattura industriale. Nonostante una fase di debolezza produttiva evidenziata dal rapporto Draghi – che ha accresciuto vulnerabilità strategiche lungo la pila – l’Europa conserva talenti, nodi industriali-chiave, dalla litografia alla microelettronica, al 6G, e rappresenta circa il 20% della domanda globale di tecnologie digitali avanzate. Gli Stati Uniti avanzano rapidamente grazie a investimenti privati massicci e a politiche federali favorevoli all’adozione tecnologica e alla localizzazione di asset strategici, una traiettoria destinata a proseguire oltre i cicli politici. In questo contesto molte norme digitali europee, percepite a Washington come ostili, riflettono in realtà una governance dell’Ue frammentata e non adatta alla complessità del tempo che ha finito per penalizzare soprattutto l’industria europea, aumentando le dipendenze.
Un’Europa debole nella pila tecnologica rafforza lo scenario in cui gli standard, le regole e le architetture delle tecnologie critiche sono scritte a Pechino o nei board di poche piattaforme globali. Per recuperare terreno, le proposte di una sovranità digitale europea separata dagli Usa rischiano di tradursi in un ulteriore errore. Nella post-globalizzazione l’autonomia strategica non coincide con l’autosufficienza, ma con la capacità di scegliere senza coercizioni all’interno di un sistema interdipendente. L’obiettivo europeo dovrebbe essere piuttosto quello di aumentare progressivamente il proprio peso nelle supply chain trusted attraverso una forte semplificazione normativa e politiche industriali di scala continentale, capaci di alimentare ecosistemi altamente qualificati e difficilmente sostituibili, come Asml nella litografia dei chip. In assenza di una reazione credibile, il declino dell’area europea potrebbe accelerare e le democrazie più dinamiche finirebbero per organizzarsi in federazioni funzionali, anche con partner come Norvegia o Canada, attorno a politiche industriali, sicurezza e difesa comuni.
Le trusted technologies offrono una via concreta di lavoro per l’Europa: fornitori verificabili, catene trasparenti, standard aperti e reversibili; evitando che un solo attore privato catturi insieme valore a monte e leva a valle. L’esperienza del 5G ha mostrato che, quando le democrazie coordinano acquisti e diplomazia, il mercato si sposta verso soluzioni affidabili senza chiudersi al commercio. La stessa logica deve guidare IA, spazio e quantum. In tale prospettiva l’Italia ha promosso a Washington un dialogo aperto ai partner europei per sollecitare un’azione comune. Se le democrazie sapranno pensare e investire insieme, la tecnologia resterà un’estensione della libertà. Se resteranno divise, diventerà il suo contrario. L’alleanza transatlantica nacque per difendere il mondo libero; oggi deve reinventarsi (velocemente) per difendere la libertà nell’era degli algoritmi.
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