C’è soprattutto il partito fondato da Silvio Berlusconi nell’occhio del ciclone del dopo referendum che sta scuotendo la maggioranza di governo. Le dimissioni del capogruppo al Senato Gasparri, sostituito da Stefania Craxi, non hanno placato l’impietosa autoanalisi avviata dopo la sconfitta della netta bocciatura della riforma della giustizia. L’analisi di Gianfranco D’Anna
A differenza della fisica, in politica il vuoto e il nulla non sono contemplati. Tranne nel caso delle imperscrutabili circostanze che rendono il nulla e il vuoto essenziali all’equilibrio sempre più instabile di un governo.
Fenomenologia del nulla che, secondo l’opinione di una variegata schiera di ipercritici parlamentari e di vari commentatori, si attaglierebbe al segretario di Forza Italia, vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Un esponente politico uno e trino, catapultato dal ruolo di pedissequo esecutore delle disposizioni di un Silvio Berlusconi nell’ultima fase della vita del leader fondatore di Forza Italia, a uno degli snodi essenziali della maggioranza del governo presieduto da Giorgia Meloni.
Eccessi critici a parte, il tratto incolore, l’ovvietà e la mancanza di originalità che anche da parte degli eredi di Berlusconi verrebbero attribuite alla trinità politica di Tajani, rappresentano paradossalmente i suoi punti di forza e gli conferiscono una inamovibilità strategica per la sopravvivenza dell’esecutivo di centrodestra.
Nonostante l’onda lunga della valanga politica che dopo il colpo di maglio del referendum si sta abbattendo sulla maggioranza e in particolare su Forza Italia, i cui vertici Marina e Pier Silvio Berlusconi vorrebbero azzerare e rinnovare, l’inedita quarta virtù teologale di Tajani, la fortuna cieca, fa sì che se il vicepremier, ministro degli Esteri e segretario di partito dovesse essere dimissionato si aprirebbe una crisi politica dagli esiti imprevedibili.
Dopo le dimissioni di Daniela Santanché, e quelle precedenti di Raffaele Fitto e Gennaro Sangiuliano, l’eventuale sostituzione di un quarto ministro, per di più vicepresidente del Consiglio, comporterebbe da parte del Presidente della Repubblica il rinvio del governo alle Camere per la verifica della fiducia parlamentare. Passaggio che, a questo punto, sarebbe preceduto da un vero e proprio rimpasto con la sostituzione di altri ministri, a cominciare da quello della Giustizia.
Con un iter intriso di gentlemen’s agreement e vasellina, entro la fine dell’anno Antonio Tajani potrebbe invece lasciare, nel corso del congresso celebrativo del terzo anno della scomparsa di Silvio Berlusconi, la segreteria di Forza Italia e salire sul piedistallo della promessa candidatura al Quirinale. Promessa inattendibile e candidatura che sa già di bruciatura, funzionali tuttavia alla coreografia propagandistica di un congresso tutto proteso al rilancio di Forza Italia nel solco dell’eredità berlusconiana.
Un rilancio con l’agguerrita leadership di Deborah Bergamini, Giorgio Mulé, Licia Ronzulli, Alessandro Cattaneo, Stefania Craxi, Roberto Barachini, Catia Polidori, Sergio Leoni, Matilde Siracusano, Francesco Paolo Sisto e altre new entry.
Mutazione genetica non semplice, complicata dall’esperienza elettorale di vecchie volpi politiche come Paolo Barelli e Maurizio Gasparri che per smentire il proverbio secondo il quale prima o poi tutte le volpi si ritrovano in pellicceria, soprattutto nel Lazio e nel meridione potrebbero mettersi di traverso proponendosi come candidati alle politiche nelle liste della Lega, di Fratelli d’Italia o di altre compagini.
Dopo l’inossidabile appiattimento sulle posizioni della premier e di Fratelli d’Italia, la vera sorpresa del tentativo di rinascita di Forza Italia potrebbe essere rappresentata, con la regia di Gianni Letta, dalla scelta di un candidato premier catalizzatore, per esempio del livello di Mario Draghi. Senza escludere il notevole impatto che secondo tutti i sondaggi avrebbe l’effetto trascinamento della nuova discesa in campo di un Berlusconi.
Con l’obiettivo post elettorale di svolgere il ruolo di ago della bilancia fra il cosiddetto campo largo, attraversato dalla faglia per la premiership fra il Pd di Elly Schlein e i 5 Stelle di Giuseppe Conte, e il centrodestra irreversibilmente monopolizzato da Giorgia Meloni.
Parafrasando Albert Einstein si può dire infatti che “la politica è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio e raggiungere il traguardo devi muoverti”.















