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Hormuz mette alla prova le alleanze Usa nell’Indo-Pacifico. Il dilemma di Tokyo (e non solo)

La guerra tra Stati Uniti e Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno mettendo sotto pressione gli alleati indo-pacifici di Washington. Tra sicurezza energetica, vincoli costituzionali e calcoli geopolitici, il Giappone diventa il caso più delicato di questo nuovo test per il sistema di alleanze americano

La guerra lanciata dagli Stati Uniti contro l’Iran ha già iniziato a scombussolare i mercati energetici globali sta mettendo in difficoltà alleati e partner americani nell’Indo-Pacifico. Mentre tre navi militari indiane si muovono verso il cuore della crisi nel West Asia, l’iper strategico Stretto di Hormuz, Donald Trump mette sotto stress i suoi principali partner indo-pacifici, chiedendo a Tokyo e Seul di partecipare – con assetti navali – alla gestione emergenziale della sicurezza nel corridoio d’acqua energetico, in cui l’Iran sfoga le sue rappresaglie. Teheran sa perfettamente che quello sfogo produce due effetti distinti ma intrecciati: aumenta la pressione sugli alleati degli Stati Uniti chiamati a intervenire nella sicurezza dello Stretto e, allo stesso tempo, destabilizza i mercati energetici globali. La crisi mette alla prova la coesione tra Washington e i suoi partner, perché se l’America pretende aiuto per gestire le conseguenze della crisi aperta con l’inizio degli attacchi, le opinioni pubbliche tra gli alleati americani non vogliono che i governi avallino partecipazioni in operazioni che potrebbero sembrare azioni di guerra. Ma allo stesso tempo c’è anche una problematica netta: secondo stime del settore energetico, ci vorranno almeno sei mesi per riportare il traffico per Hormuz a livelli pre-guerra, e ogni giorno che la destabilizzazione procede quel periodo di recupero si allarga, complicando per i governi alleati dell’America la gestione degli effetti sui mercati internazionali e le ricadute sul tessuto produttivo interno.

In sostanza, partecipare alle operazioni di sicurezza lungo Hormuz sarebbe una necessità, ma il rischio è passare come parte delle operazioni israelo-americane, e questo né Tokyo né Seul, tanto meno gli alleati europei, vogliono che venga percepito. Perché gli effetti potrebbero essere diretti: attacchi di ritorsione dall’Iran che renderebbero esponenziali le pressioni interne sui governi alleati coinvolti di chi detesta questa (e altre) guerra tra gli agiati attori occidentali e like-minded. Allo stesso tempo però, non esserci rischia di essere mal percepito da una Casa Bianca che interpreta il multilateralismo così come le alleanze come strumento per spingere il proprio interesse unilaterale. E ancora, come percepiranno i rivali dell’Occidente una possibile assenza? Di più: Trump ha chiesto anche alla Cina di prendere parte a certe operazioni di sicurezza, ma Pechino teoricamente è protetta, al punto che l’Iran suggerisce che i carichi di materie prime energetiche che passano da Hormuz trattati in renminbi non saranno tra i target (proposta provocatoria, perché il mercato energetico è dominato dal Dollaro americano). Pechino difficilmente parteciperà, sebbene i suoi interessi potrebbero essere al sicuro dalle ire di Teheran, e sebbene tra quindici giorni Trump dovrebbe andare a Pechino, ospite del leader Xi Jinping per una visita che potrebbe segnare un’intesa storica nell’ottica ”G2”.

In controluce, osserva il sinologo Francesco Sisci, la leadership cinese potrebbe però persino valutare se sostenere — almeno indirettamente — una stabilizzazione americana della crisi iraniana per accreditarsi come potenza responsabile e rafforzare la propria posizione internazionale. E l’occasione di Pechino potrebbe essere ghiotta per offrire a Trump un palcoscenico da cui chiudere la guerra – dato che lo stesso presidente americano cerca un’exit strategy. Ma se Xi ha carte proprie da giocare, più in difficoltà appare l’alleato nipponico. Il nodo ora si sposta su Tokyo, che si trova di fronte a un dilemma strategico particolarmente delicato. L’invito al Giappone arriva proprio mentre la premier Sanae Takaichi, fresca di conferma elettorale sul suo mandato, si prepara alla sua prima visita alla Casa Bianca. Per Tokyo, la decisione è molto complessa: la costituzione pacifista limita il coinvolgimento delle Forze di autodifesa in operazioni legate a un conflitto in corso, e l’invio di assetti navali potrebbe esporre il governo a forti critiche interne. Takaichi è apprezzata – ma anche criticata dalle opposizioni – perché vorrebbe rivedere la Carta, una grande operazione politica che potrebbe essere complicata da un impegno diretto a Hormuz. Allo stesso tempo, la dipendenza energetica giapponese dal Medio Oriente rende però difficile ignorare una richiesta proveniente dal principale garante della sicurezza del Paese. Il risultato è una scelta politicamente rischiosa: una decisione che non riguarda solo Tokyo, ma riflette la tensione più ampia che attraversa il sistema di alleanze degli Stati Uniti, tra sicurezza energetica globale, stabilità dello Stretto di Hormuz e gli equilibri strategici dell’Indo-Pacifico.

Intanto, gran parte dei Paesi della regione stanno già adottando misure per attenuare gli effetti della crisi . Alcuni governi hanno introdotto politiche di risparmio energetico e razionamento dei consumi – come le settimane lavorative ridotte nelle Filippine o il razionamento del carburante nello Sri Lanka – mentre altri hanno scelto di intervenire sul lato dell’offerta. Cina e Giappone hanno spinto le raffinerie a privilegiare il mercato interno, limitando di fatto le esportazioni di carburanti, mentre la Corea del Sud ha imposto tetti alle esportazioni di prodotti raffinati. In altri casi, come in Thailandia o Indonesia, sono stati adottati controlli più stringenti sulle esportazioni o misure fiscali per trattenere le risorse energetiche all’interno del Paese. Anche Stati tradizionalmente più esposti al mercato globale, come l’Australia o Singapore, hanno iniziato a monitorare le scorte e preparare strumenti di stabilizzazione. Nel complesso emerge una tendenza chiara: di fronte all’incertezza su Hormuz, molti governi asiatici stanno privilegiando la sicurezza energetica nazionale, ora per loro arriva la richiesta più delicata: partecipare su un livello più pro-attivo nella gestione di una crisi che mai avrebbero voluto, sotto le pressioni di chi quella crisi ha creato.


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