Dobbiamo chiederci cosa c’è al di là dei nostri limiti e come possiamo controllare un’intelligenza eventualmente superiore alla nostra? E come potremo convivere con questa nuova intelligenza? Una prima risposta ce la fornisce la premier Giorgia Meloni. Il racconto di Riccardo Pedrizzi
Negli ultimi anni per quanto riguarda l’Intelligenza artificiale si è innescata una vera e propria competizione tra l’uomo e la macchina, una gara a chi arriva prima, a chi arriva a soluzioni che siano sempre migliori: la macchina contro l’uomo e l’uomo contro la macchina. Allora dobbiamo chiederci cosa c’è al di là dei nostri limiti e come possiamo controllare un’intelligenza eventualmente superiore alla nostra? E come potremo convivere con questa nuova intelligenza?
Una prima risposta ce la fornisce la premier Giorgia Meloni nel corso dell’evento “IA e lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità strategie, fiducia, regole, competenze” affermando che “L’intelligenza artificiale è la più dirompente rivoluzione che sta vivendo la nostra epoca. Eravamo abituati a un progresso che aveva come obiettivo quello di ottimizzare le capacità umane e che si concentrava essenzialmente sulla sostituzione del lavoro fisico, in un mondo nel quale l’uomo rimaneva al centro. L’intelligenza artificiale ha ribaltato questo paradigma, perché a essere soppiantato non è più il lavoro fisico dell’uomo ma il suo intelletto, ovvero ciò che da sempre ha reso l’uomo insostituibile da una macchina. Se questo processo non viene governato, sempre più lavoratori rischiano di diventare inutili e lo scenario che abbiamo davanti è quello di un progressivo impoverimento della classe media”.
John Haidt, noto psicologo americano, autore di “La generazione ansiosa”, Rizzoli Editore), dal suo canto ci racconta di un esperimento fatto con ChatGPT, nel corso del quale ha chiesto all’Intelligenza Artificiale come avrebbe fatto a distruggere la gioventù americana ed una delle risposte è stata: «Il modo più efficace per distruggere la prossima generazione senza che se ne accorga sarebbe attraverso una lenta e invisibile corrosione dello spirito umano, piuttosto che attraverso attacchi evidenti», concludendo che «Se il diavolo volesse distruggere una intera generazione, potrebbe semplicemente dare a tutti degli smartphone». Si è detto anche da qualcuno che questi sono strumenti sopratutto per poveri, con Scrolling infinito, notifiche a ripetizione, micro-scariche di dopamina, connessioni interminabili.
Se si confondono le fonti del significato – famiglia, comunità, nazione, fede, vocazione – i giovani si smarriscono. Saranno incoraggiati a vedere l’identità come infinitamente fluida per ottenere l’approvazione esterna (like, follower), anziché radicata in valori o impegni duraturi. Questo li rende malleabili, ansiosi e dipendenti dalla convalida esterna. Su questo aspetto, Haidt sottolinea che i ragazzi con un forte senso religioso, radicati in una comunità che crede in forti valori, sono meno vulnerabili dei loro coetanei connessi. Questa generazione e le successive cresceranno senza radici, tagliate fuori dalla saggezza ereditata e costrette a navigare nel mondo solo con la guida dei coetanei e degli algoritmi. Tutto si fa per ottenere un like.
Si potrà arrivare a «distruggere la prossima generazione non con il terrore o la violenza, ma con la distrazione, la disconnessione e la lenta erosione di significato. Non se ne accorgerebbero nemmeno, perché sembrerebbe libertà e divertimento». Di qui i consigli di John Haidt: niente smartphone prima del liceo; niente social media prima dei 16 anni (come ha recentemente fatto l’Australia) e lo sta facendo la Spagna. Siamo dunque all’alba di quella che assomiglia molto a una nuova Rivoluzione industriale. Occorre perciò cercare un equilibrio tra l’inevitabile impiego della nuova tecnologia e le loro applicazioni sociali ed etiche. Sarebbe un grave errore immaginare che si possa fare a meno della consapevolezza umana, della capacità di discernimento, del coraggio di agire, di sentimenti di creatività e di tutto quanto attiene all’umano. Ma nemmeno pensare alla IA come una soluzione salvifica a tutti i problemi dell’umano, rischiando di separare la tecnica dell’etica (tecnocrazia) e l’uomo da Dio (Scientismo).
Per questi motivi siamo completamente d’accordo con il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, quando afferma “noi siamo convinti che l’Ia sia una tecnologia che può sprigionare il suo potenziale positivo solo se il suo sviluppo si muove in un perimetro di regole etiche che mettano al centro la persona, i suoi diritti e i suoi bisogni. Questa è la bussola che ha orientato e continuerà a orientare il lavoro del governo, a ogni livello”… “L’Italia è tra le prime nazioni a essersi dotata di una legge nazionale sull’intelligenza artificiale, all’interno della quale è previsto l’Osservatorio sull’adozione dell’Ia nel mondo del lavoro. Organismo che è stato incardinato nell’alveo del ministero del Lavoro e delle politiche sociali e a cui abbiamo attribuito importanti funzioni di monitoraggio, analisi e indirizzo”… “L’Italia ha già dimostrato di voler essere all’avanguardia, definendo regole chiare contro gli abusi e difendendo con forza la creatività umana e il diritto d’autore”.















